Parcels | Parcels

by Maria Vittoria Perin

Voto:

B
Vacanziero

Ogni tanto penso alla pressione che una band emergente deve avere sulle proprie spalle quando gli si chiede di mettere insieme gli sforzi fatti fin ora e pubblicare finalmente il tanto atteso debut. Ansia da prestazione? Nervosismo? Eccitazione? Probabilmente un miscuglio indefinito, che però in questo caso nasce molto prima di una firma posta in calce ad un contratto con una delle etichette più glamour lì fuori, la parigina Kitsunè Records. Questa storia non nasce ai piedi della torre Eiffel, bensì dall’altra parte del globo terrestre, in Australia, dove i classici cinque compagni di scuola decidono di formare una band: i Parcels (qui la nostra intervista). I latini avevano ragione, nomen omen. Infatti, l’isola, seppur vasta, è un luogo musicalmente troppo limitato, quindi il gruppo, fatti i bagagli, prende il primo volo per il Vecchio Continente e si trasferisce nella più fredda Berlino, la città di David Bowie e Lou Reed, dei club aperti tutto il weekend e uno dei cuori pulsanti della musica europea. 15,000 chilometri da aggiungere ad una strada che si prospetta essere tutta in salita, visto che solo un paio di anni fa sono stati adocchiati ad un live da due famosi francesi, i Re Sole e i Napoleone della musica elettronica: I Daft Punk, con cui hanno prodotto Overnight, un singolo terribilmente accattivante, un “La febbre del sabato sera” con dei riverberi però più oscuri e malinconici. Dopo essere stati battezzati e benedetti dai due caschi argentati, è giunto il momento di camminare da soli, di intraprendere la propria strada, di decollare, come suggerirebbe la copertina del loro primo disco: Parcels (Kitsunè Records / Because Music).

Il capitano a questo punto direbbe di chiudere il portellone, raddrizzare lo schienale, spegnere cortesemente ogni apparecchio elettronico e allacciarsi le cinture per l’ascolto di un album che va apprezzato nella sua interezza, nella sua durata di 51 minuti, che perde consistenza se stoppato o se preso in singoli. Un album pensato come un viaggio, per il viaggio e da viaggio, che inizia con Comedown, pezzo che fa pensare ad un aereo che prende velocità sulla pista fino a staccarsi da terra e spiccare il volo, grazie ad un organetto vintage in crescendo che apre ad una Fender alla Nile Rodgers e ad un ritmo marcatamente funky. Il ritmo, come negli anni ’70, è tutto, ripetitivo, incessante, catturante, è il perno attorno al quale ruota tutto, tanto da lasciare la voce soave di Jules sempre sullo sfondo glitterato dei pezzi, e demarca il sound atipico e originale dei Parcels. Ritmo che si fa ancora più trascinante verso la fine, si abbassano le luci, si riprende a dirigersi verso l’infinito attraverso il crescendo formato dall’incessante ripetizione della parola “comedown”. Impercettibile vuoto d’aria momentaneo e parte Lightenup. Consiglio l’ascolto muniti solo di cuffie, niente tracklist, niente testi, niente di niente. La sensazione è che le due tracce siano un continuum, un tutt’uno, una lunga canzone di 7 minuti, intervallata da cambi di ritmiche, rallentamenti e accelerazione, un po’ come faceva Donna Summer, dove ai pochi accordi di chitarra elettrica si allacciano le tastierone sintetiche e verso la fine un flauto improvvisato e jazzista.

A due pezzi dall’inizio si capisce già che i Parcels sono una band fuori dal coro, complessa, atipica, dannatamente originale, che le pensa tutte per abbellire questo disco e renderlo una piccola gemma preziosa, tanto da aggiungere l’eco del vento a chiudere questa suite iniziale di brani, ripreso da Withorwithout, una prima ballata romantica, nostalgica, amarognola, scritta al passato. Come nei due casi precedenti ci si lascia cullare sulla ripetizione delle lyrics, che in questo disco non sono mai troppo personali, ma come nei ritornelli, hanno sempre una dimensione corale, unisona, un’unica voce che proveniente da 5 ugole, un unico testo proveniente da 5 mani. Appena ho sentito la canzone, la mia mente ha fatto due più due e ho pensato immediatamente a Random Access Memories, l’ultima prodezza dei due robot sopra citati, sarà per la malinconia che mi ricorda Instant Crush, sarà per l’assolo elettronico di mezzo. Ovviamente non è un caso e i due non si limiteranno a fare capolino soltanto questa volta, sono sicura che i fan del duo capiranno. Trovo che la nostalgia sia uno dei loro elementi cardine, sembra che aleggi un sottile strato di tristezza attorno alla musica dei Parcels, una sorta di nostalgia per i bei vecchi tempi passati, che emerge anche in Tape, un pezzo più soleggiato, in cui sembra di sprofondano i piedi nella sabbia calda di qualche spiaggia bianca dei Tropici, una meta lontana circondata da sintetizzatori alti come palme e strumenti che prendono ancora più vigore verso la fine arrivando a squagliarsi uno sull’altro fino ad immedesimarsi e fondersi nelle onde che si alternano placide.

