The Raconteurs | Help Us Stranger

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

A-
Detroit born and raised

Nashville, Tennessee.
Lungo le sponde del più che ormai cementificato diradarsi di arterie urbane e coincidenti succursali, quattro figuri siedono in un tanto sospetto, quanto devoto silenzio a bordo di una Tesla parcheggiata a margine del primo prefabbricato su cui possa cadere lo sguardo. Poco prima, all’interno di quest’ultimo, quella stessa compagine aveva appena intercettato e manomesso una dimenticata frequenza radio vicina perché trasmettesse nel raggio di cento metri il loro ultimo master, in modo da poterlo direttamente mixare dal vivo con quel tatto di realismo rintracciabile esclusivamente nello stereo di una berlina all’ombra di decentrati panorami cittadini.

Una tecnica che eleva, in una visione prettamente da Romanticismo, la figura dell’artista a quella del cyber-pirata e che, per l’ennesima volta, ricalca lo scontro generazionale del digitale, dalle sue più vetuste sfaccettature ad oggi. Una tecnica che, in altre parole, non poteva che essere stata ideata, testata sul campo e rifinita dal solo Jack White, qui divulgatore del proprio verbo agli altri tre Raconteurs (Benson, Lawrence e Keeler), macchiati da un’assenza protratta per ben una decade intera dal loro ultimo (e secondo) album. Tuttavia, parlare di lontananza dalle scene sarebbe alquanto impreciso, dato che tutti e quattro i membri del gruppo hanno comunque rilasciato materiale sotto le più disparate bandiere (dai numerosi progetti solisti ai Dead Weather, per citarne uno). Piuttosto, ad essere mancata all’appello nel tempo è stata sempre la particolare alchimia stilistica che contraddistingueva i Raconteurs e i loro dischi: la distica razionalizzazione della precisione scolastica di Benson e dell’avanguardismo di White, qui e ora riportata in auge dal nuovo Help Us Stranger.

La sperimentale chitarra elettrica, anzi, elettromagnetica di Boarding House Reach  trova quindi finalmente modo di annodarsi come un primordiale serpente laser intorno a tutte le strutture compositamente più classiche di Benson, certe volte in segno di fedele ossequio, altre invece come il più testardo dei giocatori di squash intento a decorare le pareti del campo. Questo dinamico duo, quasi litigioso al suo interno, viene consequenzialmente riossigenato dalla disciplina impartita dall’egregio lavoro svolto da Lawrence e Keeler, troppo spesso in secondo piano a causa dell’iconica figura di White, ma il cui apporto si sente eccome, forse grazie anche alla produzione a regola d’arte, figlia delle predatrici modulazioni di frequenza viste in apertura: ogni riff, giro di basso o colpo di batteria diventa pertanto localizzabile in una precisa linea gerarchica, tale da comportare a ciascun ascolto la scoperta di dettagli sfuggiti in precedenza o altri fenomenali tecnicismi, che strizzano l’occhio al nerd latente dentro ognuno di noi.

Così, incuranti della basilare regola di non incrociare mai flussi quantico-temporali, i Raconteurs presentano al mondo un lavoro sorprendente e decisamente valso i dieci anni d’attesa, i progetti solisti, le altre band ed infinite sperimentazioni. Dodici tracce. Dodici diverse lettere d’amore alla storia del rock’n’roll, del blues e della scena di Detroit, ma comunque lungi dalla spropositata leva sul fattore nostalgia, tanto in voga ultimamente: nonostante infatti i pilastri su cui sorge Help Us Stranger siano palesi riferimenti, forse omaggi, al passato, la volontà di White di comporre brani che riescano sia a rinverdire i canoni del genere sia a spostare sempre un po’ più avanti la sua trincea avanguardista è costantemente in primo piano, come elemento cardine attorno a cui ruota l’intero costrutto dell’album e verso cui gravita la sua chitarra, ormai scheggia totalmente impazzita nel labirintico lascito di due fronti rivolti a concezioni musicalmente opposte (ne sono esempio gli ultimi dischi solisti dei cantanti); dove questi si incontrano, lì nasce una dozzina di ottimi brani per tutti i gusti, grossolanamente scindibili tra schietti pezzi forti e melanconiche ballate soul, con i quali è sinceramente impossibile saziare un qualunque spirito critico a caccia di aspetti negativi.

