C’eravamo lasciati bene.
Il fragore dei tamburi di guerra che avevano segnato la gran soirée del simposio di In Times New Roman…, lasciò nell’etere solamente uno spartano imperativo di “o con questo scudo, o sopra di questo” a contendersi qualsiasi velleità di tempi verbali al futuro semplice, una sfida infine incrinata dall’accanimento del fato.
Spezzati, contusi e feriti, l’unico appiglio per i Queens Of The Stone Age divenne così un esilio nelle Catacombe di Parigi (e non).
Là dove l’esistenza trovava collettivamente eterno riposo, il gruppo di Josh Homme rimodellava, lui stesso in primis, il significato della propria scrittura e realtà.
All’ombra delle spoglie mortali e dentro l’ipogeo rivoluzionario francese, è forse il senso dell’insistenza umana più affilato? Che persino l’elegia dell’autodistruzione possa lasciare spazio ad interrogativi postumi?
A risposta, un respiro esalato a lume di candela minacciò e consacrò l’ennesima rinascita dei QOTSA: il terzo atto di una carriera quasi trentennale.
Arriviamo quindi ad oggi. Una nuova alba chiama a sé una pagina bianca da riempire.

Se prima per Homme sembrava davvero necessario dover costantemente giustificare il pre-partita dell’apocalisse e capire come smascherarsi al calare delle tenebre, ora il tutto verte su quale personaggio interpretare completamente da zero, una volta spezzato dai raggi del sole qualsiasi incantesimo o castigo divino.
Qui troviamo così Perfecth, nuovo disco e chiaro spartiacque dei QOTSA nella loro discografia.
Maledetti sentimenti. Nel ruolo di protagonista compare appunto l’amore, in tutte le sue sfaccettature e conseguenze, al punto da risultare, almeno sulla carta, sdolcinato e melenso finché non approfondito al primo ascolto.
Trattasi infatti dell’amore per l’amore stesso, declinato nel continuo spergiurare di aver imparato dai propri errori, solo per poi rifare tutto da capo entro il tramonto: l’attrito alla base della res humana e di quel mestiere di vivere.
Il titolo stesso vuole riprendere questa storpiatura dell’imperfezione per citare l’affanno spassionato che spinge a persevera malgrado le circostanze.
Un turbinio che si riversa quindi nell’amalgamarsi del vissuto di una band e del suo uomo al comando, ormai cinquantenne, lontani da traumi di un …Like Clockwork o dalle sportellate di Villains.
Cambia la semantica, qui più mite, spesso riflessiva e specchio di questa nuova fase, e con lei il sonoro, che senza troppi ardori si adagia un decoupage degli ultimi vent’anni: non a caso, il grosso delle tracce è composto da demo di varie per epoche del gruppo, registrate qui e là nello spaziotempo terrestre, tirate a lucido per il cambio di scena. Nota abbastanza amara che si sente eccome fino a rovinare ogni effetto sorpresa; oltre a quest’ultima, manca anche un timbro di coesione di fondo dopo i primi brani, quasi una Desert Session: prezzo da pagare per una ricca discografia e sempre più ravvicinata tra un album e l’altro?
Perfecth si apre infatti con la tipica immaterialità spettrale QOTSA di It’s Only Love, brano scritto illo tempore da Homme per Mark Lanegan: i presupposti teatrali vissuti nel tour delle Catacombe ritornano ad infestare le casse al pari di anime maledette, con un incidere solenne, praticamente liturgico, come ad elevare l’album in oggetto a degno erede dell’ultimo EP.
Il taglio di inquadratura sarà poi progressivo: dall’oscurità, Insignificant Other farà atterrare l’ascoltatore su un riff stilosissimo e dalle lampanti movenze di Miss You degli Stones con anche un tocco alla Steely Dan; impossibile sbagliare con omaggi simili, specie se circondati dai temi ricorrenti dell’album.
Il frontman, appesantito dalla sue cicatrici, realizza di essere a corto di fortuna e che il lasciar scorrere sia l’ultimo modo per ricominciare, sia qui che più avanti con la già sentita Easy Street, rendendo (immaginiamocelo, ok?) super fiero l’Hideo Kojima del 2008.
Volo pindarico eccessivo? Reo confesso. Ma ogni accusa decade con la successiva Where The Goth Girls At?, da cui il nesso. Questo brano, oltre ad essere il titolo delle nostre vite, rappresenta appieno, la quintessenza dei Queens post Villains: bassi massicci, falsetto garantito, tangibile effetto scenico con tanto di ritornello invasivo ed un implosione finale che avrebbe meritato almeno altri cinque minuti buoni.
Se solo il resto dell’album avesse seguito questa falsariga…

