Sono mesi che vorrei iniziare a leggere Annie Ernaux. Dopo l'exploit del Premio Nobel, mi è continuato a ronzare per la testa questo nome. Ogni volta che penso sia il momento buono per comprare un suo libro, ne scelgo sempre un altro. Non mi so dare una risposta, però credo fermamente che sia spesso un libro a chiamarti per essere letto e non il contrario. Fatto sta, che nei giorni scorsi mi propongono di chiacchierare con una mia vecchia conoscenza che si chiama Dutch Nazari, di professione fa il cantautore e scrive bella musica. Almeno credo. L'ho scoperto in una torrida estate di pre-Covid, quando cantava che un abbraccio verso la persona amata non era tanto lui a chiederlo, quanto tutta l'Europa. Quella che oggi sembra tanto unita nelle piazze e così disunita a livello politico. Ed è proprio nelle piazze che Nazari ha girato nell'ultimo tempo, miscelando attivismo e musica e adesso, nella sua veste preferita, si ripresenta con Guarda le luci amore mio. Un disco che all'inizio - come gli ho anche rivelato - pensavo fosse il meno politico che avesse mai realizzato ma poi, concedendogli qualche altro ascolto, mi ha fatto capire che mi sbagliavo. Il titolo è tratto da un libro di Annie Ernaux. E sono mesi che vorrei iniziare a leggere un suo libro. Ogni volta mi dico di comprare Gli Anni o proprio Guarda le luci amore mio ma poi, invece, scelgo sempre altro.
Forse, però, adesso credo proprio che mi abbia chiamato. Che sia arrivato il momento giusto?

Sei stato la mia prima intervista nel 2020. Ci eravamo incontrati all’evento A una metrica di distanza che avevi organizzato con il tuo amico Alessandro Burbank alla Terrazza del Gianicolo. Com’è cambiato e in cosa il Dutch che ho conosciuto quel giorno?
Intanto sono contento di essere andato oltre quel periodo lì. Tu ci hai visto in un momento nel quale facevamo di necessità, virtù. Di base non si poteva fare il nostro lavoro, perciò avevamo unito un po' le forze e avevamo fatto A una metrica di distanza che comunque è stata una bella occasione per sperimentare altre forme di scrittura e fare un po' di teoria attorno a quel mondo lì che, possiamo dirlo, cinque anni dopo, per fortuna è finito. Poi, per fortuna, insomma... Il mondo è andato avanti e non è che stia andando poi così bene. Nel nostro lavoro è tornata sicuramente una forma di normalità, tanto che sto per partire con un tour nei club che era un qualcosa che cinque anni fa non avrei voluto fare.
Le prime parole di tutti i tuoi dischi sono sempre “in senso lato la vita è”. Qual è quello che, anche a distanza di tempo, ti continua a sorprendere di più e perché? Guarda me li sono anche segnati di fila: “Una truffa ordita da uomini astuti”, “Una trama condita di intrecci banali”, “Un lungo cammino in salita”, “Un pacchetto di sigarette”, fino ad arrivare quest’ultimo nel quale dici “Una sola”.
Diciamo che ogni volta vorrei consegnare un pochettino il senso attorno a cui sta girando la mia vita in quel periodo. Questa volta consegna una convinzione oserei dire religiosa, pur se sono una persona sostanzialmente agnostica, o forse atea. È la prima volta che nei miei dischi la vita non è un oggetto, una truffa. È soltanto una. È un invito anche a riflettere tra tutte queste possibilità di pluralità di vite che ci sembra che esistano, che forse non esistono, forse è una sola che è proprio così e che va connessa a quelle, in altre forme, che verranno.
Quindi quando dici “È una sola” non ne stai dando una connotazione negativa.
Anzi, è una cosa positiva. Se si sente soltanto quella frase lì, si pensa che la vita sia una sola e il primo significato che si coglie è che banalmente si viva una volta sola. Invece, intendo dire che è nata una volta molti anni fa e finché c'è essa non può morire, con buona pace dell'umanità che non riesce a convincersene perché ha paura di morire.

