L'improbabile piena dell'Oreto Dimartino
8.0

La musica incontra la Recherche, ma la sua terra ha già parlato greco, arabo, fino al dialetto stretto. Siamo a Palermo, dove dieci tracce sorvolano le increspature di un fiume che vuole rivaleggiare con il primato della madeleine proustiana. Lo scorrere dell'Oreto è ciò da cui Antonio Di Martino (in arte Dimartino) è ripartito nella sua carriera da solista, regalando un disco dal sapore millenario, L'improbabile piena dell'Oreto. La geografia è narrata come vera e propria custode di memorie, l'Oreto è un confidente di chi lo attraversa o lo osserva solo da lontano. L'acqua prende vita e diventa canzone.

Tra le tante letture possibili del disco, c'è quella di avanzare fra le tracce facendo dei passi indietro. Si può ascoltare l'album seguendo il corso dell'Oreto a ritroso, come a voler trovare nella sua sorgente uno specchio dell'infanzia. Dimartino la rievoca in Contemplare il cielo attraverso le dita. Il titolo parla di un gesto semplice e magico, come la fantasia dei bambini. Sembra che la canzone voglia dire che basti un solo movimento delle mani per trovare sollievo, per placare i dubbi che assillano il presente e sentirsi immortali davanti allo scorrere rapido del tempo. La narrazione del disco prosegue verso l'adolescenza: il momento in cui, carichi di Meravigliosa incoscienza, si è riusciti ad andare oltre i confini del mondo per stringere una tregua con i mostri interni. Non è facile riproporre lo stesso risultato in età adulta.

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Il fiume continua a cantare e l'ascoltatore scopre che l'esistenza umana è fatta di magre e — per richiamare il titolo del disco — piene. Esattamente come l'Oreto nel corso delle stagioni, una presenza a volte fantasma. Dimartino scrive di esistenze silenziose, non da prima pagina. I ragazzi fatti uomini di Gusci vuoti sembrano provare quasi vergogna della loro vita da grandi, sentendosi indietro come quando erano all'ultimo banco, con i sogni di gioventù completamente disattesi. L'uomo di Maredolce, invece, potrebbe essere l'evitante da manuale. Fugge da un amore appena nato: lo assaggia con un morso pentito, come un frutto colto ma mai davvero voluto, lasciato poi cadere e marcire. Sul mare, appena usciti dalla foce, l'uomo ritrova la quiete, dopo un caro conto da pagare al destino, più salato del Tirreno.

Poi, si torna nell'Oreto: un altro uomo effettua altre ricerche esistenziali. L'oro del fiume è voluto affannosamente, il metallo più prezioso diventa metafora di un senso della vita nascosto. Il cercatore della canzone insegue le pagliuzze nella corrente, scavando tra i detriti, poi avviene il colpo di scena: lui si arrende e desidera essere altrove. Mentre la luce tra le sue mani inscurite dal fango sfuma nell'Oreto, lascia tutto e inizia a fare sogni più umili, come l'argento: meglio che il fiume si porti via il frutto della sua ricerca, e con esso il peso di dover continuare a smuovere i fondali.

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Forse il segreto di quella pace tanto agognata è compiere una sola azione: abbandonarsi. È stare distesi sul bordo dell'Oreto, osservare il lento Fluire degli argini. Avviene un altro cambio di programma narrativo: il fiume prende lentamente volume, l'"improbabile piena" sgretola prima la sabbia, poi straripa e inonda tutto, anche l'"io" e il "tu" della canzone. Il narratore invita a godere del momento, a non vivere il dramma. Tuttavia, chiede un unico favore: restare insieme nella corrente incessante, perché difficilmente si potrebbe tornare indietro da soli a riva. L'Oreto trasforma irreversibilmente chi è travolto: dopo la piena, non si è più come prima.

"Agua, ¿dónde vas?" si domanda il narratore, dando voce al componimento di Federico García Lorca, arricchendolo di ritmi sudamericani. Il loop ricorda un uccello primordiale che plana sulla foresta. Ciascuno - l'acqua, il mare, il pioppo - ha un proprio posto nel mondo, ma non ci è dato sapere il motivo di questo ruolo: l'universo non concede altre risposte. La natura parla anche in Petricore, espressione di quiete e di energia riparatrice.

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Il brano conclusivo, Storia della mia rabbia, parla di un'altra lotta per ottenere un po' di calma. Si saluta — non si sa se per l'ultima volta — un sentimento fastidioso, una compagna di vita instabile che viene tenuta a bada soltanto dall'amore. È una rinascita lenta e necessaria, il narratore ritrova una parvenza di uomo in un corpo da tempo irriconoscibile. Finalmente è libero e solo, ma non ancora in pace: resta da chiedere perdono a chi è stato ferito da quella rabbia.

