Esplodi con un album che critica in maniera acida, ironica e scorretta tutto il sistema sociopolitico inglese. Il tuo singolo di punta viene inserito nella soundtrack di FIFA e raggiungi una tale notorietà che ti ritrovi a firmare con una major. E allora ti circondi di collaboratori, non ti poni più limiti di genere a dimostrare che non essere più indipendente non ti ha cambiato, anzi. Registri un disco come Where’s My Utopia? (qui la nostra recensione) dove esorcizzi lo scorrere del tempo, la paternità e le pressioni della notorietà e del sophomore con un dance-punk che pesca dai Gorillaz, dalla musica etnica centroafricana e dall’hip-hop. Tutto trasportato in un live completamente pazzo. E finita la sbornia, cosa resta? Qual è il passo successivo che gli Yard Act avrebbero dovuto compiere?
You’re Gonna Need a Little Music è la risposta più giusta e naturale che James Smith, Ryan Needham, Sam Shipstone e Jay Russell potevano darsi. In realtà l’hanno capito alla fine del viaggio, con la titletrack che è arrivata a disco praticamente quasi chiuso. Un motivetto di pianoforte ridondante – strumento simbolo della nuova parabola della band inglese - e un disco groove che sembra mutuato dall’album precedente. Fare musica per il bisogno intrinseco di farla e divertirsi. Senza però mai ripetersi, ecco perché questa è un’opera del tutto differente dal resto della discografia del gruppo.

«I've got absolutely nothing / Absolutely nothing new to say» dice a un tratto James nella prima traccia Empty Pledges. Un verso che ha una doppia lettura. Quella letterale che si ricollega al brano e racconta di quella strana sensazione che si prova quando si rivedono dei vecchi amici dopo molto tempo e non sai bene da dove cominciare, che ti sembra di non avere nulla di realmente interessante. E il senso metaforico legato al suddetto passo da compiere. Le parole non mancano a James, forse non gli mancheranno mai. E infatti il brano d’apertura è un resoconto che riporta il gruppo ai fiumi di parole del primo album, ma con degli indizi di un cambiamento in atto. È sempre quel pianoforte che mette la pulce nell’orecchio, nonostante il background con la chitarra elettrica distorta e rock.
Gli Yard Act avevano già fatto i conti con la vita che è cambiata, ora toccava al loro modo di fare musica. Dopo quattro anni lontani dalla loro Leeds, hanno comunque deciso di non registrare e scrivere come avevano sempre fatto, ovvero senza abbandonare la loro quotidianità. Questa volta l’album è stato completato in poche settimane a Los Angeles nello studio di Justin Meldal-Johnsen, bassista ed ex componente dei Nine Inch Nails. Nello stesso posto, senza distrazioni esterne, You’re Gonna Need a Little Music è così diventato un disco più compatto, con meno escursioni e digressioni.
O meglio, a dire il vero, New Beginnings, il secondo primo capitolo dell’album, sterza completamente e traghetta l’ascoltatore in una rivisitazione del britpop. Tuttavia, l’istintività che aveva donato due anni fa alla band Remi Kabaka, storico batterista di Gorillaz e Africa Express, è più controllata. Lo si nota anche quando c’è il primo vero shift del disco e inizia quello che James ha definito l’arco narrativo dell’album. Tall Tales dà il via alla serie di sei brani che mettono sotto una lente una realtà distorta e complicata. Il pianoforte è protagonista all’inizio per poi lasciare via via spazio alle chitarre e ai suoni sintetici che caratterizzano tutto il sestetto di tracce, e che scompariranno da Redeemer in poi.
La terza canzone, insieme con la successiva e più rockeggiante Fiction, descrive un meccanismo di autoconservazione. Sono le istruzioni per rimanere sani in un mondo dove il denaro è sinonimo di controllo. Stati Uniti, Palestina e speculazione finanziaria sulle guerre compaiono senza preavviso nella strofa più politica, l’unica davvero esplicita, dell’album:
Moral bankruptcy reigns supreme in the American dream
The fatted calf suckling at the teat of some fucked-up Ponzi scheme
You're hardly being dragged, kicking and screaming
I'm merely tugging at your sleeve
With a smile that could make peace in the Middle East
I've got those teeth you can believe in
Mentire a se stessi e agli altri e nel frattempo abbozzare un sorriso isterico. Anche la felicità compare a un tratto e lo fa con un termine – perdonate il riferimento – che in Italia in molti hanno conosciuto con X Factor, Martina Attili e la sua Cherofobia andata in trend per qualche settimana. Come suggerisce il titolo, Cherophobe Rock, è di tutt’altra pasta. Non c’è un piano e voce anzi, il pianoforte è proprio assente. La paura di essere felici in questo caso si trasforma più in una serie di giustificazioni per non esserlo e in un senso di colpa latente. È il brano più “vecchio” dell’album e, se non fosse per Justin Meldal-Johnsen che ha aggiunto il drum beat, non avrebbe mai visto la luce perché considerato dal gruppo troppo “Oasis”.

