Björk | Utopia

by Jess

Voto:

B+
Eccentrico

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Björk, ammettiamolo, ha una fantasia da far invidia.

Quando è stata annunciata l’uscita dell’album non ho potuto fare a meno di chiedermi dove i suoi meravigliosi deliri artistici ci avrebbero portato questa volta, anche se il titolo, “Utopia”, lascia poco spazio all’immaginazione. Le premesse, poi, vedevano una Björk risollevata dell’oscurità di “Vulnicura”, piena di entusiasmo e pronta ad affrontare un nuovo capitolo della sua vita. Io, che sono malfidente per natura e non amo crearmi troppe aspettative, ho deciso di fidarmi di lei quando ha raccontato di aver immaginato una terra inesplorata, un’isola sconosciuta, piena di fiori e uccelli mai visti prima, un luogo, insomma, che spaventa e attrae al tempo stesso, così come ogni cosa nuova. A me l’idea stuzzicava (e non poco).

In effetti su quell’isola ci siamo arrivati con the gate, che ha anticipato sapientemente le atmosfere di Utopia: il canto degli uccelli, registrato nelle foreste islandesi, c’è, i flauti pure, il video – per il quale Alessandro Michele e James Merry, che hanno curato il look della cantante, meritano un gigantesco thumbs up – esplode di luce. Per chi come me è sopravvissuto a pane e Inno Alla Gioia alle scuole elementari, sentire cosa Björk e le sue dodici flautiste hanno tirato fuori da uno strumento piuttosto detestabile come il flauto dolce ha qualcosa di stupefacente. Ancora però quella felicità ritrovata non l’avevo sentita.

Credo che “Utopia”, per essere digerito, debba essere ascoltato dall’inizio alla fine, come quando si legge un romanzo di quelli in cui il flusso di emozioni, di sensazioni, prende il sopravvento sulla narrazione. Vissuto dentro, più che capito. Dopo tutto è la stessa Björk a chiedere di spogliarci un po’ delle nostre paure, delle costrizioni, e di tornare a fidarci dell’istinto. Nel processo di scrittura, confessa, ha attraversato tre fasi, una delle quali ha dato vita a Losss e Body Memory (insieme all’impronunciabile coro islandese Hamrahlíðarkórinn), una personale redenzione dalle sofferenze del passato (e non a caso la traccia dura circa dieci minuti, come la monumentale Black Lake in “Vulnicura“). Nell’intreccio di vicende personali, prima fra tutte la separazione dal compagno Matthew Barney e la diatriba legale per l’affidamento della figlia, c’è davvero la possibilità di trovare nella natura, nel piacere dei sensi, una via d’uscita. Così Arisen My Senses, prima traccia dell’album, mette in chiaro sin da subito che c’è amore, c’è speranza nella storia che vuole raccontare. Björk ha voluto liberarsi della scrittura paralizzata e sincopata di “Vulnicura” aprendo il nuovo disco con un brano che combina più linee melodiche, pur con il rischio di apparire caotico. D’altra parte stiamo parlando di Björk, non le si può impedire di fare di testa sua!

Blissing Me

Attraverso Blissing Me, la storia di due music nerds che si innamorano scambiandosi file mp3 (vi sfido a non sentirvi presi in causa!), arriviamo a destinazione: Utopia è fiabesca a sufficienza da distoglierci per un attimo dal vero significato dell’opera. Sì, perché dietro all’idillio si nasconde la Björk che ce l’ha un po’ con il mondo che non ha rispettato la natura che lei, nata e cresciuta in Islanda, sente parte di sé. In definitiva “Utopia” si schiera contro il cambiamento climatico, che Björk considera una delle principali problematiche di oggi ed esprime l’esigenza di fare tabula rasa degli errori del passato per lasciare alle nuove generazioni un mondo in cui poter ricominciare. L’album, o per meglio dire, il viaggio, si chiude con una sferzata di speranza nel futuro e nelle infinite possibilità che può riservare.

Un punto a favore di “Utopia” è sicuramente la collaborazione con Arca, il ventottenne producer argentino che aveva già dato forma a “Vulnicura“; nel divario generazionale Björk trova l’opportunità di essere sempre attuale, anche se con un album che a tratti fatica ad essere digerito. Nota di demerito per il progetto resta, a parer mio, l’inquietante arcimboldo dai contorni non troppo velatamente sessuali che è stato scelto come copertina.  E anche se non mi sono pienamente convinta che la sua algida e rarefatta aura negativa si sia esaurita in toto, ho amato tutto, ma proprio tutto di “Utopia“. Quella maschera, però, mia cara Björk, è un po’ troppo eccentrica anche per te!

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