La magia è purtroppo spezzata da Mono e From The Cliff, due brani ancora troppo crudi di demo non interamente realizzate.
Da un lato, il primo rompe l’inquadratura messa a fuoco sopra, con un savoir faire lounge, ma piuttosto sfocato, che non convince né racconta bene dove voglia andare a parare malgrado la gag (omonima) del cambio di canale in cuffia.
Il secondo invece ridimensiona la narrativa ad una mezza ballad acustica d’intermezzo poco memorabile.
A salvarci dall’impasse, arriverà un pezzone che conosciamo fin troppo bene: la gigantesca Sunday, traccia originariamente scritta dallo stesso Josh per Iggy Pop nella sua Post Pop Depression, qui riletta a mo’ di cover, esattamente come avvenne decadi fa per la China Girl di Iggy stesso e David Bowie.
Confrontarsi con l’Iguana nel suo Valhalla americano è chiaramente un’impresa titanica destinata a perdere e, ahinoi, il confronto non regge. Malgrado nel mix il volume della chitarra principale sia stato drasticamente alzato e graffi di più (OTTIMO!), questa versione non introduce sul tavolo del banco quanto basti per renderla memorabile o sopra all’originale per chiunque abbia bruciato d’ascolti il disco nel 2016, pur a parità di mood e personaggi. Un peccato, viste le solidissime basi ed essendo comunque una canzone, anche in questa chiave, da non sottovalutare.
In chiusura Phantom Limb riprenderà le fila della precedente From The Cliff, ampliandone gli orizzonti, se non altro su uno sfondo più consono al gruppo, prima di cedere il passo alla conclusiva Run Away From The Mob, demo di …Like Clockwork e che vanta come da tradizione un cameo di Dave Grohl alla batteria: tra una marcata citazione dei Bronski Beat, “fingerguns go fingerbang” e gli ultimi magici secondi di sfogo, Perfecth cala piuttosto repentinamente (dopo solo nove tracce) il sipario con un pezzo riuscito.

Obiettivo annunciato del disco era quello di celebrare tutte le sbavature e frizioni, restaurando i cocci di un passato burrascoso in una ritrovata chiarezza: abbracciare le proprie imperfezioni potrà anche cristallizzare l’ennesima ricerca d’identità, ma quando figura assente il mordente di fondo, questa narrativa si perde nel buio da cui voleva scappare.
Perfecth risuona indeciso tra l’abbandonare l’ancien régime del deserto e il votare anima e corpo ad una nuova causa, un rammarico non trascurabile.
Il punto di domanda rimane: in che direzione andranno i prossimi anni dei Queens Of The Stone Age?
Taglio a nero.
Post scriptum.
O almeno, questo era tutto quando pensavo su Perfecth in veste di critica musicale.
Cos’è cambiato durante la stesura di questa recensione?
Ho messo alla prova del nove il disco come da consuetudine per album da 120 BPM di media: buio pesto, superstrada vuota, bassi a stecca.
Di colpo l’ho focalizzato: Perfecth è la serata melodrammatica passata a casa tra mille pensieri, dopo aver preso ceffoni dalla vita, in cui provi con ogni mezzo possibile a fartele scorrere tutte addosso e voltare pagina. Questo senso di solitudine, spossatezza e malinconia finisce per farla da padrona.
Non è quanto siamo stati abituati dai QOTSA e da Homme, né come morale (scordiamoci il profano trittico del rock ormai) né come standard qualitativo, ma ogni tanto per avanzare bisogna sollevare il piede dalla frizione, figurata e non, per cambiare marcia.
Certo, più pedali, riff ed una scrittura coesa non avrebbero affatto guastato.
Tutto si riduce quindi a come Josh Homme catalizzerà questa pagina del suo racconto.
Dopo un giro di blues di troppo, anche Perfecth azzarderà un vaticinio: andrai, ritornerai, forse con qualche lacrima di troppo, ma sempre dritto lungo la strada dell’amor fati.