Brian Wilson è vivo e suona insieme a noi. Non come fantasma da imitare, ma come metodo da cui ripartire per fare nuova musica. Il suo testamento riecheggia nelle note di Look For Your Mind!, il sesto — ufficiosamente settimo, nel catalogo ufficiale non viene mai contato l’album di debutto del 2015 What We Know — lavoro dei Lemon Twigs. Il compianto compositore è stato da sempre padre spirituale dei fratelli Brian e Michael D’Addario, due ragazzi di Long Island che da più di dieci anni propongono una musica che sembra uscita direttamente dagli anni Sessanta e Settanta.
Pet Sounds torna inevitabilmente come riferimento del repertorio del duo per le 14 tracce del nuovo disco, e lo fa in coppia con un altro pilastro del 1966, Revolver dei Beatles. Più che nei testi o nella scelta degli strumenti, è nel metodo di registrazione che questa eredità si concretizza davvero. Grandi ammiratori della stratificazione armonica, i Lemon Twigs cuciono sapientemente incisioni su nastri, creando veri e propri patchwork che raggiungono fino a 16 tracce una sopra l’altra.

Se nella traccia di apertura che dà il nome al disco (Look For Your Mind!) si sentono emergere i suoni ruvidi delle chitarre di Lennon e Harrison, nella chiusura di Your True Enemy i nastri vengono letteralmente riprodotti al rovescio per accompagnare un finale volutamente instabile, come a voler raccontare nelle due canzoni la perdita di senso di una mente che ha compreso che “My enemy is me” (“Il nemico sono io”).
La stessa stratificazione sonora si sente chiaramente anche in Fire and Gold, la ballata che Paul McCartney avrebbe scritto ascoltando in religioso silenzio You Still Believe in Me. Tuttavia, i due fratelli sono ancora lontani dal creare un Wall of Sound inespugnabile, privilegiando piuttosto un approccio semplice e vicino alla dimensione live. Non è un caso: il nuovo disco è nato dopo due anni intensi di tour tra America ed Europa, chilometri macinati insieme al batterista Reza Matin e al bassista Danny Ayala, qui per la prima volta insieme in studio di registrazione.
Le canzoni di Look For Your Mind! sembrano avere la stessa impalcatura, seguono un metodo di composizione di tipo tradizionale. L’ascolto di I Just Can’t Get Over Losing You mette a fuoco questa direzione. La chitarra ci porta da una strofa a un’altra, arriva fino a un assolo, poi si fa da parte mentre le voci si sovrappongono nel finale. È la traccia più vicina agli storici pezzi dei Lemon Twigs, fatta di voci che si rincorrono e proseguono lungo i versi, è la pura armonizzazione del gruppo, divenuta sempre più concreta a partire da Everything Harmony (2023), poi proseguita in A Dream Is All We Know (2024).

Quello che traspare al primo ascolto di Look For Your Mind! è una narrazione che si perde nelle costruzioni ritmiche e si abbandona alla leggerezza dei cori, presenti nelle canzoni come strumentazioni orchestrali a parte. La musica fa quindi da contrasto ai testi carichi di delusione e disillusione. Se si leggono i testi, si trova una richiesta accorata di aiuto da parte di un narratore in crisi. Insomma, siamo di fronte a un Help! - il singolo - 2.0, in salsa più giocosa. Il motivo di così tanto cruccio non poteva che essere il sentimento più nobile.
Anche in questo album i Lemon Twigs esplorano l’amore, questa volta con maggiore complessità. Raccontano di amori finiti male (il canto quasi disperato di You’re Still My Girl), di aspettative mancate (I Hurt You), di relazioni vissute nell’incredulità, come quella di 2 or 3, la storia di un ragazzo naïf che frequenta una ragazza che ha studiato e viaggiato, e non riesce a capire cosa ci trovi in lui. Dietro a quella melodia frizzante al flauto, si nasconde un’anima fragile. Il pezzo è stato composto insieme ad Anastasia Sanchez ed Eva Chambers della band Tchotchke.

