Gorillaz | The Now Now

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

B
Redenzione

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Non è passato neanche un anno da quando, con un po’ di amarezza e scetticismo, si spensero i riflettori puntati su un chiassoso shuttle da ventisei posti, chiamato “Humanz”, che senza alcuna linea guida roteava intorno agli anelli di un ipotetico Saturno parallelo nella galassia di Andromeda; eppure, in pochi avrebbero scommesso che i nostri quattro artisti virtuali, dal DNA a cura di Damon Albarn e del fumettista Jamie Hewlett, sarebbero tornati in tempo record nell’atmosfera terrestre, atterrando d’emergenza sui lidi della west coast per ambientarsi tra le notturne colline e raccontare la loro avventura in un nuovo album prodotto dall’impegnatissimo James Ford: “The Now Now” (Parlophone). Ebbene sì, i Gorillaz sono tornati. Cioè, almeno tre di loro sono tornati: Murdoc è al momento in prigione perché incastrato per contrabbando da un demone/boss della malavita (finemente chiamato “El Mierda”) ed è stato sostituito da Ace, un personaggio de Le Superchicchema che?…insomma, come se Guy Ritchie dovesse girare un remake di Dal tramonto all’alba mettendoci anche qua e là citazioni prese dai cartoni animati del pre 2003. Lasciando da parte le mie vane digressioni, torniamo pure al sodo: se il precedente “Humanz” era il trionfo delle collaborazioni e featuring più disparati, “The Now Now” si colloca invece dalla parte totalmente opposta dello spettro, in quanto prevale in maniera più che assoluta la sola voce di 2D e la sua visione della realtà, non più influenzata e/o oscurata dal verde bassista. Una netta decisione presa da Albarn (a cui non erano proprio sfuggite le critiche dell’anno passato) in grado di riportare in auge i Gorillaz con un disco indeciso se specchiarsi nei vetri fumé della limousine che scorta l’immateriale gruppo per le strade di Beverly Hills o nel subconscio del cantante disilluso da una vita di eccessi, il tutto all’ombra di influenze funk, sintetizzatori e tastiere stile anni ’80 mai tanto in revival come in quest’ultimo periodo.

Questa dicotomia tematica infatti, snodandosi e intrecciandosi lungo tutto l’album, è immediatamente sancita dall’alternanza delle prime due tracce: Humility e Tranz, da un lato la traccia d’apertura è una promessa synth-funk fatta in spiaggia di un personale, quasi spontaneo, reset mentale per tornare sul giusto tracciato sotto la guida del chitarrista jazz George Benson, mentre dall’altro la seconda canzone alza nettamente la posta in gioco presentando già un ritornello vertiginoso con valenze da cupa dancefloor hit che torneranno nella successiva Hollywood insieme alla voce filtrata di 2D/Albarn. Questo terzo brano è appunto uno dei meglio riusciti dell’album a livello di composizione e contenuti: vantando della partecipazione di Jamie Principle e Snoop Dogg, tratta in maniera narrativa delle insidie poste dal vivere a Los Angeles e di come la costante competizione tra individui debba essere mantenuta tacita per non rovinare la magia del luogo, o come recita il testo: “Jealousy is gunfire / It makes you kill the vibe”.

Sulla stessa falsa riga disco-funk si pongono anche l’ipnotica Sorcererz, malgrado sembri spingere il sound dei Gorillaz verso una sorta di terra di mezzo ambient pop senza alti né bassi (non che non sia orecchiabile, anzi), e Lake Zurich, un ottimo brano (al 99%) strumentale, la cui parvenza di simil-testo ha spinto i fan in teorie del complotto “old school” su quanto effettivamente la distinzione tra 2D e l’ex Blur sia qui labile e se si stia parlando effettivamente del colpo di coda ricevuto da “Humanz”. Possibile, ma non garantito.

La seconda metà dell’album sposta invece l’attenzione su temi più introspettivi saturati da un velo di malinconia con sonorità decisamente placide e generalizzate da matrici comuni a base di elettronica, in cui traspare un ormai rassegnato 2D stufo di inseguire e mai raggiungere i propri obiettivi, come in Kansas e Fire Flies, o quanto sia facile incagliarsi tra i propri pensieri nelle attanaglianti strade della Magic City, Miami per gli amici, non trovando più la via di casa e distaccandosi dalla realtà. Inoltre ad affiancare questo sempre presente contesto urbano e senso di perdizione, sono le montagne dell’Idaho, in un brano dai tratti di ballata country smarrita nella natura più verde: scritta nella baita in Idaho di Bruce Willis (lieto di sapere che dai tempi di Stylo ha smesso di dare la caccia ai quattro), presenta una sonorità (non tematica, attenzione) in netto contrasto con il resto di “The Now Now” che lascia un po’ perplessi, forse troppo, se si considera ciò che le sta intorno.

Nonostante tutto, dopo l’intermezzo di One Percent, l’album trova una perfetta conclusione nella nostalgica Souk Eye, un’ingannevole canzone d’amore composta in corsa prima di incominciare l’attuale tour. “Ingannevole”, perché sotto l’apparente semplice significato, si nasconde il rammarico per la lontananza dal gruppo del prepotente ed arrogante quarto volto storico volto dei Gorillaz, Murdoc, come confermato dalle grafiche su schermo del più che recente live a Tokyo. “I will always think about you / That’s why I’m calling you back / I gotta run soon” recita la band, forse vittima di una sindrome di Stoccolma ex-post.

Sto divagando di nuovo nella trama delle varie fasi dei Gorillaz? Decisamente, ma anche questo è “The Now Now”: un album in grado di rimediare, con bipartite tematiche e consistenza sonora (quest’ultima forse un po’ troppo ripetutamente omogeneizzata), a tutti gli errori del suo predecessore e di essere il vero e proprio disco dei Gorillaz che aspettavamo da anni. Anni che inesorabilmente passano per tutti, sbiadendo i contorni e colori di questi personaggi surreali al punto da far intravedere, ironicamente, gli umani un tempo nascosti dietro alle loro spalle e quelle, che certi giorni, erano risate inquietanti.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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