Quando basta un disco per smuovere certi complimenti e attenzioni da parte di stampa e addetti ai lavori - a maggior ragione quando a spendersi è Sir Elton John -, le aspettative sono più che giustificate. E così per Gia Ford, cantautrice di Sheffield, è bastato il debutto Transparent Things (2024) per far sì che i riflettori fossero subito rivolti verso di lei.
Un stile che spazia dalle sperimentazioni più rock a quelle più eteree delle grandi cantautrici come Patti Smith o Phoebe Bridgers, e proprio su questo equilibrio nasce A Room Within A Room, il suo secondo disco in uscita il 18 settembre. Gia Ford ha deciso di puntare forte sui suoni di casa, rientrando in UK dopo il primo lavoro registrato negli States e restringendo la cerchia di collaboratori e, inevitabilmente, di mani che potessero interferire nelle scelte e nella direzione artistica da intraprendere per il disco atteso come conferma per quanto di buono sentito negli anni successivi.
Abbiamo fatto due chiacchiere con la stessa Molly (questo il suo nome di battesimo) per farci raccontare come abbia saputo gestire le attenzioni crescenti nei suoi confronti e quali siano state le influenze, musicali e di scrittura, su cui si è basata per scrivere A Room Within A Room.

Partirei direttamente dal titolo del disco, A Room Within A Room, che mi incuriosisce. Ce lo racconti?
È un titolo un po' metaforico, molte delle canzoni dell'album parlano di un mondo interno del loro protagonista. Ho cercato quindi di rappresentare questa stanza che ognuno di noi ha all'interno delle stanze fisiche vere e proprie, l'universo in cui ognuno di noi opera. Molte delle canzoni parlano dell'individuo che cerca di destreggiarsi nel mondo in generale, quindi è una sorta di metafora per la propria percezione come individuo. Poi c'è stato sicuramente un lato più personale, perché quando ero bambina mio padre aveva costruito una stanza all'interno di una stanza di casa, uno sgabuzzino, da cui ero molto attratta come lo si è solitamente da piccoli. Come un bambino vuoi scoprire, creare cose e così via. Mi è piaciuto questo concetto di un luogo dentro un luogo: da qui questo duplice significato e la metafora.
Questa descrizione di stanza dentro una stanza sembra avere a che fare con il concetto di individualità e individualismo: possiamo dire che siano temi presenti nel disco? Sei tu la stanza dentro una stanza?
Direi di sì. In molte giornate di scrittura mi sono ritrovata con canzoni che parlavano di un personaggio, o almeno penso che ci sia un personaggio per la canzone, ma non sono sicura di perché voglio scriverla: poi, una volta finita, capisco il processo di pensiero e di scrittura della canzone e mi sembra sempre più chiaro perché ho dovuto scrivere una canzone. Ci sono persone che scrivono o dipingono, o vanno in giro o corrono: ma scrivere una canzone è un mio modo di processare qualcosa e penso che molti musicisti possano dire la stessa cosa.
Le canzoni di A Room Within A Room quando sono state scritte? Sono tutte nuove e successive al tuo debutto Transparent Things (2024, ndr)?
Direi che una sola sia stata scritta nello stesso periodo di scrittura del primo disco: Liberty è la più vecchia e anche la prima traccia del disco. Era una sorta di demo, un'idea che non mi sembrava compiuta o in qualche modo la sentivo sbagliata, che poi ho rimaneggiato e rinvigorito. Il resto del disco è tutto frutto di una nuova fase di scrittura.
Pensi che le Gia Ford che hanno scritto i due dischi sono diverse?