Altri strumenti a fiato regalano all’ascoltatore il momento più sospeso del disco, l’accompagnamento di Joy, una canzone dolcissima che lascia un sapore amaro. Insieme all’arrangiatore Sammy Weisberg, i Lemon Twigs hanno costruito archi e fiati leggeri e solenni, lasciando una preghiera rivolta a una speranza lontana, desiderata come un miracolo.
Ascoltare i Lemon Twigs è come fare un puzzle: l’immagine si rivela solo quando l’ultimo pezzo è al suo posto. Il bridge di Gather Round sembra quasi scontato al primo ascolto — entra in una marcetta — ma è solo alla fine che si capisce quanto siano interessanti i bridge di questo disco. I Lemon Twigs hanno sempre una soluzione artistica inattesa a portata di mano. Yeah I Do ne è un altro esempio: una ballata che si accumula giro dopo giro e si spezza nell’urlo del bridge.
Con la band al completo, i D’Addario propongono un diverso modo di intendere la musica home-made, tratto distintivo dei Lemon Twigs fin dagli esordi, perché usano le strumentazioni degli anni Settanta del padre Ronnie, anche lui compositore. L’apporto di Matin e Ayala fa emergere nuove soluzioni artistiche e il peso creativo si sposta dai fratelli, senza però perdere l’equilibrio. La novità più evidente è che sembra essersi chiusa la diatriba — più tra i critici che tra gli ascoltatori — su chi abbia contribuito a cosa all’interno delle composizioni, anche se i D’Addario continuano affettuosamente a riferirsi a molte tracce come “la canzone di mio fratello”.
Parallelamente, le personalità musicali del duo appaiono più compatte nel proprio progetto artistico, più di quanto non lo siano mai state finora. Brian sta sempre più prendendo spazio nella composizione dei testi, mentre Michael sta sempre più agendo dietro le quinte nel lavoro di sartoria delle tracce — alla ricerca del layer giusto, del dettaglio strumentale che tiene insieme tutto, della collaborazione perfetta.
I due fratelli appaiono ancora più speculari, omogenei, fino a diventare quasi un solo individuo. Il rock di Michael si è smussato, mentre il gusto sensibile per le melodie di Brian ha smesso di essere manierismo per diventare racconto personale — a volte crudo — della realtà. Michael, il fratello più giovane e ribelle, ha reso più morbido il suo estro istrionico alla Iggy Pop. In Mean To Me, Michael è una voce che ripete fino allo stremo di non essere ferita, mentre in sottofondo si sente qualcosa che richiama il mellotron, quel suono malinconico che i Beatles e i Beach Boys usavano per far sembrare le canzoni dei sogni. Il sogno, senza mellotron ma solo con chitarre e piatti leggeri, prosegue nel pezzo pop My Heart Is In Your Hands.
Nothin’ But You conserva però i resti dell’animo più giullaresco dei due fratelli, quelli che hanno conquistato il pubblico con Do Hollywood (2016), quello che i fratelli considerano a tutti gli effetti il primo album da professionisti. Il brano ha delle chitarre interessantissime, alcuni accordi appaiono lenti, quasi pigri, e ricordano un grunge timido e non rabbioso. L’accostamento più improbabile di casa Twigs.

In Look For Your Mind!, la critica sociale si spoglia degli orpelli glam dell’album Songs for the General Public (2020), si fa meno arrabbiata ma resta comunque sprezzante, come nel musical Go to School (2018), un concept album maldestro su una scimmia che scopre che il mondo degli umani è il peggiore dei mondi possibili. Nel surf rock di Bring You Down, i Lemon Twigs denunciano le condizioni dei lavoratori. È una rilettura odierna di Summertime Blues di Eddie Cochran, dove la frustrazione del ragazzo squattrinato e innamorato degli anni Cinquanta diventa la rabbia di chi oggi non ha una vita dignitosa, non riesce ad arrivare a fine mese e verrà sostituito dalle macchine.
Chi segue i Lemon Twigs da quando Elton John li ha passati in radio nel 2016, sa che l’aggettivo più accostato ai D’Addario è stato “nostalgici”. La nostalgia del duo, adesso, non è più il peso del confronto eterno con i Beatles, i Beach Boys e il cantautorato degli anni Settanta — Todd Rundgren in primis, altra figura paterna dei D’Addario che qui, con molta sorpresa, non si sente più di tanto, forse nell’urletto rockeggiante di Yeah I Do. Ora la nostalgia dei Lemon Twigs è legata soltanto a loro stessi e a quello che hanno costruito in dieci anni di carriera. In Look For Your Mind! resiste quella libertà artistica avversa alle logiche di mercato che si portano dietro dall’uscita di Do Hollywood. Nel mezzo, c’è stata la lezione dei dischi ambiziosi e le grandi batoste: ci si può sbattere sonoramente il muso, poi rialzarsi, per scoprire che il brivido stava tutto in un bridge prevedibile.