Violins Blondshell
7.0

Torna dopo poco più di un anno il rock metaforico e decadente della newyorkese Blondshell con il nuovo album Violins, uscito il 25 settembre per Partisan Records. A un anno dai trenta,  abbandonata la potenza incendiaria dei precedenti lavori – nell’ultima traccia di If You Asked For A Picture (2025) suggeriva a chi costruisse il modellino di un razzo di farlo esplodere nel suo appartamento – la musica di Sabrina Teitelbaum si approccia a un immaginario più luminoso e meno autodistruttivo, tanto che, spoiler, Violins si chiuderà sognando un matrimonio in Fur Elise.

Verso la fine dei vent’anni Blondshell ha lasciato alle spalle il mito per cui bisogna essere sempre sballati per fare di sé dei bravi artisti e ha intrapreso un percorso di sobrietà che l’ha anche allontanata da tante cattive relazioni. Ciò che ne ha guadagnato in positivo è stata una maggiore sicurezza creativa e una minore necessità di affermarsi oltre un’immagine fisica fatta di occhi azzurri e capelli biondi, gli stessi capelli che troneggiano sulla copertina del disco raffigurandola come una moderna Maria Antonietta.

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Il fedelissimo Yves Rothman, che segue Blondshell dall’esordio, ha dovuto accogliere questa nuova sicurezza artistica anche durante la fase di produzione di Violins, sulla quale lei ammette scherzando di essere diventata “un po’ bossy”. Rispetto al passato, la scelta dell’involucro sonoro è ricaduta su volumi più alti e arrangiamenti più graffianti, di cui la title track è un ottimo esemplare, anche se rimangono immancabili quell’andamento incedente, spesso rallentato, scandito dalle percussioni e dall’atmosfera annebbiata che sono ormai la sua firma.

Li ritroviamo dopo l’intro brit-pop di Heart Has To Work So Hard, il cui testo allude alle gioie e ai pesi che sopporta un cuore durante l’amicizia in età adulta e, più avanti in scaletta, nella disimpegnata e sensuale Two Fried, scritta interamente di getto, il cui ritmo vorticoso riporta la mente ai primi successi.

Resta anche la penna criptica e controversa di Blondshell che, nutrita dalla voglia di spiegarsi sempre meno, non ha potuto che fiorire. E così la scorgiamo rimuginare sulla morte della madre, che la attraversa come un pensiero intrusivo, durante una giornata serena in giro per Dublino in Lucky, e poi dedicarsi all’affetto in formato body horror nella vorticosa e nirvanesca in Stone Fruit (I care to stick to you like a clot / Wanna hear your history until you don't wanna talk / That's love, baby).

Nel rock urbano e mistico di Sea Legs si riflette sulla mancanza di un vero e proprio rapporto con la spiritualità, non presente nel contesto familiare di Teitelbaum, e sulla difficoltà nel rapportarsi con chi una fede ce l’ha. Lo stesso ambiente familiare viene ripreso con dolcezza amara in Reinstall, un pezzo lento dal retrogusto folk e con inserti di glitch elettronici.

Non c’è un tema unificante che percorre Violins – gli album a tema sono “cose per il marketing,” dice Blondshell, e a lei il marketing non interessa -  è però l’album con il maggior sguardo verso l’attualità: si parla di bombe che cadono, di una società isolante, ma anche di piaghe meno serie, come l’uomo performativo, a cui è dedicata New Age Trojan Horse. In quest’ultimo pezzo il fendente ironico della cantautrice affonda verso i giovani uomini che hanno ben capito come il mostrarsi fintamente progressisti possa essere usato come arma di seduzione, per poi risultare deludenti una volta facilmente smascherati.

“Like some type of itch on the surface that's been hidden / Like when I PMS, my face just looks different

Ah, sometimes I see men romanticize war / 1965 mind in a new age Trojan horse

With a book and a bag, said, "Sometimes I cry" / And I only buy vinyl to keep the album alive”

- New Age Trojan Horse, Blondshell

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Il grunge ombroso di Fur Elise chiude questo terzo capitolo musicale sognando lucidamente un matrimonio, ma niente paura, non è un annuncio, è solo un pensiero felice che Blondshell usa per addormentarsi e che riprende un filone narrativo che forse involontariamente c’è, quello dell’insonnia.

Con Violins, Blondshell attraversa una necessaria fase di transizione, tentando di evolvere verso una forma musicale meno cupa e autoreferenziale. Eppure, tra volumi più alti e cubi di ghiaccio che fanno da protagonisti nei videoclip, qualcosa del nucleo più autentico della prima Blondshell sembra tristemente perdersi. Il risultato è più asettico e, a tratti, più confuso: mancano quegli incendi immaginari e quelle esplosioni sonore che ne avevano definito l’identità, conquistando pubblico e critica. Forse, però, è proprio questo il punto della trasformazione: la Blondshell del qui e ora sembra avere bisogno di essere fatta di più luce e di ghiaccio.