13 aprile 2026

I My New Band Believe oltre i black midi: intervista a Cameron Picton

Tra le band inglesi che hanno reso il Windmill di Brixton uno dei luoghi centrali della New Wave post-Brexit britannica ce ne sono due imprescindibili: i Black Country, New Road e i black midi. Oggi la prima, orfana del suo main singer Isaac Wood ha cambiato leggermente pelle, la seconda non esiste più e alcuni dei suoi caratteri sopravvivono nei progetti solisti di alcuni dei suoi componenti. Per descrivere i My New Band Believe, la neonata band capitanata dal bassista Cameron Picton, bisogna quasi dimenticarsi del tutto della sua ex band. Non solo perché nel disco di debutto suona la chitarra acustica, ma perché proprio non c’è traccia di qualcosa di elettrico. Una regola tradita, per una giusta causa come mi racconta durante la nostra chiacchierata su Zoom solo per i synth dell’opening Target Practice.

C’è stato un periodo in cui le due suddette band si alternavano nei palchi dei vari locali inglesi e non, spesso unendosi sotto lo pseudonimo Black Country, New Midi. Ecco, prendete l’anima orchestrale e acustica dei primi e unitela, a qualche arpeggio ingarbugliato (In The Blink of an Eye), alla narrativa surreale e ai personaggi sbilenchi e ossessionati dei secondi. My New Band Believe è un disco che si muove in un folk inquietante (basta pensare al finale di Heart of Darkness) dove si aprono anche spiragli molto melodici (Love Story). Cameron descrive il suo nuovo progetto, nato per caso durante l’ultimo complicato periodo con i black midi, come un tentativo di sperimentare con un nuovo cantautorato. Per allontanarsi dalle sue vecchie canzoni che oggi percepisce come troppo adolescenziali e legate a un sé stesso giovane e completamente differente dall’attuale, e per ricominciare da zero.

Nel corso dei mesi si è fatto aiutare e accompagnare da diversi amici, fino a che la band si è assestata su Kiran Leonard, Caius Williams, Steve Noble e Andrew Cheetham. Tuttavia, nel disco hanno suonato e collaborato i componenti dei caroline (la loro influenza orchestrale e improvvisativa è evidente, così come il loro imprinting alla produzione), Georgia Ellery e Taylor Skye dei BC,NR e il bassista degli shame, altra band fondamentale del Windmill, Josh Finerty (qui la nostra intervista) .

Tra la violenza e gli incubi di Dennis Cooper, una storia d’amore che si risolve in meno di quattro minuti e riflessioni varie su quanto le ambizioni non reggano spesso il confronto con la realtà una volta realizzate, ascoltare My New Band Believe, per chi segue certi artisti da anni, è un emozionante viaggio nel tempo tra passato, presente e futuro. C’è quel suono che suscita un ricordo, quella frase che ti sorprende e l’oramai consueto senso di sorpresa quando il pezzo prende tutta un’altra piega. I black midi ci continueranno a mancare, ma in piccole particelle non smetteranno di rivivere a fasi alterne.

My New Band Believe
My New Band Believe | (c) Daisy Ayscough and Tomos Ayscough

Come nascono i My New Band Believe?
Ci è voluto molto tempo per arrivare a questo punto e per far sì che la band diventasse quello che è oggi. Il progetto non è partito da un’idea ben precisa. Non è stato il classico caso in cui dici: «Ecco, è proprio questo quello che devo fare». Tutto ha preso forma e si è sviluppato nel corso del tempo partendo da esperienze ed esperimenti diversi. Ogni volta che provavo qualcosa di nuovo e mi piaceva, cercavo di integrarlo nel modo di lavorare della band.

Anche il nome del gruppo è frutto del caso in effetti.
Non avevo la più pallida idea che sarebbe potuto diventare il nome della band. In realtà è un verso che ho scritto mentre ero in hotel in preda a un’intossicazione alimentare. Pure in quel caso, col tempo, mi sono reso conto che aveva un significato speciale.

Prima di iniziare a lavorare a My New Band Believe sei tornato al Windmill per esibirti da solista come gruppo spalla dei Black Country, New Road. Da dove è nato questo bisogno e quanto di ciò che hai scritto in quel periodo è finito nell'album?
Non so, probabilmente solo il 20% di quel materiale concepito mentre lavoravo da solo è finito sul disco, ma questo solo perché ho scritto davvero tantissime canzoni. Il Windmill è sempre un bel posto dove tornare. Anche con i black midi, persino fino all’ultimo periodo poco prima di scioglierci, abbiamo suonato lì. E, sai, pagano anche bene se hai bisogno di un po' di soldi (ride, n.d.r.).

Ti senti ancora a casa al Windmill?
In un certo senso sì, soprattutto perché il tizio che lo gestiva quando ero adolescente (Tim Perry, n.d.r.) cura ancora la direzione artistica, quindi tutto continua a funzionare secondo la stessa filosofia. Poi è normale che le persone che ci lavorano siano cambiate, così come i frequentatori abituali. Ma è nell’ordine delle cose.