Al quinto posto viene posizionata la traccia più lunga del debut, Everyroad, 8 minuti in puro stile Giorgio By Moroder, 8 minuti di parlato, crescendo, ritmi in loop, dance music, funky, cambi. È una canzone che vira principalmente tre volte, o che come direbbero i più esperti, si compone di tre movimenti. Il primo caratterizzato da un monologo recitato, a cui fa da base un grande basso accompagnato da poche note ripetute di sintetizzatore, che si susseguono ripetutamente, mentre il basso esce di scena, le bacchette battono sempre più forte sul piatto fino ad infondere nuova linfa vitale al pezzo che esplode in modo sfrenato e edonistico. È una montagna russa di crescendo e diminuendo che però in modo fiabesco arriva al secondo movimento, che personalmente mi ricorda i migliori Radiohead, con la voce che ricalca quella strascicata e affranta di Thom Yorke, gli archi che vanno a braccetto con i sintetizzatori. A un minuto e mezzo dalla fine tutto sfuma velocemente, la sensazione è quella di precipitare nel vuoto, finché non parte la terza parte di Everyroad, un puro strumentale elettronico dubstep e atonale. Dopo un pezzo di tale complessità, ci vuole qualcosa di leggero, qualcosa che cominci con il cinguettio degli uccelli e termini con i versi dei delfini, in mezzo il rumore del mare; Yourfault, una canzone lenta, spensierata, rilassante, che delinea musicalmente i profili frastagliati e verdi delle Hawaii e che trasporti la mente verso un luogo di villeggiatura preferibilmente chiamato Club Tropicana, il luogo dove rifugiarsi da un unico costante pensiero: “And I don’t know if it’s your fault or my fault / It’s all gone”.

Nella seconda parte del disco troviamo un terzetto di 15 minuti equamente diviso in Closetowhy, IknowhowIfeel ed Extotica. Nonostante il suo “So I can’t sleep / I can’t seem to find / Waking peace of mind”, la prima è un pezzo su cui appisolarsi, dolcemente accompagnati in sottofondo da una chitarra españolita, che scivola pian piano verso una fine certa attraverso le vibrazioni provenienti dal synth e le tastiere, sta volta in versione Eighties. IknowhowIfeel ha un groove di basso che ti trascina direttamente indietro nel tempo, quando allo Studio 54 ci entravano Amanda Lear e Andy Warhol, quando le scollature erano inguinali, il baffo era solo chevron e i capelli cotonati. I Parcels in questo caso prendono il meglio dei ‘70 degli Chic e di Boney M., modernizzandolo e creando una sorta di versione odierna del classico pezzo dance da notte inoltrato. Vibe da locale opacizzato dai fumi di sigaretta, voce candida a là Bee Gees, testo minimalista e ripetuto fino allo sfinimento, si alterna ad un ritornello irresistibile, luccicante e luminescente in cui i raggi della disco ball irradiano ogni centimetro di pelle scoperta. Exotica invece con il na-na-na e lo schittarrio dolciastro da vita a quella che nella mia mente viene etichettata come “canzone da ascensore”. Si chiudono le porte dorate e “Oh, mon amour / When you walk out the door / I’m more lost than before”, una storia d’amore con tanto di colonna sonora sensuale e, come da titolo, esotica, fatta di archi e organetti soffusi, da cui sembra provenire il rumore della pioggia in un pomeriggio di mezza estate.

L’estate e il sole riecheggiano anche in Tieduprightnow, un pezzo che trasmette allegria e spensieratezza da ogni nota, non a caso è stata registrata nei primi giorni di primavera, dopo un lungo e grigio inverno berlinese. Ma come è ormai consuetudine, è apparente, infatti il testo nasconde la storia di un innamorato costretto ad aspettare l’amata, perché lei è già impegnata (tied up). Ciò che mi fa impazzire sono i costanti archi incastrati perfettamente all’interno del classico ritmo dance, il rimando a musiche e tempi passati, che in Bemyself si fa ancora più forte, ricordandomi tremendamente i Beach Boys di God Only Knows. I Parcels accompagnano l’ascoltatore verso la fine prendendolo per mano, in maniera affetuosa, lenta, pigra, quasi sonnolenta, dove riescono a mettere in fila una serie di percussioni ariose che costringono la mente a rimanere a Honolulu ancora per qualche istante prima di svegliarsi sculettando su Credits. La ciliegina sulla torta. Il tipico quadrinomio basso, batteria, tastiera, chitarra tipica della musica funky su cui Dean Dawson (un rapper berlinese) ricopia le voci dei grandi cantanti di colore dei mitici ‘70, recitando in modo molto radiofonico tutti i credit e i ringraziamenti dell’album. GENI.

È giunto il momento del giudizio, sempre il più difficile. Che dire? Basterebbe solo questa ultima traccia, insieme agli strani nomi nella tracklist, per descrivere l’originalità e la creatività di questa band di ventenni australiani. Oppure si potrebbero usare le ultime parole del comunicato stampa: “And when the weather’s cold, they’ll bring the sunshine with them”. Ma non basta. Va lodato il fatto che il disco sia stato totalmente auto-prodotto e scritto, che siano riusciti a costruire un moderno melting pot di generi musicali passati, che ogni costrutto di questo disco, dalle visual alle ritmiche, lo renda quasi un concept album su qualche terra lontana. Una band tutta in ascesa. Parcels è un disco curato in maniera maniacale fino all’ultima battitura, ambizioso, uno dei migliori debut che ci si poteva aspettare da questo 2018. Sicuramente non è immediato, come da tradizione, gioca sul replicare lo stesso riff più e più volte, ma non fatevi ipnotizzare, ad ogni ascolto fa trapelare una particolarità, una sfumatura diversa. Un album fatto per essere ascoltare quasi esclusivamente tutto in una sola corsa, 12 tracce che mentalmente, fisicamente, musicalmente sono un viaggio.

Maria Vittoria Perin

Sogno costantemente concerti e nella realtà li aspetto come un bambino aspetta Natale, intanto colleziono testi di canzoni in un'agendina nera tappezzata di stickers di album. "If you lost your faith in love and music, oh the end won't be long" dovrebbe essere un mantra.

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