Weezer | Weezer (Black Album)

by Jacopo Giovanni Peroni

Voto:

C+
Funky Night

Circa un anno e mezzo fa, in chiusura della recensione di “Pacific Daydreamdei Weezer, scrissi che Rivers Cuomo, leader del gruppo, a furia di fissare lo sguardo nel baratro oscuro delle classifiche si fosse dimenticato che, a sua volta, quello stesso baratro di suoni campionati potesse puntare gli occhi dentro di lui; una parafrasata iperbole a conferma di una svolta stilistica che mi lasciò perplesso e con solo una manciata di brani (tre dai dieci contenuti) nelle mie playlist. Oggi però, perlustrando il medesimo abisso in cui allora li avevamo lasciati, anzi quasi abbandonati al loro destino da eterni fuori moda, potremmo a sorpresa vederli esattamente come appaiono sulla copertina del loro ultimo self-titled qui in esame, il “Black Album”: pronti a combattere di posizione in posizione sulle classifiche, appropriatisi di un catalogo di suoni a loro originariamente ostile, che ora invece li avvolge come un corvino simbionte new age.

Con un paio di mosse di marketing virale, è infatti bastato poco a quelli della Crush Music per riportare i Weezer in auge tra i trending di Twitter oltreoceano: Africa dei Toto, il Teal Album (LP di sole cover di classiconi), uno sketch su SNL con Matt Damon ed una partnership con Fortnite (perché?). Boom, 1994-2019 in pochi di giorni. Peccato che questa fama lampo abbia portato i quattro californiani tra l’incudine e il martello, da una parte, dell’immagine della band mediamente apprezzata (come meme) dall’internet per aver cantato Africa, dall’altra, di quella del gruppo dimenticato ormai sin dagli anni novanta dopo il secondo album. Una risposta a questi due tsunami avrebbe potuto essere, veramente ante litteram e con il famoso senno di poi, il “White Album”, uscito nel 2016 ed in grado di coniugare nuovamente il sound dei Weezer con il concetto di contemporaneità: un privilegio che sfortunatamente non spetta al corrispettivo “Black Album”, non che queste fossero mai state le intenzioni di quel simpaticone di Cuomo.

D’altronde dove “White” era un ritorno alle origini, “Black”, essendo l’opposto, è una deviazione sperimentale anacronisticamente pop-rock, figlia degli abissi sopra accennati, in cui i dieci brani si muovono nel buio di una Los Angeles, cotta da Venice Beach, senza univoca direzione e sotto le più disparate influenze derivanti da altrettanti filoni temporali, formando così una raccolta a prima vista poco coesa. Se dovessi infatti riassumere questo disco in una sola frase, lo definirei come “un’autoriale crisi di nervi discografica firmata Rivers Cuomo”, ma, come si usa dire, è un’opera che presenta anche dei difetti: un colpo di scena servito simil-uppercut che non vi aspettavate e di cui proverò a rendere delucidazioni nelle prossime righe.
Malgrado la perdita di un complessivo senso dell’orientamento sia all’ordine del giorno (o notte in questo caso) per tutta, e dico tutta, la durata dell’album e i Weezer si siano dimenticati completamente dell’uso delle transizioni tra un brano e l’altro (alias: “come innervosire chi ancora ascolta un LP nella sua interezza, in due semplici mosse”), mi riesce veramente difficile calarmi nella parte di giudice, giuria e boia nei confronti della stragrande maggioranza di queste tracce. Assumendo infatti una posizione neutra rispetto a chi bramava vanamente (concedetemelo) un “White 2” o un “Pinkerton 2”, è impossibile non gasarsi al giro di basso dell’opener Can’t Knock The Hustle con quel groove scanzonato da uber bloccato nel traffico pre-serata di ritorno da Santa Monica in un tramonto intinto di tipico disagio made-in-Weezer: “Now you can criticize me for anything // I ain’t like them other boys // higher education is the key to escape // but I never learned to roll a joint.”

