Stray Dogs Nothing But Thieves
7.2

Quando Elias Canetti, in Massa e potere, parla della muta, pensa a una forma di aggregazione molto diversa dalla massa: un gruppo limitato, in cui ciascuno continua a riconoscere gli altri e nel quale il movimento comune conta almeno quanto la destinazione. È difficile non pensarci davanti a un disco intitolato Stray Dogs. Perché nel 2026 i Nothing But Thieves sono diventati abbastanza grandi da riempire arene, eppure per il loro quinto album hanno scelto di guardare nella direzione opposta: verso le cinque persone dentro una stanza, chi viaggia con loro e quel nucleo di pubblico cresciuto insieme alla band.

Dreaming like a pack of stray dogs

Il ritorno comincia anche fisicamente dagli Angelic Studios, gli stessi in cui avevano registrato il debutto del 2015. Dopo l’universo sintetico e molto controllato di Dead Club City, questa volta l’idea era recuperare il rumore prodotto da un gruppo mentre suona insieme. È questo, più del generico “ritorno al rock” utilizzato inevitabilmente durante la promozione, il punto da cui conviene ascoltare Stray Dogs. Le chitarre sono tornate davanti, certo, ma a cambiare davvero è la relazione fra gli strumenti. Ci sono errori lasciati dentro, voci che si allontanano dal microfono, code che sembrano nascere durante una prova e rumori del pubblico prelevati dai concerti. L’album vuole quindi avere la forma di un set di un concerto, con le canzoni che quasi si passano il testimone.

La title track, cinque minuti abbondanti messi proprio all’ingresso, serve allora come manifesto. La muta ritorna nel testo e ritorna soprattutto nel modo in cui il pezzo accumula il proprio movimento, senza avere fretta di offrire immediatamente il ritornello che ci si aspetterebbe da una band arrivata a queste dimensioni. Poco dopo, in Evolution, compare persino Chinnerys, il locale di Southend frequentato dalla band quando erano ancora agli inizi: il riferimento rischierebbe di diventare semplice nostalgia se il resto dell’album non passasse buona parte dei suoi quarantatré minuti a chiedersi cosa sia rimasto di quei ragazzi dopo cinque dischi e anni trascorsi quasi senza fermarsi.

I saw it down at Chinnerys
in halcyon days

È qui che Stray Dogs funziona meglio. I Nothing But Thieves, lo sappiamo già, sanno ancora scrivere il pezzo enorme, ma la novità è quando un album ora gli permette di essere una band leggermente scomposta. Testosterone ha forse un testo meno brillante rispetto alla media del gruppo, però apre la porta a riff storti, una voce sguaiata, un’attitudine quasi punk che finalmente incrina la levigatezza acquisita negli anni. Più avanti AI.Jesus spinge ancora meglio in quella direzione. L’idea è esplicita – l’intelligenza artificiale trasformata nell’ennesimo dispositivo al quale affidare immaginazione e intrattenimento – ma a far funzionare davvero il brano è il suono. Compatto senza diventare piatto, sporco nei punti giusti, con una produzione che qui trova uno degli equilibri migliori.

In mezzo, però, emerge anche il limite principale del lavoro. Il gruppo vuole muoversi, cambiare pelle, inserire elementi garage, grunge, soul e dream pop, ma sotto queste deviazioni tornano più volte strutture piuttosto simili. Il problema è che l’esperimento sonoro a volte promette una trasformazione che la canzone non porta fino in fondo. Evolution appartiene alla categoria del già sentito di cui è difficile lamentarsi, perché magari averne di pezzi costruiti così. Altrove la familiarità pesa di più.

Nothing But Thieves - Stray Dogs, foto press
Nothing But Thieves | Foto press

Baby Kool (Evelyn) è probabilmente l’esempio migliore. Ha qualcosa che potrebbe stare magnificamente nella colonna sonora di Gran Turismo, corre, distorce e sovrappone mondi che sulla carta avrebbero poco a che fare l’uno con l’altro. La band ha raccontato di aver messo insieme garage rock, Cocteau Twins e una melodia quasi soul, ed è proprio questo attrito a renderla immediatamente riconoscibile. Eppure, dentro l’album, comincia anche a comparire una sensazione di ridondanza: l’impressione che l’eccitazione per il trattamento sonoro sia un po’ superiore a quella provocata dalla scrittura. È un paradosso interessante perché Stray Dogs vuole esplicitamente liberarsi delle sovrastrutture. #5, non a caso piazzata al quinto posto, porta questa autocoscienza quasi allo scoperto: al quinto album ci si può rendere conto di cose elementari su se stessi con un ritardo quasi comico.

What a funny thing for me to realise
while writing number five

Musicalmente è uno dei momenti più aperti e accessibili del disco, e sarebbe ormai sbagliato ridurre i Nothing But Thieves a una band che deve dimostrare la propria serietà evitando una canzone immediata. In un album costruito così, un momento quasi easy listening ha perfettamente senso. Il punto è capire quanto spesso quella facilità rimanga addosso anche ai pezzi che dovrebbero lasciare una ferita più profonda.

