Lui è il frontman affetto dalla più grande sindrome dell’addetto ai lavori esistente, loro sono la sua band dal 2023 e quello uscito venerdì scorso è il loro secondo album. Stiamo ovviamente parlando di Jack Antonoff, dei suoi Bleachers e di everyone for ten minutes.
Antonoff è l’uomo che, da oltre un decennio, pare essere l’unico in possesso della formula esatta per far esplodere un progetto musicale con il suo tocco magico, ma a una condizione ferrea: che lui rimanga dietro le quinte. Ancora prima di essere il producer pluristellato da 13 Grammys, che vagabonda tra gli studi di registrazione di Kendrick Lamar e Taylor Swift, tra il 2008 e il 2015 è stato la mente creativa dietro al successo planetario dei Fun., un altro traguardo a cui nessuno associa automaticamente la sua faccia. I Bleachers nascono nel 2014 - poco prima che i Fun. dichiarassero l’inizio di una pausa mai terminata - e diventano presto il punto di sfogo per la passione di Jack Antonoff per il synth-pop. È solo dal 2023, però, che hanno una formazione stabile e una presenza continuativa sulla scena, il primo album nel nuovo assetto è stato l'omonimo Bleachers. A onor di cronaca, i nomi degli altri componenti sono: Evan Smith, Zem Audu, Mikey Hart, Sean Hutchinson e Mike Riddleberger.

Ed eccoci ad everyone for ten minutes (2026), un nome scelto pensando all’impostazione dell’AirDrop di Apple, che consente a tutti di connettersi al tuo dispositivo per 10 minuti. L’idea originaria in realtà era di chiamarlo New Jersey Transit, come la compagnia ferroviaria che collega New York alle altre capitali del New England, un nome non sopravvissuto fino alla versione finale ma che rispecchia molto bene l’ambientazione suburbana e casereccia che scorre tra i brani dell’album. Nonostante il titolo scelto, Antonoff è ben consapevole di non voler arrivare a tutti: nelle interviste promozionali parla di un ritorno alla propria comunità, allo Stato di provincia dove è cresciuto (il New Jersey), della voglia di ritrovare il legame con “le sue persone”. Su una cosa, però, pensa che siamo tutti d’accordo, ossia che questa quotidianità moderna non ci piaccia. E infatti ha fatto un album in stile anni ’50.
Se a livello tecnico il producer stellato è stato in grado di pescare abilmente tra le mode sonore del momento, ricucendo scampoli di hyperpop, soul e country nel suo irrinunciabile synth pop, il risultato finale è qualcosa di più simile alla colonna sonora di Grease o a un pezzo dei Beach Boys, che a un album sfornato nel 21esimo secolo. Nei suoi ritmi e nei suoi temi troviamo per lo più l’idillio suburbano e borghese in cui Antonoff sembra essersi felicemente relegato dopo il matrimonio con Margaret Qualley e tante memorie di una giovinezza più analogica e campestre.
Del grande giorno e del grande amore si parla spesso, troppo: in you and forever, primo singolo estratto con un incipit da coro della chiesa e un videoclip che vede Qualley ballare il lingerie mostrandosi a una finestra mentre Antonoff passeggia a muso duro per le strade di una grande città; in dirty wedding dress dove jazz e rock si combinano nel racconto di un matrimonio che proprio doveva essere; e poi anche she’s from before, l’ennesima dedica all’amata Margaret e l’ennesimo pezzo di ispirazione country che pare sempre più irrinunciabile negli album contemporanei.
Più coinvolgente la falsa partenza orchestrale e il doo-woop di the van, dove “il furgoncino” diventa totem assoluto della giovinezza da artista scapestrato, capitata per caso, insieme a un gruppo di ragazzini che volevano sfuggire alla solitudine (“Glory to the ones who know the van”). Anche we should talk – il pezzo più eclettico dell’album grazie alla distorsione vocale elettronica – getta lo sguardo sul primo segmento di carriera di Antonoff, rivolgendosi apertamente ai vecchi compagni di viaggio.
We shared a brain in 2012 / 'Fore everybody had a hot take from hell / You changed it all and then burned it in a flash / And you hеld my hand until I took it back / And then thе world turned on you, I don't forgive them for that.
-we should talk, Bleachers

Dalla seconda metà dell’album ci si addentra in delle ritmiche lente, a partire da can’t believe you are gone, dove riecheggia l’incredulità per la prematura scomparsa della sorella minore di Antonoff, quando lui aveva 18 anni e lei solo 13: un evento che viene sempre descritto come determinante per le seguenti scelte di vita del producer e cantante. Segue dancing un semplice jingle da chitarra che potrebbe suonare in sottofondo al ballo della scuola e i’m not joking, il cui inizio folk e fiabesco si rivela l’ennesimo inno di gioia dedicato alla propria relazione.
Nella traccia di chiusura, upstairs at els, dove “els” sta per gli Electric Lady Studios, cambiamo decade e finiamo circondati dai sintetizzatori ed echi roboanti in stile anni ’80. Sul rooftop dello studio di registrazione più in voga di Manhattan, dove Antonoff si è costruito una reputazione e un giro di veri amici, si conclude in grande questo viaggio nei ricordi.
Come seconda prova per questa nuova formazione della band everyone for ten minutes non spicca di certo per originalità. La linea di stile è molto simile al primo album Bleachers (2023), con una leggera preferenza per gli arrangiamenti strumentali rispetto all’elettronica upbeat che dominava in quest’ultimo. Non siamo però di fronte a un album tutto da buttare, nonostante la cornice mielosa da sogno americano soddisfatto, everyone for ten minutes è parecchio orecchiabile e racchiude una gioia sincera che di questi tempi non fa male.
Dobbiamo dare ad Antonoff e soci il beneficio del dubbio: forse abbiamo veramente bisogno degli anni ’50, sì, ma, per favore, dateceli solo nella loro illusoria versione idealizzata. D’altra parte chi meglio di lui nella musica può dirci di cosa abbiamo bisogno?