The Good, The Bad & The Queen | Merrie Land

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

B
Consapevole

Per iniziare questa recensione come si deve, immaginatevi che il vostro amichevole recensore di quartiere qui presente abbia condensato, attraverso queste primissime righe, un file mp4 contenente uno di quei montaggi riassuntivi, à la 28 Settimane Dopo, dei principali fatti socio-economico-politici avvenuti all’ombra della corona di Sua Maestà a partire dal 29 Marzo 2017, data con cui formalmente si indica l’inizio dei trattati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, la Brexit per gli amici. Agitate (e non mescolate) quindi il tutto con il prologo dei Racconti di Canterbury e avrete così definito la scenografia della nostra ouverture: un buio pub di una contorta ed intrecciata linea temporale, fusa tra lumi a gas un po’ steampunk un po’ Londra ottocentesca e temi prettamente contemporanei, sul cui uscio appaiono quattro veterani segnati dagli anni e dalle diverse vicissitudini.
Un Blur, un Clash, un Verve ed uno dei migliori batteristi jazz sulla piazza entrano in un bar….”
Sembrerebbe l’incipit di una delle mie più riciclate battute, peccato che, viste le circostanze, ci sia ben poco su cui scherzare. Un quartetto di eroi, quello appunto composto da Damon Albarn (fresco di una coast-to-coast), Paul Simonon (bassista storico dei Clash), Tony Allen e Simon Tong dei Verve, che si ritrova riunito, per volere di un intrinseco Bat-segnale alimentato da un peculiare senso di responsabilità, a distanza di undici lunghi anni dal primo, unico, grande ed omonimo colpo per commentare cosa significhi oggi, nell’era della Brexit, essere inglesi. Questa la scintilla che accende e muove “Merrie Land“. Questi i The Good, the Bad & the Queen.

Costantemente tormentato dallo spettro dei secoli passati e temperato uniformemente da un certa malinconia folklorista in accoppiata con un organo ipnoticamente avvilito, l’album non è chiaramente destinato ad un brutale e distratto consumo, quasi sintomatico dei tempi in cui la completezza tematica di un LP si sente minacciata dal rilascio tattico di soli singoli, ma anzi, sfidando lo stesso confine delineato dalla definizione di “concept album”, si comporta in cuffia come una pièce teatrale scandita in poco più di mezz’ora: un medievale decalogo lungo le fredde coste inglesi, in cui a recitare la parte dell’attore protagonista si palesa nettamente la sola voce di Albarn, stoico come un oratore romano in senato e pienamente conscio delle abilità del cast d’accompagnamento alla sue spalle (magistralmente diretto da Tony Visconti, iconico produttore del leggendario Bowie), nel mentre recita le consapevoli parole figlie di propri flussi di coscienza idealmente ispirati dalla figura di Lou Reed.

This is not retoric // It comes from my heart” afferma lo stesso Albarn in Merrie Land, primo omonimo singolo estratto, quando con occhi diffidenti e non poco sconsolati (in presenza di una delle più belle basi qui presenti) vede i comuni cittadini applaudire una classe politica completamente incurante dei bisogni di questi ultimi, la medesima che in seguito sembrerà tacitamente ricadere nella tipica fattoria orwelliana della successiva Gun To The Head, forse uno dei brani più accessibili grazie al trascinante ritornello (con cui potreste infatti vincere la diffidenza di alcuni verso questo album).

Il disco dunque si sviluppa, dall’ultimo svincolo esaminato, snodandosi lungo due distinte ramificazioni interpretative, piuttosto contrapposte tra loro: in primo piano abbiamo infatti il denominatore tematico comune, visto in precedenza, di (quasi) immediata comprensione, che racchiude l’opera nella sua interezza e crea a tratti degli spiragli di luce attraverso i quali è possibile decifrare, o almeno esplicitare superficialmente, le venature intessute nell’ermetica trama testuale, rappresentative del secondo perno di questo complesso equilibrio. Quest’ultime formano così un’immensa mole di citazioni e riferimenti tanto colti che per comprenderli appieno avremmo tutti bisogno di una squadra di esperti, degna di History Channel ai tempi d’oro; motivo che, se congiunto all’uniformità generale di sonorità, spinge a credere nell’impossibilità di una profonda recensione brano per brano (e questo lo scrivo con piena umiltà ed onestà intellettuale).
Si spazia infatti dal triste, ma commemorativo, ricordo dei connazionali caduti in Francia durante il primo conflitto mondiale (Nineteen Seventeen) all’essere sotto l’occhio vigile delle “yellow stars” (leggasi: Unione Europea) in The Great Fire, poco prima dei potenti cori di Lady Boston (impossibile non notare il collegamento al distretto di Boston, nel Lincolnshire, uno dei più favorevoli alla Brexit).

Il solenne carattere meticolosamente ed eruditamente omogeneo si tinge però improvvisamente di nuovi colori grazie a tracce più “upbeat” come Drifters and Trawlers, The Truce of Twilight e la duplice The Last Man To Leave, in cui emergono nettamente dallo sfondo la batteria di Allen e il basso di Simonon, forse istintivamente domati troppo a lungo nei brani precedenti.

L’album si chiude quindi sulle note e parole dell’ottima The Poison Tree, dove, oltre ad avere una riconferma delle grandiose capacità compositive del gruppo, vediamo uno sconsolato Albarn costretto a salutare con dolore l’Europa, come alla fine di una relazione, quasi per tutela di questa:

Don’t follow me // To the poison tree // That grew up next to me // It’s really sad.

Anche se occluso in certi passaggi da un preciso carattere e volontà di uniformità, “Merrie Land“, oltre a dimostrarsi all’altezza del suo predecessore ed essere consapevolmente un simbolo del passaggio di testimone da “Modern Life is Rubbish” dei Blur, è anche il tipico concept album che tutti dovrebbero ascoltare almeno una volta per coltivare la famosa “cultura personale”, complici la grande scrittura di Albarn e la sonora meticolosità del resto del supergruppo. Uno spaccato rappresentativo di contemporaneità, figlio di ciò che sta succedendo poco più a nord di noi in questi mesi, settimane, giorni e ore.
Cadere nella tentazione di esaminare le singole tracce non farebbe altro che rovinare la marcata visione di insieme chiaramente delineata da una band, che, anche se parte della vecchia guardia, ha ancora molto da dire al timone di quest’ultima opera lirica.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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