Perché per una buona parte del disco, inoltre, Conor Mason sembra stranamente trattenuto. Non scompare, naturalmente, ma una voce che per anni ha costituito uno degli elementi immediatamente identificabili del gruppo viene spesso assorbita dentro l’arrangiamento anziché dominarlo. Per questo l’arrivo di If You Don’t Have Someone to Love produce un piccolo scarto: finalmente Mason torna davanti e ricorda quanto possa cambiare una canzone semplicemente aprendo la voce. Il brano, preso da solo, non è tra i vertici della loro discografia, ma vocalmente rimette in circolo una tensione che fino a quel momento era rimasta sorprendentemente compressa. Lo stesso accade, in maniera più interessante, in I Needed You Then, I Need You Now, dove l’album rallenta e lascia intravedere quella “stanza illuminata da una candela” che la band diceva di sentire mancante durante le registrazioni.

A dog looking at itself, not sure what it was worth

Non tutto ciò che serve al concetto, però, serve davvero al disco. Archive 76 nasce da frammenti di pubblico registrati durante i concerti, montati e manipolati per rafforzare l’idea di Stray Dogs come scaletta di una serata immaginaria. Sapere da dove arrivano quei trenta secondi li rende più comprensibili, non necessariamente più necessari. Rimangono uno di quegli interludi che chiedono all’ascoltatore di attribuire significato a qualcosa che il disco aveva già spiegato bene da solo. Anche perché subito dopo sarebbe bastato il cambio d’atmosfera di Baby Kool a riaprire il percorso.

Questo tentativo di trasformare una carriera ormai enorme in qualcosa di nuovo e nuovamente piccolo accompagna anche tutto ciò che è successo intorno all’uscita. Una settimana prima del disco i Nothing But Thieves hanno suonato tre concerti in tre Paesi nello stesso giorno, passando da Utrecht a Bruxelles e poi al Camden Underworld di Londra: club da poche centinaia di persone prima di un tour che nel 2027 li riporterà nelle arene (Italia, Unipol Forum, compresa). È un contrasto curioso, perché Stray Dogs arriva dopo anni in cui il gruppo sembra essere stato permanentemente in viaggio e, nonostante una promozione costruita con attenzione, la sua uscita appare quasi meno ingombrante rispetto ad altre fasi della loro carriera.

Forse è anche per questo che il disco sembra chiedere soprattutto come continuare. American Confidence, uno dei pezzi più solidi, si diverte con quella sicurezza aggressiva e commerciale che il titolo attribuisce agli Stati Uniti. Nel secondo verso compare un televangelista che vola in jet privato per evitare i “demoni” degli aerei di linea: il riferimento è a Kenneth Copeland, ricchissimo predicatore americano diventato celebre anche per aver difeso pubblicamente l’uso dei propri jet. È uno dei momenti in cui la scrittura recupera ironia senza appesantire il brano, mentre musicalmente rimane dentro la parte più accessibile di Stray Dogs.

Chi aspettava invece una nuova discesa nel buio di Phobia rimarrà probabilmente senza il proprio momento. Death in the Backseat evita deliberatamente la struttura lineare e guarda altrove, fino al doo-wop e a una California deformata, ma anche nei passaggi più cupi Stray Dogs tende a rimanere più comprensibile, più aperto, meno rarefatto di una parte importante del loro passato.

Il che rende ancora più importante A Different Kind of Happiness. Pubblicarla come quarto singolo a pochi giorni dall’album è stata una scelta discutibile proprio perché il brano era stato pensato come ultima scena: dopo quarantatré minuti costruiti come un concerto, la telefonata fra il sé presente, quello futuro e quello bambino avrebbe avuto un peso diverso arrivando senza preavviso. Rimane comunque una chiusura efficace, forse perché smette di cercare una soluzione definitiva e accetta che crescere significhi anche sostituire alcune delle felicità immaginate con altre che non avevamo previsto.

E alla fine è proprio questa imperfezione a descrivere meglio Stray Dogs. Rispetto a Dead Club City c’è più aria, più rischio e soprattutto la sensazione di cinque musicisti che tornano a reagire l’uno all’altro invece di abitare un progetto già disegnato. Non siamo ai livelli dei loro dischi migliori e, dietro una produzione spesso notevole, manca qualche canzone capace di elevarsi davvero sopra l’insieme. Ma sarebbe altrettanto sbagliato confondere questa irregolarità con mancanza di idee: i Nothing But Thieves continuano a cercare uscite laterali quando avrebbero ormai tutti i motivi per amministrare ciò che funziona.

Dopo cinque album e più di dieci anni, forse il gesto più interessante è accorgersi che le loro origini possono ancora essere spostate.