Rex Orange County | Pony

by Chiara Bustreo

Voto:

C+
veritiero

Ho amato Alexander – per gli amici musicali chiamato anche Rex Orange County, suo nome d’arte – fin dal primo momento in cui l’ho ascoltato. Forse l’ho scoperto un po’ tardi. Ebbene sì: l’ho scoperto dopo che il suo singolo Loving Is Easy è passato per radio diventando virale. Perdendomi così l’ascesa della sua carriera dal primo album, alla collaborazione con Tyler, The Creator nel 2017, passando per la riconferma del suo successo con il secondo disco Apricot Princess. Ma l’hype per il suo terzo lavoro Pony me lo sono gustata, pregustata e l’ansia mi ha completamente avvolta a pochi giorni dall’uscita. Ho già parlato di Alex qualche tempo fa, in un articolo che spiega le basi dell’artista come: provenienza, significato del nome d’arte, ecc… È il classico ragazzo prodigio che a 16 anni entra in una prestigiosa scuola di musica come la The Brit e comincia a produrre, suonare e creare musica nuova e mai noiosa.

Ma oggi siamo qui in presenza del suo nuovo lavoro che ha alimentato non poche aspettative. Anzi. Ogni suo fan si aspetta il capolavoro del secolo dopo due anni di assenza. Silenzio spezzato solamente quest’estate dall’uscita di New House, brano non contenuto nel nuovo album. E anche dalla cover di You’ve Got a Friend in Me, celebre colonna sonora di Toys Story. Nei mesi caldi di questo 2019 è stato uno degli artisti più acclamati e richiesti durante la stagione dei festival partecipando ad eventi come Glastonbury, Lollapalooza e altri.

Son ben tre i singoli che hanno anticipato Pony e così anche le date del prossimo tour che, in men che non si dica, hanno registrato il sold-out costringendo ad aggiungere concerti su concerti.
Nonostante questa quiete apparente Alex ha raccolto emozioni, delusioni e molto altro per raccontare una nuova fase della sua vita. A quanto pare per nulla felice. Il disco è composto da 10 tracce dove l’artista vuole esprimersi, sempre a modo suo, su com’è cambiata la sua vita tra concerti, fan impazziti e tanta tanta aspettativa. Sarà riuscito a conquistarci di nuovo?

Partiamo con il dire che per quest’album non ci si può concentrare solo sulla musica. Il primo brano è niente meno che il primo singolo rilasciato. 10/10 una «sad-boy gem» ha dichiarato NPR e «una canzone che dovete conoscere» secondo Rolling Stone. Racconta di un ragazzo troppo giovane a cui manca la sua casa e che è stanco di essere circondato da persone inutili. «And I can’t wait to be home again / I had a year that nearly sent me off the edge». Un inizio non proprio felicissimo, come già preannunciato. I cori avvolgono la tipica vena malinconica nella voce di Alex e il colore è quello di canzoni pop anni ’90/2000. Come primo singolo vince ma non convince del tutto.

Così si arriva ad Always che ha un intro e un tappeto musicale con i fiati e la voce in lacrime nel ritornello che richiamano la sua anima soul. Ma nonostante questo non trovo quel groove, quel coinvolgimento che una sezione di tromba, sax &co dovrebbero darmi. Anche se colpisce ancora con il testo:  «And carrying on is easier said than done / It took a while to see that I was in need». Un pugno che arriva e ti stordisce. E non ti dà nemmeno il tempo di riprenderti e capire cosa succede che «That there will always be a part of me that’s holding on / And still believes that everything is fine / And that I’m living a normal life». Quella che chiede è solo una “vita normale” per un ragazzo di 21 anni che avrebbe solo bisogno di sedersi un attimo per capire e raccontare ad un amico ciò che gli succede. Per rendersi conto, effettivamente, di com’è cambiata la sua vita ma non lui, lui no. Lui è sempre lo stesso.

Laser Lights penso sia la mia preferita – per ora, forse -, nonostante duri 2:11 minuti. È un pezzo semi-rappato basato su un piano, dei fiati casuali jazzanti e vocalizzi soul. Molti ci ritrovano Chance The Rapper o, la fonte di ispirazione principale di Alex, Frank Ocean. Ma io voglio continuare a sostenere che sia il suo stile. La voce ci racconta di un amore puro «I would up and leave this fucking bullshit / If it meant that I could see her». E lascia poi spazio ancora ai fiati, che sembrano essere onnipresenti in questo album.