C’è sempre stato, ma il tuo impegno sociale (che poi si miscela con quello politico) l’ho visto più palese nell’ultimo periodo. Anche tu ti sei accorto di esserti definitivamente avvicinato al tuo pubblico? Penso ai concerti chitarra e voce organizzati in piazza ad esempio. Che cosa ti hanno dato rispetto ad un normale live?
Esiste un modo che ho e che, per fortuna, condivido con molte persone che fanno il mio mestiere di vivere in questi momenti nei quali si possono fare dei live che sono completamente incompatibili con certe forme di capitalismo associate alla musica dal vivo. Stavo leggendo un articolo che polemizzava su un'intervista fatta al CEO di un grande organizzatore di eventi negli Stati Uniti (Live Nation, ndr) che diceva che secondo lui i prezzi dei biglietti dei concerti sono, in media, anche fin troppo bassi. Credo che non abbia idea di cosa stiamo parlando noi quando scendiamo in piazza con le persone per eliminare ogni tipo di distanza. Per me la musica è questa qui, l'arte sta qui. Quegli altri stanno soltanto pensando di vendere un prodotto.
Ho salvato nella mia libreria digitale da un po’ di tempo Gli Anni di Annie Ernaux e da quel che ho capito hai anche tu un legame speciale con questa autrice, tanto da prendere in prestito il titolo di un suo libro. Hai letto qualcosa di suo che ti ha dato l’ispirazione per qualche brano?
Devo specificarti che ho pensato che se avessi chiamato così l’album mi sarei dovuto spingere a leggermi l'intera letteratura dell’autrice. In realtà, quel libro di Ernaux l’ho trovato perché era citato in un libro che invece è una grande colonna della mia vita, che torno a rileggere ogni tanto, ritrovandoci sempre qualcosa di nuovo. È di una fenomenologa e si chiama Arte di ascoltare e mondi possibili e, ad un certo punto, si parla di Guarda le luci, amore mio e mi aveva incuriosito. Se Ernaux racconta dei suoi pensieri che le vengono quando si trova in un supermercato, io mi sono reso conto che in questo disco sto denunciando e descrivendo una realtà che commercia sempre più tutto e che quindi pubblicizza tutto quello che commercia. Di base, anch'io sto scrivendo le mie osservazioni mentre sono in un supermercato.
Parlavo molto tempo fa con Cimini e poco tempo fa con Le Feste Antonacci del fatto che un artista come Auroro Borealo (tra tanti) avesse deciso di rimuovere la propria musica da Spotify. Citando un verso contenuto nel disco, di Willie Peyote, quasi per andare a ricercare “Un mercato sostenibile dal cuore buono”. Tu ti sei fatto un’idea? Che posizione prendi in merito?
Il rischio è quello di pulirsi individualmente la coscienza e sentirsi buoni quando quello che si sta facendo in tal caso lì è più indossare una posizione per vedere come sta addosso che non un gesto concreto. Ho una visione dell'economia e della politica per cui penso che ci sia un problema di sistemi. In altre parole, se c’è un problema nel modello di produzione e meccanismo di produzione si tratta di un modello collettivo. Perché se poi tu togli la tua musica da Spotify e la concedi invece ad Amazon non hai risolto poi mica tanto. E allora forse credo che i problemi politici sono veramente problemi collettivi e vadano affrontati e si risolvano con soluzioni collettive.

Ho ascoltato l'album tre volte. All’inizio mi è sembrato il lavoro più disimpegnato che avessi mai fatto, poi ascoltandolo ancora ho avuto l’impressione che ogni volta che lo finissi raccontassi di base la vita, in maniera molto più completa di altre volte. E quindi, se vuoi, ai miei occhi è diventato ancora più politico rispetto agli altri realizzati in precedenza. Lo senti anche tu? Forse è un disco che ha più vita pubblica che privata.
Si diceva una volta negli ambienti di sinistra che il privato è pubblico ed è una frase che è stata anche un po' travisata per quanto mi riguarda. È vero però che a volte potrei star parlando di qualcosa di politico nella descrizione di qualcosa di molto intimo e molto privato. Soprattutto nella scrittura artistica - che è una scrittura immaginifica - c'è questa possibilità di mescolare i piani e, personalmente, io lo faccio spesso.
Nel disco ci sono due featuring: l’ormai fidato Willie Peyote e Levante. Come mai la scelta di quest’ultima?
Come spesso accade, la scelta dei featuring è stata suggerita dai brani stessi e da cosa stessi cercando in quel brano specifico. Mi serviva la penna affilata, puntuale e tagliente di Willie e, allo stesso modo, Levante mi sembrava che potesse fare bene in quel brano. La sua penna un po' più emotiva, sentimentale, nel senso più ampio possibile. Ma poi anche dal punto di vista della vocalità: Levante è una delle mie voci preferite nell’universo del cantautorato italiano. Una delle mie parti preferite del disco è proprio nel ritornello finale di Passeggeri in cui canta le parole sopra le mie e si fondono le voci.

È anche la tua canzone preferita dell’intero lavoro?
In realtà, mi piace molto anche L'eroe che è la traccia numero quattro del disco. Forse è il brano nel quale ho fatto più fatica a far passare il messaggio che volevo dire. All’inizio c’era anche una strofa in più, diverse possibilità di bridge. Comunque, tutto il disco gioca a cercare di tenere in piedi dei contenuti su vari livelli.
Un po' come il cinema di Fantozzi.
Esatto. Io ci sono cresciuto. Avevo al massimo 5 anni e mi faceva ridere. Soltanto dopo, poi crescendo, ci ho visto dentro anche la satira politica. Lo stesso vale magari per alcune canzoni di Caparezza: Vieni a ballare in Puglia, no? Molta gente non sa di cosa parla di quella canzone, allora il mio tentativo per questo album era anche quello di andare verso quella direzione lì. Ci sono dei momenti molto orecchiabili, un jingle che poi ti porta verso un altro momento più complesso.
Al tempo, nel 2020, mi avevi consigliato i Post Nebbia come band emergente da tenere d’occhio. Direi che ad occhio e croce ci hai preso, perciò chiudo chiedendoti qual è un nuovo artista o gruppo musicale dell’underground veneto da tenere d’occhio.
Ora sento il peso della responsabilità…
Guarda, per noi sei soltanto diventato il Messia della scena padovana che individua la nuova next big thing perciò nessuna pressione.
(ride, ndr.) Allora, c’è una scena di ragazzi giovani che sta venendo fuori con contenuti contenuti politici e belli provocatori. Tra questi mi piace un botto Yung Paninaru. Quando lo ascolti fammi sapere che ne pensi.