Per chi invece avesse avuto aspettative simili alle due categorie precedentemente riportate, Cuomo purtroppo non presenta mezze misure in Zombie Bastards, palese affronto a quella parte di fanbase legata al passato del gruppo e brano che richiede del tempo per essere apprezzato a pieno, nonostante le pressioni del power chord nel ritornello. Segue poi High As a Kite, l’insospettabile Rocketman in stile Weezer del branco, abile nell’alzare nettamente il livello dell’album grazie alla produzione stellare di Dave Sitek (TV on the Radio) e al bridge da improvviso nubifragio. A tal proposito, dedico le prossime due/tre righe a tutti i bridge presenti tra le dieci canzoni: hanno carattere, bilanciano bene le equazioni delle tracce in cui compaiono e, in casi, estremi le salvano anche, come succede nella più tendente al pop Piece of Cake, dove due semplici versi (“She was into me // and then she changed the dial like I’m grunge or gangsta rap”) mitigano la presenza di tutti quei nauseabondi “Do-do-do-do-do” nel ritornello.  Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Living In L.A., esempio lampante di pop-rock ben riuscito (malgrado l’andamento univoco) che risuona come un brano dei Maroon 5 se non si fossero mai smarriti dopo “Songs About Jane”, e I’m Just Being Honest, canzone più senza infamia che senza lode, forse troppo vicina ad un ormai lontano 2005.

A non passare per nulla il vaglio della giuria sono invece Byzantine e The Prince Who Wanted Everything: la prima è macchiata dalla colpa di assomigliare tanto, ma veramente tanto, alla sigla di una sitcom tristemente démodé con protagonisti gli stessi Weezer, la seconda invece rappresenta tematicamente un omaggio a Prince, ma musicalmente risulta monotona con pochissima spunti davvero interessanti. Pieni voti d’altra parte al funk e nerd-rap di Too Many Thoughts In My Head, brano dall’ipnotico languore della chitarra elettrica sul continuo degenerare di un Cuomo sommerso dai suggerimenti di Netflix e da infinite righe di programmazione, e anche a California Snow, ultima traccia di questo vaneggiamento musicale: tanto criticata quando venne rilasciata online, propone un’intrigante struttura sonora alquanto stratificata grazie alla presenza di numerosi strumenti; dettaglio fenomenale se si pensa che la sua prima demo era stata scritta esclusivamente con un pianoforte.

A livello tematico uno degli obiettivi del “Black Album” era quello di giocare sul contrasto scaturito dal coniugare sonorità spensieratamente pop a sentimenti cupi e malinconici, volontà più che manifesta quando si leggono i testi: per quanto però riguarda il comparto stilistico di mera scrittura, i Weezer propongono lo stesso genuino disagio (termine piuttosto inflazionato quando si parla di loro) che ne univa i precedenti lavori sin dagli esordi; risulta quindi inutile stupirsi quando Cuomo, triste per essere stato scaricato in Piece of Cake, si auto-consiglia di tirarsi su bevendo litri di Sprite. D’altronde è lo stesso personaggio che anni fa sognava di incontrare una ragazza ignara dell’esistenza dei Green Day e che ironicamente invidiava l’abilità della sola Oakley di produrre occhiali in grado di trasformare l’immagine di un tonto qualsiasi.

Insomma, il tipico stile “narrativo” che non fa gridare al miracolo artistico-letterario, ma che in ogni caso, complice tanta simpatica ingenuità, è comunque ben accetto. Non a caso, quasi per una sorta di scherzo del destino, quest’ultima frase potrebbe essere applicata per analogia al “Black Album”: infatti, in mezzo a tanta confusione stilistica, riposizionare i pezzi del puzzle di questo delirio dei Weezer non è un compito di immediata intuizione e molto probabilmente la visione d’insieme lascerà con l’amaro in bocca, tuttavia quasi tutti i tasselli (ad eccezione di due) presi singolarmente traspongono una loro immagine ben distinta e musicalmente anche ben prodotta. Il “Black Album” quindi, oltre a sfidare i canoni che compongo il concetto stesso di album, i propri fan e le mura dello spazio-tempo, mette finalmente in scena e con successo l’esperimento iniziato da “Pacific Daydream”, aumentandone la portata e correggendone gli errori. Dove prima c’era una spiaggia senza carattere, oggi ci sono le arterie urbane di una Los Angeles vista attraverso le sue molteplici, qualche volta opposte, sfumature da una band cresciuta con i Beach Boys, la cui folle e delirante voglia di percorre queste strade all’imbrunire supera l’apparente senso di smarrimento.

I Weezer suoneranno in Italia il 07/07/19 al Parco Nord di Bologna.

Compra biglietti.

Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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