Lewis Capaldi | Divinely Uninspired to a Hellish Extent

by Federica Di Gaetano

Voto:

D
Piatto

Diversi mesi fa ho scritto qui su Noisyroad un articolo in cui presentavo una manciata di nuovi talenti dell’indie folk da tenere d’occhio e affermavo che, fra tutti i nomi elencati, Lewis Capaldi sarebbe stato senza dubbio quello di cui avremmo sentito maggiormente parlare. Beh, ci ho visto lungo. Voce potente, testi malinconici e una personalità scoppiettante sono gli ingredienti che stanno alla base del successo di questo ventiduenne originario di Bathgate, una piccola cittadina scozzese, che ha iniziato a esibirsi nei pub locali quando di anni ne aveva appena dodici. I fan della prima ora di Lewis il suo debut album lo hanno atteso e desiderato a lungo.  Il suo primo EP Bloom, composto da quattro brani, è stato pubblicato il 20 ottobre 2017 e gli ha già permesso di collezionare numerose soddisfazioni, fra cui quella di essere stato il più veloce artista ad aver mai raggiunto 25 milioni di riproduzioni su Spotify (mica roba da poco, insomma); il suo secondo EP, Breach, ha invece visto la luce a quasi un anno di distanza, l’8 novembre 2018. L’attesa è finalmente giunta al termine il 17 maggio 2019, con la pubblicazione per Virgin EMI Records  del suo primo album in studio. Si tratta di Divinely Uninspired to a Hellish Extent, un disco in dodici parti scritto a sei mani insieme a Jamie Hartman (Calvin Harris e Rag’n’Bone Man) e Malay (Frank Ocean e Lorde) e registrato in diciotto mesi tra Londra, New York e Los Angeles, in cui sono confluiti sia diversi singoli usciti in questi anni che brani inediti.

I hope people don’t think it’s shit. I mean don’t get me wrong there will be one or two stinkers on there, but I’m only human and we all make mistakes, but as a whole I think it’s pretty fucking good. I’m excited for it to be released and have people finally be able to hear a full body of work from me for the first time. Should it bomb completely or receive an absolute critical lambasting, don’t worry, it’s just my life’s work up until this point…

Per presentare Lewis Capaldi non si può non iniziare partendo dal presupposto che, per ritagliarsi il proprio spazio, si è posto fin da subito come l’anti popstar per eccellenza. Capelli perennemente in disordine, t-shirt sgualcite, sguardo perennemente assonnato e un senso dell’umorismo che si inserisce perfettamente nel mood di Twitter (dove ormai è praticamente considerato eroe nazionale). E che questa versione meme di Lewis funziona alla grande lo deve aver capito bene il suo team, considerando che ormai tutto ciò che fa, dalle storie su Instagram, alle interviste, ai tweet, alla promo del disco sembra urlare “guardate quanto cazzo è simpatico, non potete non amarlo”.  Persino il titolo del suo debut album sembra essere stato scelto apposta per farci urlare GENIO!


Quanto si parla di musica però occorre essere oggettivi e lasciare da parte le simpatie personali. Quello confezionato da Lewis è sicuramente un buon disco pop, prodotto e suonato bene, trainato da una voce profonda, avvolgente e immediatamente riconoscibile che qui fa almeno metà del lavoro. E’ un disco composto prevalentemente da ballad piano e voce, il cui filo conduttore è una storia d’amore ormai naufragata e tutta la tristezza (I’ve been told to get you off my mind, but I hope I never lose the bruises that you left behind), la delusione e i rimpianti che una situazione del genere può portare con sé (Lately, I’ve been fucking up a good thing any chance I can get ).

Il singolo Grace è  perfetto come opening track (You’re like a song that I ain’t ready to stop), la giusta dose di malinconia e speranza, condita da sonorità che fondono in maniera convincente folk e gospel. Lo stesso, purtroppo, non si può dire del resto dell’album, dove alcuni brani come le centrali Maybe, Forever (I never said that we would die together, that doesn’t mean it was a lie, remember)One (You don’t know what you got till it’s gone) potrebbero benissimo essere intercambiabili, soprattutto per quanto concerne la traccia vocale. Il pezzo che spicca maggiormente è sicuramente la trascinante Hollywood, scritta da Lewis dopo aver visitato Los Angeles per la prima volta ed essersi ritrovato ad avere nostalgia non solo di una ragazza (I feel you close, although you’re eight hours ahead), ma anche di casa e della vita che conduceva prima di avere successo (Maybe I spend more time in Hollywood than I should).

Il difetto principale è quello di risultare, sopratutto dopo avergli dato più di un ascolto, piatto, monotono e noioso: aggettivi che non ti aspetteresti mai di dover accostare ad un personaggio del genere. Una volta giunti alla fine delle 12 tracce la sensazione che si ha è pressapoco quella di aver ascoltato un’unica, lunga canzone. Piacevole, senza dubbio, ma sempre uguale. Se dovessi scegliere un accostamento per questo disco, il primo paragone che mi verrebbe in mente sarebbe quello con una rom-com: leggera, ben poco originale, ma perfetta per crogiolarsi nella propria tristezza durante una domenica pomeriggio di pioggia, dopo essere stati scaricati.

Lewis arriverà nel nostro paese con il suo tour autunnale che il 30 ottobre farà tappa al Fabrique di Milano. Ho avuto l’occasione di vederlo live già due volte e datemi retta: non perdervelo perché da questo punto di vista merita davvero.

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Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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