Con Secret Love i Dry Cleaning raggiungono un passaggio decisivo del loro percorso. Dopo essersi affermati come una delle voci più originali del post-punk britannico più recente, la band londinese si trova ora a confrontarsi con un’identità ormai ben definita ma anche con il rischio di restarne intrappolata. Se New Long Leg (2021) colpiva per l’effetto sorpresa — un debutto spigoloso e straniante, costruito sull’algida spoken word di Florence Shaw e su strutture nervose e minimali — e Stumpwork (2022, qui la nostra recensione) ne rafforzava la formula allargandone l’orizzonte, Secret Love sceglie una direzione più sottile e meno immediata: quella di un’evoluzione silenziosa, meno vistosa ma decisamente più profonda.
Il primo segnale di cambiamento arriva dalla produzione. Affidandosi a Cate Le Bon, i Dry Cleaning si allontanano in parte dalla secchezza quasi documentaria dei lavori precedenti, aprendo il proprio suono a una tavolozza più articolata e sfumata. L'album nasce in luoghi diversi — tra Stati Uniti, Irlanda e Francia — e questa dispersione geografica si riflette in un disco che appare in costante movimento, instabile per natura. Le chitarre di Tom Dowse conservano la loro inconfondibile angolarità, ma arretrano rispetto al passato, lasciando spazio a groove più obliqui, a linee di basso elastiche e a dettagli sonori che, pur restando in secondo piano, finiscono per modificare profondamente l’equilibrio emotivo dei brani. Anche la sezione ritmica di Nick Buxton e Lewis Maynard resta centrale, ma lavora per sottrazione, costruendo tensioni sottili anziché puntare su esplosioni immediate. È qualcosa che si avverte fin dalle prime battute di Hit My Head All Day, dove il disco rivela subito di non avere fretta di colpire. Il brano avanza in modo quasi ipnotico, accumulando minime deviazioni e variazioni, mentre frontwoman recita testi che sembrano pensieri colti al volo, frammenti di coscienza lasciati in sospeso. Un brano lungo, ambiguo, più atmosferico che immediato e proprio per questo perfettamente indicativo di un disco che rinuncia all’impatto istantaneo per costruire un ascolto che si chiarisce solo col tempo.

Questo non vuol dire che manchino episodi più immediati o venati d’ironia. Cruise Ship Designer è tra i brani più centrati dal punto di vista della scrittura: un pezzo sorretto da un sarcasmo sottile, che prende di mira il mondo del lavoro creativo e le sue piccole vanità, muovendosi su una struttura che flirta con il pop senza mai abbracciarlo del tutto. È qui che i Dry Cleaning mostrano quanto siano diventati abili nel giocare con le aspettative di chi ascolta: tutto sembra sul punto di aprirsi a una forma più accessibile, ma resta sempre un leggero scarto, una stonatura voluta che impedisce qualsiasi abbandono completo. Uno degli elementi più interessanti di Secret Love riguarda il trattamento della voce di Florence Shaw. Se nei dischi precedenti il suo spoken word aveva una funzione quasi straniante, volutamente distante e anti-emotiva, qui iniziano ad affiorare crepe inattese. In brani come I Need You o nella title track la voce smette a tratti di limitarsi alla narrazione e si avvicina a un canto fragile, esitante, che introduce una vulnerabilità finora solo accennata. Non si tratta di una svolta radicale, ma è sufficiente a modificare la percezione complessiva del disco, rendendolo più umano e meno astratto.
My Soul / Half Pint è forse il punto in cui questa nuova fase emerge con maggiore evidenza: un brano che muta forma nel corso del suo svolgimento, passando da un clima teso e sospeso a una chiusura sorprendentemente leggera, quasi giocosa, arricchita da pianoforte e suggestioni che rimandano a un immaginario rock più classico. Una scelta che in passato avrebbe potuto sembrare fuori contesto, ma che qui funziona proprio perché inserita in un album che fa dell’ibridazione e della libertà espressiva uno dei suoi punti di forza.

Sul piano tematico, l'album si rivela meno criptico di quanto possa sembrare a un primo ascolto. I testi mantengono la loro natura frammentaria e ironica, talvolta persino dimessa, ma sotto questa superficie si muovono riflessioni più profonde su isolamento, routine quotidiana, relazioni irrisolte e desideri trattenuti. In Let Me Grow and You’ll See the Fruit questa dimensione emerge con particolare chiarezza: il brano si muove su coordinate quasi folk, impreziosite da interventi di sax e da un tono più caldo e accogliente, diventando uno dei momenti emotivamente più accessibili dell’album. Anche quando il gruppo si confronta con temi più cupi, come in Blood, evita qualsiasi deriva retorica, preferendo accostamenti stranianti che rendono il senso di disagio ancora più incisivo.
Naturalmente non tutto funziona con la stessa intensità. In alcuni passaggi si avverte una certa dispersione, come se la ricerca di equilibrio e atmosfera finisse per attenuare la tensione narrativa. In questi frangenti la formula rischia di apparire autoreferenziale, soprattutto per chi conosce bene il percorso della band. È però il rovescio della medaglia di un disco che rifiuta scorciatoie e non si appoggia a singoli facili.

Nel complesso, Secret Love conferma i Dry Cleaning come una band capace di evolvere senza tradire se stessa. Non è un album immediato né pensato per colpire a effetto, ma un lavoro che si apre lentamente, richiedendo ascolti ripetuti per essere compreso appieno. Se New Long Leg rappresentava la sorpresa e Stumpwork la conferma, questo nuovo capitolo segna il momento della maturità: meno urgente, forse, ma più consapevole. Un disco che non cerca di piacere a tutti, ma che rafforza l’idea di un gruppo sempre più sicuro del proprio linguaggio.