Catfish and the Bottlemen | The Balance

by A. D. Sanders

Voto:

C
Cauto

Chiudo gli occhi. Metto le cuffie. Premo play. Improvvisamente mi ritrovo nel 2014, l’anno in cui ho sentito per la prima volta The Balcony dei Catfish and The Bottlemen. Apro gli occhi, mi guardo intorno: no, non ho viaggiato nel tempo e non sto ascoltando quel disco, bensì l’ultimo e recentissimo The Balance. A un primo ascolto l’impressione è lapidaria: è un album che non sposta di una virgola quanto detto nei primi due, ma anzi fa scorgere delle crepe. Intendiamoci, il debut dei Catfish era stato uno coi fiocchi, e il successivo The Ride (leggi qui la recensione) aveva mostrato che i ragazzi gallesi avevano le idee chiare, una strada tracciata da seguire, condita con ritornelli da cantare a squarciagola nei festival con le mani al cielo (Twice, Soundcheck, Outside solo per citarne tre a caso). Con The Balance la strada è sempre quella, ma di passi in avanti non se ne sono fatti molti. E in un certo senso può anche andare bene così, se si tiene a mente che questi tre album erano già stati pensati anni fa, prima ancora che la band esplodesse. Una trilogia che vista nel suo complesso si legge come un enorme dito medio a tutte quelle band contemporanee che se non mettono per forza drum machine, sintetizzatori e una citazione degli anni Ottanta allora non si sentono abbastanza cool.

I Catfish continuano a dimostrare che nel 2019 si può anche fare musica che faccia ballare con gli strumenti tipici dell’indie rock che fu. E anche che si può  scrivere un album senza voler innovare nulla. Ci sono state grandissime band che hanno basato la loro carriera su questo concetto (Oasis anyone?) e in fondo non c’è niente di male. Per i teenager di oggi, che possono solo immaginare cosa erano stati negli anni Novanta gli Oasis e i Blur e nei Duemila gli Strokes e gli Arctic Monkeys, i Catfish sono comunque una buona consolazione.

Ma iniziamo pure ad addentrarci in questo nuovo lavoro. L’artwork è nello stesso stile dei due precedenti, così come il numero di canzoni (undici), di cui l’ultima anche questa volta si interrompe bruscamente. Una trovata di marketing, sicuramente, ma che allo stesso tempo potrebbe far sorgere un dubbio: forse la band ha paura del cambiamento? Ai posteri l’ardua sentenza.

La prima traccia è Longshot, primo singolo che ormai abbiamo avuto modo di ascoltare da mesi. Scritta nel loro tipico stile, è l’incipit che ti fa capire che tipo di album sarà e forse ti illude anche un pochino. Si continua con Fluctuate e 2all, tutti singoli annunciati. La voce di Van McCan è sempre energica e graffiante, così come la chitarra di Bondy. Conversation sembra uscita da un incontro di boxe fra i The Walkmen e gli U2 di una volta (ascoltatevi il bridge della canzone e fate partire nel mentre l’intro di Sunday Bloody Sunday). Con Sidetrack si raggiunge uno dei picchi dell’album, l’intro è solo chitarra pulita e voce, con la cassa dritta in quarti, per poi esplodere nel ritornello. Un brano veramente carico, un pugno in faccia che ti lascia stordito ma felice.

Encore e Basically hanno i tipici cambi di tempo, marchio di fabbrica del gruppo, e sono canzoni orecchiabili ma di cui difficilmente ti ricordi il giorno dopo. Intermission invece ti spiazza, ipnotizzandoti con il suo riff di chitarra con delay e riverbero alla The  XX, accompagnato dalla voce calma di Van. L’ipnosi dura poco e ci pensa Mission a svegliarti bruscamente con un serrato riff in palm mute che costituisce una delle strofe più riuscite dell’album. Ma purtroppo il ritornello spezza la canzone con il solito cambio di ritmo (non penso che nessuno li denuncerebbe se non li facessero ad ogni canzone…) e beh… è un po’ un coitus interruptus. E voglio pensare che il bridge che segue sia stato volutamente ispirato da Noel Gallagher. La successiva Coincide è abbastanza anonima, ma sicuramente fa bella figura dal vivo. Si arriva cosí alla fine del nostro viaggio con Overlap, che si dimostra particolarmente dinamica, non solo per i soliti cambi di ritmo, ma anche grazie alle chitarre che crescono durante il pezzo, dalla tranquillità dei primi accordi fino al climax distorto.

The Balance probabilmente non passerà alla storia come il miglior disco dei Catfish and the Bottlemen, ma rimane un album genuino e sincero. E soprattutto, pur non avendomi particolarmente impressionato, resta sempre a un altro livello rispetto alla media. È questo il problema dell’avere talento: si creano alte aspettative, l’asticella si alza sempre più e un eventuale passo falso è inevitabilmente dietro l’angolo. Ed è proprio per questo che questo disco non mi convince appieno: sono sicuro che possano fare molto meglio. Dopo tutto, come diceva Peter Parker: “da grandi poteri, derivano grandi responsabilità”. Va bene, sì, nessuno dei Catfish (che io sappia) è stato morso da un ragno radioattivo ed è diventato un supereroe, e nessuno si aspetta che la band tenga in mano il destino della storia della musica contemporanea. Ma  i ragazzi di Llandudno (che già farcela venendo da un posto con tale nome merita rispetto) rimangono fra quei pochi che non si sono piegati alle mode e che rimangono fedeli al caro indie rock di una volta. Certo a questo punto bisognerà aspettare la quarta fatica discografica, per capire se e come i Catfish entreranno nell’età adulta o se rimarranno vittime della più classica delle sindromi da Peter Pan.

Catfish and the Bottlemen live in Italia: 16 maggio 2019, @ Alcatraz, Milano

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A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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