Chiusa al sicuro fra le mura di un’abitazione nobile e decadente, insieme a qualche fantasma presente e passato, ritroviamo la nippo-statunitense Mitski con il suo settimo album in studio: Nothing’s About to Happen to Me. La cantautrice reduce dal discreto successo di The Land Is Inhospitable and So Are We (2023), quello contenente la scioglicuore My Love Mine All Mine, si ritira completamente dalla dimensione esterna e naturalistica che ben si intuisce dal titolo del precedente album, per sigillarsi fisicamente ed emotivamente dentro casa: il gatto bianco affetto da eterocromia che appare in copertina (e in due brani), dipinto dal visual artist Marc Burckhardt, non ha altro significato se non quello di qualificare Mitski come una Cat Lady, una gattara.

Mitski nasce su suolo giapponese nel settembre del 1990, da padre americano e madre nipponica e passa il resto dell’infanzia sballottata in giro per il mondo assieme alla famiglia d’origine, sentendosi parte di quella Terza Cultura che sperimentano i figli degli espatriati. Ha vissuto in Cina, Congo, Repubblica Ceca e si è diplomata in Turchia verso la fine degli anni Duemila, per poi prendere il volo verso il SUNY Purchase College di New York dove scriverà i suoi primi due album autoprodotti, Lush (2012) e Retired from Sad, New Career in Business (2013). Il dolore per l’instabilità vissuta durante l’infanzia e quello per il distacco emotivo provato nei confronti dei genitori non la abbandonerà per tutto il corso della sua carriera artistica fino ad oggi. Dal 2015 collabora con l’etichetta indipendente Dead Oceans, ottima scuderia indie-rock, di cui fanno parte, tra gli altri, anche Phoebe Bridgers, Japanese Breakfast e i Wednesday. Con loro pubblica nel 2018 Be the Cowboy che definisce “il suo primo album serio”.
“I'd never live in a small town
I’ve made too many mistakes
For where you gotta write your book early
Or it gets written up in your place
Where you never get away from your first love
(…)
But in a lake, you can backstroke forever
The sky before you, the dark right behind
And in a big city, you can start over”
-In a Lake
“Non potrei mai vivere in una piccola città, ho fatto fin troppi errori” recita il verso di apertura di Nothing’s About to Happen to Me nel brano In a Lake, chitarra, voce, fisarmonica e una piccola fanfara di paese sul finale. Tanta voglia di sottrarsi a sguardi indiscreti e giudizi altrui danno il via a un sogno lucido di poco più di 30 minuti in cui il tanto desiderato luogo di ritiro spirituale si rivela non essere un idilliaco laghetto ma un maniero pieno di cimeli di famiglia mal sistemati…l’unico posto in cui ha senso rifugiarsi? O l’unico da cui non si riesce a scappare? “La casa è il contenitore psicologico di quello che la gente eredita, psicologicamente, emotivamente e fisicamente” racconta la creative director Mary Banas che ha lavorato all’album. E allora Mitski sta. Vagabonda dentro questa capsula di protezione che si è scelta, talvolta nevrotica, talvolta malinconica, qualche volta forzatamente ironica. Sul finale Lighting sarà un inno di morte e di rinascita, un fulmine che risveglia i sensi intorpiditi.
Nel filone della nevrosi pura troviamo il rock potente e scomposto di Where’s My Phone?, una ricerca ossessiva che procede oltre al titolo con “Where did it go?”, dove pensieri su personaggi e situazioni del passato affollano la mente di Mitski al limite dell’allucinogeno. In un video ufficiale abbastanza inquietante, tre donne di età diverse, madre, figlia e nonna, ma anche la stessa Mitski in varie fasi della vita, cercano di proteggersi l’una l’altra, mentre altre figure cercano di fare irruzione in casa. Uno scenario da incubo.

Con la doppietta successiva - Cats e If I Leave - dedicata all’essere abbandonati e al lasciare andare, la mente e le sofferenze che essa custodisce si fanno più chiare. Nella prima, una poesia vagamente western, l’abbandono è un atto subito: “I won't leave you 'cause I still love you / So it's up to you if you choose to go / In the meantime, sleeping by my side / Our two cats, making sure I'll be al right”, mentre nella seconda Mitski inizia a ponderare, non senza difficoltà, quali sarebbero gli effetti di un cambiamento attivo da parte sua: “If I leave / somebody else will find you / But nobody else could see me / Quite as clearly as you”.
Musicalmente interessante, dai toni gotico-fiabeschi con qualche ululato, è Dead Woman, una ballata dedicata al piacere di idealizzare piuttosto che affrontare la realtà della persona che si ha davanti, un concetto che Mitski spinge così all’estremo da indicare la morte come l'escamotage ultimo per immaginare una persona esattamente come l’avremmo voluta. Un tema non leggero che con acume strizza l’occhio alla psicologia sottostante alla violenza di genere, argomento di cui si intravede l’ombra anche nella più luminosa Instead of Here.
“Would you have liked me better if I'd died
So you could tell my story the way it ought to be?
(…)
But since I'm alive, you'll have to break in as I sleep
When you find my love beside me
Choke him dead for havin' me”
- Dead Woman
Una svolta sonora arriva con la bossanova di I’ll Change for You, dedica d’amore che sembra più diretta alla casa che a un essere umano, e prosegue con il country-rock di Rules, nuove regole per iniziare a rimettere a fuoco la realtà, tra le quali ovviamente tagliarsi i capelli. The White Cat, il secondo felino di questo viaggio e il padrone della copertina, racchiude tutti i segreti più profondi dell’album, insieme a un grottesco bestiario di tutti gli animali che di soppiatto abitano la casa. Se i gatti di Cats sono domestici, The White Cat è un selvatico che cerca di marcare l’abitazione come suo territorio, scontrandosi con una Mitski non ancora disposta a sciogliere i suoi confini: ne scaturisce un dialogo immaginario con la madre su ciò che rimane realmente al termine di una vita.
"Things will leave you
They get broken, they get lost
The only thing you can trust
Is what you lived through"
- The White Cat

In Nothing’s About to Happen to Me Mitski lavora con sonorità meno orchestrali e ultraterrene rispetto a quelle che avevano caratterizzato il successo di The Land Is Inhospitable and So Are We, rifugge da motivetti facili che potrebbero regalarle (di nuovo) la viralità e ripiega sulla sua consolidata contaminazione tra country e indie rock. Non è un album fatto per luccicare in lontananza, ma capace di risucchiare facilmente nel suo vortice narrativo chiunque si sporga a guardarlo più da vicino. La sua unica vera pecca? Essere un concept album che non ci ha creduto abbastanza. Nel frattempo ci prepariamo a vedere Mitski al più presto dal vivo, sempre che trovi il coraggio di uscire di casa.