Poi è il turno di Face To Face che con il gruppo di voci iniziali sembra voglia suggerirci un ritmo tribale di danze africane poi riportato con un piano elettronico in sottofondo per non lasciar sfuggire il pattern del brano. È un continuo cambio di riff, pattern e melodie vocali che arricchiscono senza appesantire. Per poi svuotare di nuovo e avvilupparci con loro ancora una volta sul finale. È stato il terzo singolo rilasciato ad appena quattro giorni dalla release dell’album e che ha catturato la mia attenzione molto più dei due precedenti. Nonostante il bridge un po’ scontato. Racconta delle relazioni a distanza, di quelle chiamate interminabili anche con otto ore di fuso orario. Del non riuscire mai a far coincidere i momenti liberi per potersi sentire. Per poi addormentarsi con il telefono ancora in chiamata. Mentre tutto cambia e nulla è più come prima.

Stressed Out è il brano più acclamato dalla critica per il testo che parla esattamente dello stereotipo di quando si diventa famosi – ma che poi alla fine non deve essere solo una diceria -. «They wanna lie and still be friends / But when you’re at your worst, they’re not there / And you discovered that they don’t care». Racconta di quegli amici solo per convenienza ma che, alla fine, tanto amici non sono. Che ti abbandonano quando hai più bisogno visto che a loro ormai non sei più di nessuna utilità. Il brano inizia con uno sbadiglio campionato e a me non suggerisce nulla di nuovo. Tanto da non farmi “svegliare” dal mio intorpidimento nemmeno con i coretti dei bimbi che giocano e cantano nel cortile della scuola. La sua durata di 1:45 minuti però lascia spazio al cantare degli uccelli.

Lascia spazio anche a Never Had The Balls. Testo di non difficile interpretazione ma struttura e tappeto musicale che inizialmente mi catturano per poi non convincermi all’arrivo del ritornello un po’ troppo pop. Immaginandomela con una chitarra elettronica e una batteria la vedrei bene cantata da una boyband pop qualsiasi riuscendo anche a scalare le classifiche.

Pluto Projector è il secondo singolo estratto ed è quel brano che mi ricorda e mi fa sentire il vero Rex Orange County. Quello che, quando pensi sia tutta lì la canzone, cambia, aggiunge un pianoforte e stravolge le emozioni. Ti fa piangere con i cori e le melodie mai scontate che fa lui fino ad un finale che sconvolge ancora le regole. È soul, pop e potente. Così dà il giro di ruota alla presa di coscienza – e al disco – di Alex, che piano piano capisce che la fama è una cosa che può possedere ma che le cose importanti son ben altre.

Segue Every Way, un’altra canzone piano e voce ma che in appena due minuti prende posizione. Dopo il cambiamento di mentalità del brano prima eccolo qui a chiedere perdono e a dichiararsi una volta ancora. Perché nonostante tutti i cambiamenti, i turbamenti e i momenti difficili lei c’era. «But you’ve been amazing, saw me through my darkest stage / And you always forgave me». E lui avrà sempre cura di lei, in qualsiasi modo.

Dopo questo onnipresente amore incondizionato si arriva alla chicca inaspettata quale It Gets Better. Che vi farà accennare un qualsiasi movimento del vostro corpo che possa ricordare una danza. Bei cambi di atmosfere, con basi sempre piene di groove nonostante il cambio repentino tra piani elettronici incalzanti, archi e fiati, accenni soul, RnB e un leggero vocoder per alcune voci. Finale rapsodiano per il pezzo che racconta l’evoluzione di una storia d’amore dagli albori fino ad ora.

Ultimo brano è quello di durata maggiore. Alex finisce l’album con 6 minuti e mezzo intitolati It’s Not The Same Anymore. È strappalacrime al punto giusto e racconta di come sia giunto alla fine di questo viaggio. «I lost the joy in my face / My life was simple before / I should be happy, of course / But things just got much harder». E in un finale che avvolge tra archi, cori e fiati finisce con il raccontare perfettamente quello che ha sempre cercato di esprimere attraverso sia le sue canzoni che i suoi tweet. Di facile interpretazione quello che annunciato l’uscita dell’album e che in poche righe spiega i sentimenti e tutto ciò che ha provato nello scrivere e che lo ha spinto a mettere in musica quello che possiamo sentire in Pony.

Come detto sopra, è una raccolta di momenti difficili che Alexander racconta con la sua solita semplicità. Avvolti da fiati appositamente meno veritieri della realtà e parti solamente piano e voce interrotte da ritmi hip-hop ma pur sempre soft. Canti di uccelli, inframezzi jazzanti e melodie soul sono quello che è Rex Orange County. DIY, stile “home made in cameretta” ma che raccoglie ben più di questo. Lyrics che non ci vanno giù piano e che con la solita spontaneità catturano l’ascoltatore – o il fan – attento che si rivede un po’ in questo ragazzo giovane, malinconico e a tratti ironico. Che prende dalla vita tutto il possibile per trasformarlo in qualcosa di ancora più bello.

Rex Orange County suonerà finalmente in Italia il prossimo 15 marzo 2020 al Fabrique di Milano. 

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Chiara Bustreo

Mi piace il profumo della polvere del caffè e mi fanno paura i temporali e le galline. Un giorno mi piacerebbe diventare una sirena.

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