I quattro non hanno tutti i torti, è forse il pezzo più debole del disco, ma la carica strumentale che garantirà dal vivo è assicurata e si abbina alla perfezione con quella della più convincente Thrill on the Chase. Qui si nota il grande lavoro alla chitarra di Sam Shipstone, mai così in grande spolvero come in questo album. Crea un’atmosfera quasi-metal, come l’ha definita James in un’intervista. Fa strano pensare che sia partito tutto da un ritmo drum and bass di Ryan Needham. Un po’ come Redeemer che è stata scritta su una tastiera da James - sì sembra assurdo – insieme al turnista Chris Duffin.
È la dimostrazione che gli Yard Act, se volessero fare dei pezzi rock più “standard”, ne sarebbero capaci e che, invece, in studio amano mettersi continuamente alla prova. In You’re Gonna Need a Little Music fanno soprattutto in Janey Said, il pezzo che meglio esprime il sentimento che si cela dietro al nuovo progetto del gruppo. La struttura narrativa si avvicina moltissimo a quella della stupenda Blackpool Illuminations. Questa volta James non parla di paternità e ricordi, ma coinvolge il proprio alter ego femminile Janey – una presenza che torna più volte – e alla quale il frontman si rivolge come se fosse la sua psicanalista. Rivelatorio il testo del ritornello insieme all’arrangiamento, una delle prove migliori della band che adotta uno stile con meno influenze jazzistiche rispetto al passato, ma più cinematografico. Senza contare che Blackpool Illuminations un chorus non ce l’aveva proprio.
Il finale dell’album ha un’attitudine solo apparentemente scanzonata. Talky Talky People, nonostante una sezione ritmica che spinge inevitabilmente al movimento e i coretti nel ritornello che sollevano l’ascoltatore fino alle nuvole, ha uno dei testi più profondi. Si parla di rinascita, di sorgere come Venere, ma da acque sporche come quelle del mocio. Over the Barrel è la coda in cui la band si lascia andare del tutto, tra pianoforte, chitarre rock e una danza sbilenca che accelera e poi rallenta. È la sintesi a cui sono arrivati gli Yard Act con questo terzo album. La musica di cui avevano bisogno, quella suonata insieme in una stanza, tagliando il mondo e tutto il resto fuori.

You’re Gonna Need a Little Music non va analizzato e confrontato con il precedente. Ascoltando Where’s My Utopia?, l’impressione era stata quella di un secondo primo album. Una sensazione confermata dalla natura di questo terzo disco che, a livello musicale, è la prosecuzione di The Overload, ma con una maturità diversa, sia nella scrittura che nel modo in cui gli strumenti vengono combinati insieme alle “scoperte” ritmiche e dance del sophomore. Peccato per quella svolta simil-elettronica lasciata un po’ da parte, rappresentata dal brano stand alone Trench Coat Museum, ma che magari verrà ripescata in futuro. Resta comunque un album che conferma una qualità peculiare degli Yard Act: poter essere ascoltati su diversi livelli di attenzione.
Puoi farti trascinare dal groove, dai motivetti di pianoforte e dall’incedere hip hop dello spoken di James Smith, per fortuna, anno dopo anno, sempre più James e sempre meno (Mark E.) Smith. E poi, quando sei meno stanco e sopraffatto dalla routine, e inizi a fare più caso a quei fiumi di parole che prima erano un piacevole sottofondo, scopri tutto un altro senso. Che può essere estremamente serio, ma anche sorprendentemente leggero e inaspettato, come l’origine del nome della band. Ah, non lo sapete?