Sì, ma ovviamente no (ride, ndr). Penso che sia il processo a essere stato molto diverso. Per il primo album ho scritto molte canzoni con molte persone diverse, stavo ancora cercando collaboratori e probabilmente anche la mia maniera di scrivere canzoni. In sostanza ho avuto molto aiuto sul primo disco; questa volta c'è stato un team molto piccolo, in cui ho incluso il mio chitarrista, Conor Houston, che ha anche prodotto l'album. Abbiamo scritto molte canzoni insieme, qualcosa come il 95% del totale, e poi abbiamo avuto un paio di collaboratori del disco precedente con cui mi piace ancora lavorare, come nel caso di God. Ho capito che era arrivato il momento di puntare sulle mie forze. Canzoni come Cathy, At Least For Now e A Spy In The House Of Love le ho scritte con il solo Conor. Credo di essermi evoluta molto come songwriter rispetto al mio primo disco, ho maggiore consapevolezza nei miei mezzi e imparato a riconoscere cosa voglio e cosa non voglio fare.

La consapevolezza e autostima di cui parli pensi siano frutto anche delle parole che sono state spese per te e per Transparent Things?
Sì, forse un po'. Anche se penso che il grosso di questa nuova consapevolezza sia arrivata nel momento in cui ho preso la chitarra e ho iniziato a girare per cantare le mie canzoni. Ho alcuni fan che hanno i tatuaggi delle mie canzoni e questo mi ha sbalordita. Capisci che quello di cui canti ha davvero valore per qualcuno ed è anche per questo che stavolta ho scritto con più sicurezza. Prima del primo album non sapevo se ero molto brava o no, ovviamente (ride, ndr).
So che At Least For Now è in parte dedicata e ispirata alla poetessa Anne Sexton: com'è il tuo rapporto con la poesia? La letteratura è un tema che è sempre emerso nel corso delle tue interviste.
Alcune persone sono grandi fan della poesia e hanno un sacco di libri e cose così. Io in realtà non lo sono. Semplicemente mi capita di imbattermi in alcune poesie e/o poeti e poetesse che mi piacciono. Anna Sexton è una poetessa di cui ho comprato un sacco di libri, ho scoperto casualmente un paio di suoi lavori online e mi sono subito chiesta come non mi fosse successo prima. Non mi capita così spesso, ma quando succede accade che sento le parole con una tale potenza da volerle interpretare in una canzone. Direi che la poesia per me è più che altro un'ispirazione per la musica.
Mi piacerebbe tornare su Connor Houston, che hai menzionato poco fa e che è il produttore. La scelta di passare da Tony Berg a Connor come è arrivata?
Era il mio primo album e il mio produttore, Jeremy Lascelles (Chrysalis Records, ndr), pensava che Tony sarebbe potuto essere un buon compagno per il mio primo lavoro discografico, ma non avevo mai lavorato con un produttore. È stata un'esperienza molto divertente perché ho avuto la possibilità di lavorare con un grande produttore, siamo andati in America e abbiamo lavorato in un studio famoso. A Room Within A Room è stato un po' più casa, il che è stato un bene e penso che sia più vero per la musica. Connor e io abbiamo sviluppato un nostro modo di scrittura ormai da 4 o 5 anni, è venuto in America e ha suonato la chitarra, e il basso quando necessario, nel primo album. Lui mi costruisce le demo per qualsiasi nuova cosa su cui mi metto a lavorare e quindi cambiare è stata la cosa più naturale perché voleva essere un produttore e non aveva mai avuto l'opportunità di lavorare professionalmente in quei panni. Penso che abbia fatto un lavoro fantastico, è stato molto bravo. Ci siamo divertiti anche perché è stato tutto molto naturale rispetto al lavoro fatto con Tony. Non vorrei essere fraintesa: amo Tony Berg e il lavoro che abbiamo fatto insieme, ma è stato molto diverso.
So che A Room Within A Room in effetti è stato registrato nel Kent e mi hai parlato di un ritorno a casa e una ricerca delle atmosfere UK. Tu, inoltre, sei di Sheffield e non ho potuto non notare come in più passaggi si senta molto dei suoni della tua città. Mi riferisco soprattutto a Richard Hawley e alla tua At Least For Now.
Mi piace molto Richard Hawley. Gli scrissi su Instagram dicendogli che mi sarebbe piaciuto da morire aprire uno dei suoi show, lui ha approvato e così ho aperto una delle sue date, a Nottingham. Lo vedo abbastanza spesso perché frequenta un pub qui vicino casa mia. Effettivamente direi proprio che hai fatto centro, anche se non ci avevo mai pensato veramente: Richard Hawley è una reference per At Least For Now. Coles Corner è un disco magnifico e Sheffield è piena di riferimenti e murales dedicati a Hawley.