Ma è in Conrad che il disco svela, forse, il suo segreto. Un coro di donne intona un passaggio di Cuore di tenebra, quando il marinaio Marlow descrive la risalita del fiume Congo come un tornare indietro fino alle origini del mondo. L'Oreto è l'alveo di un passato, presente e futuro di uomini che riescono a combattere nel bel mezzo di un naufragio interiore, che li porterà ad arenarsi placidi ai margini della città dopo il tormento.

Dimartino, foto di Giuseppe Lanno
Dimartino | (c) Giuseppe Lanno

In questo disco, la musica sfocia da un brano a un altro senza pausa, come se Dimartino volesse invitare l'ascoltatore a proseguire la navigazione dell'Oreto. Gli stessi strumenti prendono parte dell'ecosistema palermitano, all'orecchio sembrano suoni della natura. Basso e archi sono come i rivoli che si scontrano tra loro, mentre la chitarra arpeggia e riprende le innumerevoli voci dell'Oreto. Dimartino sposa il folk alla sperimentazione per andare oltre i confini del sensibile. Il sintetizzatore è per l'ascoltatore sia acqua sia cielo, il perfetto incontro tra il lirismo intenso e il misticismo. Il piano è parte di una musica di raccoglimento, è come se accompagnasse i desideri dell'uomo. Infine, i cori sono un altro elemento che evoca il contesto esplorativo dell'album: ricordano gli esseri che popolano gli argini. Non sono solo bocche al limite della scena, possono rappresentare un sapere ancestrale o commentare l'azione, come nell'antico teatro greco. Dietro la voce di Dimartino c'è la mano di Roberto Cammarata, che ha prodotto il disco tra Milano e Palermo, cucendo insieme musiche popolari, synth e mellotron. Proprio a Palermo, Di Martino è tornato a vivere, toccando nuovamente con mano quelle atmosfere di provincia che da sempre hanno arricchito la sua musica.

Dimartino si confronta con l'eredità musicale della sua terra. Il riferimento a Domenico Modugno sta soprattutto nella struttura melodica di Contemplare il cielo attraverso le dita: sembra di ascoltare un andamento oscillante, che si trascina per un attimo alla fine delle strofe, come se voce e chitarra si concedessero un ultimo ballo prima di chiudere. Il ricordo di Franco Battiato riaffiora in Fluire degli argini con il colpo di coda di Petricore, a conferma del legame spirituale tra Dimartino e il suo maestro, come da lui affettuosamente definito.

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Il disco arriva dopo la bella parentesi del duo Colapesce Dimartino (qui la nostra intervista) con l'amico Lorenzo Urciullo, iniziata nel 2020 e conclusasi dopo quattro anni, due album (I mortali e Lux Eterna Beach) e tour nelle piazze e nei teatri di tutta Italia, non ultime le partecipazioni al Festival di Sanremo nel 2021 (con Musica Leggerissima) e nel 2023 (con Splash), oltre ai premi di stampa e critica. Una parentesi che ha permesso ai due di esprimersi fuori dallo spazio ristretto al quale il cantautorato — a quei tempi facilmente sovrapponibile all'indie — era stato relegato, apparendo in tv come opinionisti, spalle di Ornella Vanoni e star del cinema. Un cantautorato che, grazie a loro, è apparso come un'alternativa forte al mainstream, capace di dare un nuovo volto alla comunicazione musicale, con il loro sagace esistenzialismo al passo di danza nell'era della riproducibilità tecnica. Un duo riuscitissimo: chi ha riso, anche solo durante le esibizioni nella città dei fiori, ha anche riflettuto.

Quest'anno Antonio Di Martino è tornato a Sanremo senza Colapesce, come coautore di Uomo che cade di Tredici Pietro, scritto insieme al rapper e musicato con Marco Spaggiari (in arte Vanegas). Una vulnerabilità sentimentale che ricorda quella dei personaggi dell'Oreto, come se quelle parole fossero affluenti del fiume che Dimartino stava per raccontare.

Dopo le sonorità più mosse e ritmate di Colapesce Dimartino e il pop rap di Uomo che cade, è lo stesso Dimartino a scegliere per il suo disco una forma sobria, in linea con l'intimismo del disco stesso. Le prime date di maggio lo hanno visto solo, chitarra e voce, in location non convenzionali come la Chiesa Valdese di Roma o il Colle dell'Infinito a Recanati. Da giugno il tour si è allargato: accanto a lui, a seconda delle date, i fratelli Angelo e Alessandro Trabace o Fabrizio Cammarata. Chi vuole ascoltare l'Oreto scorrere dal vivo può farlo, fino all'"improbabile finale" al teatro Golden di Palermo, il 19 dicembre 2026.