Ci si nasconde infatti dietro al cinismo dei riff da paura e giochi di parole di Bored And Razed, dove White, lungo il miglior testo dell’album, lancia colleriche massime seguite dai ritornelli melodici di Benson, struttura ricorrente per tutto il disco, solo per poi mostrare un (più che mai necessario al giorno d’oggi) lato umano nobilmente rock in Help Me Stranger, mezzo capolavoro lirico-strumentale, mezzo manifesto della poetica del gruppo racchiusa in versi come:

« These sixteen strings we’re strumming / They will back up every line [….] / Well I wish I had the words / and I want those words to rhyme. / and I wish I had the nerve / cause I sure don’t have the time »

D’altro canto, questo primo impeto d’energia è solo antecedente al nubifragio emotivo di brani più introspettivi come la beatlesiana Only Child e Somedays (I Don’t Feel Like Trying), memoria storica dello stesso genere musicale che, tradito per l’ennesima volta dall’incurante panorama contemporaneo, prende forma per ricordare che « I’m here right now  / I’m not dead yet » a chiunque avesse ancora il minimo dubbio davanti a questo tosto dodecalogo di tracce. Eppure, quando singhiozzare versi non è abbastanza, White, un po’ brontolone, un po’ demodé (ammettiamolo pure, anche se in fondo non ha tutti i torti) non mostra alcun freno nel rimproverare la generazione degli smartphone, colma di « fake punk jacket liar », in Don’t Bother Me, brano marcatamente garage consigliato anche e specialmente per il bridge post drop, un colpo a tradimento nei confronti dell’ascoltatore già inerme davanti al peso delle critiche strofe.

I riferimenti, come accennato prima, non tardano affatto ad arrivare: da un lato le vocalizzazioni stile Queen si fanno largo in coppia ad una base guidata da un pianoforte molto reminiscente di She’s A Rainbow degli Stones (da cui prendono anche quasi in prestito il titolo) in Shine The Light on Me, dall’altro nella rielaborazione lo-fi funk rock di Hey Gyp (Dig The Slowness), cover di Donovan. Da questa secondo tempo fino in chiusura, l’album mantiene il suo rapporto dicotomico di alternanza di ritmi, calando gli ultimi assi, con da una parte il lampante prototipo di frenesia marcata White, Sunday Driver, a capo del branco delle ultime banger formato da Live A Lie e What’s Yours Is Mine; mentre dall’altra la freddamente placida Now That You’re Gone calma le acque per l’arrivo della conclusiva Thoughts And Prayers, perfetta per chiudere il cerchio e neanche troppo stucchevole come tanti epiloghi sentiti in giro ultimamente.

Cari scettici delle tardive reunion, per questa volta dovrete dignitosamente farvi da parte: i Raconteurs sono riusciti dove altri prima di loro avevano fallito, tornando alla ribalta con un album dal duplice pregio. Help Us Stranger infatti, malgrado non possa comunque essere considerato un baluardo sperimentale per il futuro, affonda le proprie radici nelle basi consolidate del genere, ma cercando sempre di scassinare l’assodato sistema per muovere la linea di confine un metro, a volte anche un solo millimetro, più in là delle aspettative. In questo duello i due frontman, White e Benson, si sfidano, cercano di stare l’uno al passo dell’altro, tra i versi nervosi e la chitarra ormai dotata di vita propria del primo e le solide basi più artigianalmente canoniche di calma derivazione acustica del secondo: una sinergia apparentemente conflittuale, testimone dell’armonizzazione di elementi contrastanti, sfruttata a pieno per dar vita ad un disco completo, scritto e prodotto con cura dai testi agli accordi, senza punti di stallo, in grado di tenere l’ascoltatore sempre sul bordo di un’immaginaria traiettoria di frontiera in continuo e rapido movimento.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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