Guardandoti attorno sulla scena musicale, mi piacerebbe fare due nomi e sapere cosa ne pensi e se vedi queste artiste nel tuo stesso scenario: St. Vincent e Billie Marten.
Conosco Billie Marten anche se onestamente non penso di aver mai davvero approfondito la sua discografia. Se ricordo bene la sentii la prima volta in radio in una sua esibizione a un festival e la sua voce mi colpì. Ma non direi mi abbia influenzata in alcun modo. Discorso diverso invece per St. Vincent: conosco bene la sua musica e penso sia un'artista incredibile, per cui ti ringrazio per il paragone (ride, ndr). La nostra musica probabilmente può essere messa nello stesso genere, molto vicina al rock e penso di poter affermare tranquillamente che anche lei è una grande fan di Bowie. La sua musica è avantguard ma anche art rock, c'è molto storytelling e molta attenzione sulle chitarre. Sì, direi che siamo simili e grazie ancora per il paragone!
Hai nominato Bowie e non posso non chiederti il tuo rapporto con la musica rock degli anni '60 e '70, i cosiddetti grandi classici. Anche perché nella tracklist vedo A Spy In The House Of Love: è un riferimento ai Doors?
No, e grazie per permettermi di specificare che il riferimento è al libro a cui anche la canzone dei Doors fa menzione: A Spy In The House Of Love, appunto, del 1954. Mentre ho scritto il disco ho letto tre libri di Anaïs Nin (l'autrice dello stesso libro, ndr) quindi la vera ispirazione è proprio lei. Penso che anche Jim Morrison fosse appassionato, ma onestamente prima non ero al corrente del fatto che avessero una canzone omonima o con un verso in comune. Tornando al rock anni '60 e '70 che citavi, direi che in a A Room Within A Room ci sono alcune canzoni che effettivamente possono identificarsi in quei decenni. La stessa A Spy In The House Of Love è effettivamente molto anni '60, mentre God, Versions of You o How Do I Reply? sono molto più moderni. C'è un senso di nostalgia ma in chiave moderna: volevo che si sentisse il riferimento al passato ma in una chiave sicuramente moderna e contemporanea. Non sono interessata al "ricreare" qualcosa di già sentito, così come non lo è Conor. Per fare un esempio, A Spy In The House Of Love mi fa piangere perché ci sono gli ottoni che mi ricordano i miei nonni ascoltare i Carpenters o Burt Bacharach.

Vorrei tornare un attimo sul post-Transparent Things. Ti sono stati riconosciuti tanti elogi, tra cui quello di Elton John in persona. Sono stati fonte di pressione o di motivazione?
Direi che sia stata più una motivazione. Ho ricevuto molti apprezzamenti, ma la struttura da cui sono partita non è era già enorme, non avevo delle aspettative da rispettare. Avevo le spalle coperte e in un certo senso speravo che venisse accolto bene, ma non tanto da sentire la pressione. Quindi ogni complimento è stato qualcosa di guadagnato per costruire un pezzetto alla volta nuova autostima. E, al tempo stesso, tutte quelle recensioni un po' nel limbo, le classice 3 stelle su 5, sono state una scusa per dimostrare che ero meglio di così.
Per concludere, faccio un riferimento ad un'intervista che hai fatto proprio con noi un paio di anni fa in cui ci avevi confidato il sogno di scrivere un giorno un libro. Hai iniziato a lavorarci?
(Ride, ndr) Ribadisco che è qualcosa che ho sempre sognato fare, diciamo che ho iniziato ad abbozzare qualcosa ma ho davvero troppe cose da fare e il rischio che esca qualcosa di sciocco e traballante è davvero alto. Mi vedo di più in fase di scrittura tra una decina di anni, quando magari sarò nella quarantina: nessuna fretta, ma prima o poi vorrei scriverlo!