Teleman | Family of Aliens

by A. D. Sanders

Voto:

B-
Una garanzia

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I Teleman sono una di quelle band che da un lato vorresti che avesse successo (perchè se lo meriterebbero) ma dall’altro il fatto di essere uno dei pochi a seguirli ti inorgoglisce. Nati dalle ceneri dei Pete and the Pirates – band che probabilmente conoscerete se siete hipster o se guardate la serie American Horror Story (la loro Blood Gets Thin venne usata nell’episodio pilota della prima stagione) – i Teleman, dopo veramente molta gavetta, arrivano finalmente al fatidico terzo album avendo all’attivo due LP, Breakfast (2014) e Brilliant Sanity (2016), e un più  recente EP di cinque tracce, Fünf (2017).

Registrato a Londra e prodotto da Oli Bayston, Family of Aliens è un disco che merita un ascolto (anzi diversi) proprio come i suoi predecessori e fa dei Teleman una delle rare band rassicuranti di cui sai che ti puoi fidare, artisticamente parlando. Il titolo fa riferimento ai componenti stessi della band, ossia i fratelli Thomas e Jonny Sanders, Pete Cattermoul e Hiro Amamiya, che in tutti questi anni di tour assieme si sono resi conto di essere una famiglia disfunzionale, un po’ come se fosse composta da alieni.

L’album si apre con l’omonima traccia che è anche una dichiarazione d’intenti – aspettatevi dunque il marchio di fabbrica della band: un uso costante di sintetizzatori mischiati a chitarre sognanti e a tratti robotiche unite a testi pungenti. La voce del frontman/chitarrista Thomas Sanders è una di quelle che o ami o odi, non ci sono vie di mezzo. Un po’ come accade con timbri particolari come possono essere, ad esempio, (per motivi diversi) quelli di Paul Banks degli Interpol o Joe Newman degli alt-J. Il ritmo e la melodia del brano ti catturano subito e durante il primo ritornello, “Happiness gonna find you/Gonna fly next to you all the time”, per poco ti dimentichi che ogni giorno che passa ti avvicini di più alla tomba e che alla fine moriremo tutti in un oceano di angoscia.

Considerazioni esistenziali a parte, si passa subito a Cactus, una delle canzoni migliori dell’album e non a caso singolo di punta. Il synth serrato e ritmato ti cattura fin da subito e come i migliori mantra ti ipnotizza lasciandoti guidare dalla voce del frontman in un’altra realtà. “What’s the point in looking good / If no one ever gets near you” potrebbe essere il manifesto di un’intera generazione ossessionata da Instagram e co.

Si prosegue con Song for a Seagull, brano synth-pop che potrebbe essere uscito fuori direttamente dagli anni Ottanta, e che condivide con la precedente la tematica della solitudine esplicata nei versi “Oh, the most incredible views/And no one to talk about it to”.  La successiva Between the Rain suona come una Ob-La-Di, Ob-La-Da con influenze disco anni Settanta (ascoltate il bridge del brano e capirete). Always Dreaming si apre con dei quieti accordi di piano riverberati a là Trent Reznor e Atticus Ross, sui quali si aggiunge poco dopo la voce di Sanders. Brano sognante (you don’t say!) e introverso, esplora sonorità che nei precedenti album della band avevano trovato poco spazio.

Si passa quindi a Submarine Life che rappresenta una delle note più positive dell’intero album: un riff di basso che vagamente ricorda Underdog dei Kasabian, accompagnato da una batteria dritta in ottavi a cui si appoggia una voce vocoderizzata che è difficile non associare ai Daft Punk. E proprio come la vita sottomarina, la voce trasformata del frontman ci accompagna in questo viaggio a cui si uniscono synth a tappeto in sottofondo che ricordano il flusso delle onde che si infrangono su una spiaggia solitaria.

Keep descending

Submarine life

Till everything is so dark and quiet

Twisted Heart è un brusco risveglio da questo viaggio ovattato. Un synth energico accompagnato da una chitarra distorta ti fa tornare dritto sulla terraferma, strappandoti di forza dal luogo sognante dove eri appena giunto.

Once there was a boy

As distant as the stars

People had to come put it back down to Earth

Ed è esattamente ciò che fa di questo brano uno dei più energici della loro discografia. Nella successiva Somebody’s Island c’è di nuovo un cambio di scenario, con una melodia suonata al piano (e poi ripresa dai synth) che viene ripetuta ossessivamente per quasi tutta la durata del brano. La linea vocale segue lo stesso motivetto, e a meno che non vi catturi fin da subito, è molto probabile che troverete questa canzone alquanto piatta se non irritante. Ma un passo falso lo si può concedere a tutti e infatti subito dopo c’è il riscatto con Sea of Wine, una delle tracce più interessanti di questo LP e che vede ancora una volta il piano come protagonista a cui si unisce gradualmente la parte ritmica e vocale insieme ad alcuni eterei arpeggi automatici. Da segnalare l’outro strumentale di una particolare bellezza malinconica. 

La seguente Fun Destruction, al contrario, si preannuncia decisamente più allegra e vivace con i marchi di casa: sintetizzatori e batteria, in un crescendo che include una chitarra distorta e un lungo “yeeeeah uhhhhhhhhh” da cui si entra nel vivo della canzone, che potrebbe essere stata tranquillamente contenuta nell’ottimo album d’esordio. Ed è così che si arriva alla fine di questo viaggio, una montagna russa fatta di sogni e risvegli nella realtà. È Starlight a chiudere il cerchio e con le sue stralunate sonorità di un’altra decade spera di averci strappato da questa realtà. E se non è per sempre almeno lo è stato per 45 minuti.

Starlight coming down

Come and take us to where we’re dreaming of

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A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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