Morrissey | Low in High School

by Chiara Bustreo

Voto:

D+
Musical-autobiografico

Come recensire un nuovo album di un idolo immortale non offendendo i fedeli fans e senza deludere chi è stanco di sentire mitizzare vecchi nomi famosi solo per i loro primi successi?
Non si può fare: deludi un po’ tutti così non ci saranno conseguenze troppo gravi.
Scrivo tutto questo consapevole che un certo Lord Morrissey non leggerà. Anche perché se leggesse questa recensione non gli farebbe cambiare le sue idee su ciò a cui ha dato vita facendo uscire questo nuovo album.

Low in High School”, introdotto dal singolo Spent the Day in Bed (recensito qui), è l’undicesimo album per il non proprio più tanto “giovane” ex-frontman degli Smiths che ci ha provato in tutti i modi a crearsi una carriera da solista in questi anni, volendo dimostrare che ce la poteva benissimo fare anche da solo. Impresa costellata pur sempre da normali alti e bassi, salvataggi eroici e scivoloni di stile che solo i grandi artisti sanno portare sulle proprie spalle con nonchalance.

In quest’album del “vecchio” Moz ci sono le tipiche dinamiche della sua inconfondibile voce che in All the Young People Must Fall In Love mi ricorda il perché mi sia innamorata di lui già dalla prima volta in cui l’ho sentito cantare. Nonostante ci siano tromboni, mezzi ukulele e molta, molta confusione.

Mentre per la parte nuova e “sperimentale” ci sono sonorità più adulte, più cupe e a tratti grottesche. Per spiegare il termine “grottesco”, amiche mie, pensate a quando vi ricordate che Morrissey ormai è un quasi sessantenne ma che ve lo fareste ancora volentieri mentre vi guarda negli occhi esordendo con “Ho visto molte spiagge, ho abbracciato la terra, ma niente più perché non ho incontrato te” (Home is a Question Mark).

Non è cambiato per niente nello spirito guerrigliero e da eterno scassa-coglioni con a cuore i problemi della povera gente. Cita carri armati in strada che tolgono la libertà al popolo, armi, petrolio, guerre nucleari, dittatori che ci renderanno felici solo quando cadranno, re e regine incapaci, terra come asilo, ecc… Sono discorsi da uomini con le 24ore in mano e che il resto delle persone evita per non incappare in discorsi troppo grandi e (diciamocelo) a tratti noiosi.

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Moz si rendeva partecipe di temi politici anche durante i periodi di silenzio-artistico: passando dall’odio per la Polizia romana, all’appoggio della Brexit, fino alla più recente difesa nei confronti di Spacey per tornare poi alla carica in questo album. Basta notare alcuni titoli come Who Will Protect Us from the Police? oppure The Girl from Tel-Aviv Who Wouldn’t Kneel (un tango?) che racconta di una ragazza che prende in mano la sua vita e che non si inginocchierà mai davanti a nessuno. Passando per When You Open Your Legs fino ad Israel, testi e temi musicali molto diversi fra loro snocciolati (nemmeno tanto bene) in 12 tracce.

Testi politicamente impegnati e pieni della sua inconfondibile misantropia con frasi ad effetto che ci fanno ricordare com’erano i suoi vecchi testi quando ancora faceva coppia con Johnny Marr. Penso che questo album si possa vedere come il musical biografico di Steven Patrick Morrissey, scritto, interpretato, prodotto, cantato e ballato da lui. E quasi quasi si dipinge pure la scenografia e si cuce gli abiti di scena da solo.
Brani come My Love, I’d Do Anything For You o Jacky’s Only Happy When She’s Up on the Stage, I Bury the Living ti fanno immaginare la trama di una storia di mafia, interrotta da gare di corsa con macchine truccate, donne abbandonate e migliori amici che muoiono per colpa dell’orgoglio dello stesso protagonista.

E tutto questo in un solo album signori e signore.

Ma venendo a noi, vorrei parlare con chi è vicino a Morrissey in questo periodo: stategli accanto, ha solo paura di invecchiare. Parla di come la routine imposta gli faccia schifo, dalla solitudine (“Ti auguro la solitudine / fosse anche solo per un giorno / così che tu possa vedere qualcosa che per me è la routine / dal giorno in cui sono nato” – I Wish You Lonely) , la noia di tutti questi giorni uguali (“Non siamo nati tutti per piangere e sbadigliare di fronte ai mestieri / che controllano tutti i giorni le nostre vite?” – My Love, I’d Do Anything For You) che lui passerà rimuginando sul passato e parlando di come si possa cambiare il futuro ma non muovendo un dito se non scrivendo canzoni e rilasciando interviste perfette e seducenti come solo lui sa fare.

Quindi sedetevi o sdraiatevi, ascoltate il disco e leggete sopra a tutto quello che capiscono gli altri. E apprezzatelo per quello che è: un musical fatto di infiniti occhi di bue, un palcoscenico con della lieve nebbia colorata di rosa e lui che indossa una camicia in lino con una fantasia strana ma sobria. Tutto qui, nient’altro da aggiungere. Sperando si sia capito. O che l’abbia capito almeno lui.

Chiara Bustreo

Mi piace il profumo della polvere del caffè e mi fanno paura i temporali e le galline. Un giorno mi piacerebbe diventare una sirena.

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