My New Band Believe è un disco quasi del tutto acustico, molto diverso dal tuo passato. Come mai?

Non era mia intenzione seguire un approccio preciso, anzi, volevo semplicemente vedere cosa sarebbe successo. Avevo solo strumenti acustici con cui desideravo cercare una direzione senza avere bene in mente quale. Poi mi piace il suono delle chitarre acustiche e, per metterle in risalto, è stato utile escludere l’elettrica, perché spesso succede che mangi tutto il resto. È ovvio che poi hai bisogno anche di un certo “sostegno” a livello di suono. L’esperienza e l’aiuto dei caroline sono stati fondamentali in questo senso per l’abbinamento degli strumenti, soprattutto per quanto riguarda l’uso degli archi. I violini e gli strumenti a fiato hanno generato quel sustain necessario.  Ecco perché hanno un ruolo piuttosto importante, non tanto un “voglio fare un disco folk barocco”.

Tra l’altro, come per Coldplay cover dei caroline, anche Target Practice è stata registrata in stanze diverse.
Sì, il primo verso è stato registrato in studio, mentre il primo ritornello è una specie di registrazione fatta al telefono nella camera da letto di un mio amico. La seconda strofa è stata ripresa in un altro studio con un quartetto d'archi. Il ritornello successivo è invece con una band al completo che suona e la strofa successiva è con chitarre midi e synth. E poi si chiude con una sorta di sound da big band. Non abbiamo rispettato il divieto di utilizzare strumenti elettronici per quel pezzo, ma per una buona ragione (ride, n.d.r.).

Abbiamo citato i Black Country, New Road, i caroline ma anche Josh Finerty, bassista degli shame che ha collaborato al disco. Si può parlare di scena “londinese”?
Penso che sia più una questione di amicizia. Per esempio, Josh è praticamente il mio vicino di casa. Avevo bisogno di qualcuno che venisse ad aiutarmi con i field recordings e lui abita dietro l’angolo, perché non coinvolgerlo? Il più delle volte è così che nascono le nostre collaborazioni, di rado c’è un’intenzione a priori. Anche con Charlie (Wayne, batterista dei Black Country, New Road n.d.r.) è iniziato dal desiderio di fare una session insieme. Ripensandoci, chiunque fosse nei paraggi sarebbe potuto essere coinvolto.

Come crei e da cosa ti lasci ispirare per i personaggi delle tue canzoni?
È qualcosa che mi viene naturale. Accumulo in continuazione idee. Ho un vasto e un ampio archivio di frasi e brani che ho scritto e sono sicuro che una parte di questo materiale verrà utilizzata in futuro, mentre un’altra parte probabilmente rimarrà lì. Ma si tratta semplicemente di cercare di precludersi nulla e avere il più possibile, in modo da avere molto da cui attingere e da adattare. Cerco di parlare di cose universali, come appunto l’avere dei genitori in Opposite Teacher. In parte la mia esperienza c’entra, perché sono io che scrivo la canzone, ma non si tratta necessariamente di me. L’obiettivo è creare qualcosa con cui chiunque possa identificarsi.

Dennis Cooper è tra i tuoi autori di riferimento, cosa ti affascina di più della sua scrittura? Senti di avere degli aspetti in comune?
Mi piace il modo in cui lui descrive la violenza. Ti spinge quasi a chiederti il perché mai si dovrebbe leggere una cosa del genere. Ovviamente, quello che ho fatto io in questo caso è leggermente diverso. Ma penso che semplicemente leggendolo mi sia sentito un po' diverso, come se mi avesse aperto delle porte in termini di come affrontare certi argomenti. Anche a livello di autostima riguardo ad alcune cose che avevo scritto e delle quali non mi sentivo sicuro nel registrarle. Ha acceso una luce.

Actress parla di ambizione e del desiderio di successo e del fatto che quest'ultimo non rispecchi spesso la realtà. Com’è stato ritrovarti in tour in giro per il mondo con i black midi?
Per noi non è stato un cambiamento improvviso perché eravamo piuttosto giovani. Avevamo lasciato la scuola da appena un anno, eppure il tempo che ci è voluto ci è sembrato molto lungo. E poi, con il Covid e tutto quello che è successo nel mezzo, ci è sembrato che tutto andasse a rilento. Nel frattempo, però avevamo fatto un tour mondiale con il primo album. È stata una specie di sorpresa.

Come ti sei sentito nel tornare a suonare dal vivo con una band?
Credo che all’inizio fossimo un po’ nervosi. Ci è voluto un po’ di tempo per prendere il ritmo, il che è normale visto che era da molto tempo che non suonavo in una band del genere. Gli ultimi concerti mi sono piaciuti davvero tanto. E, sai, credo che suonare ogni volta con persone diverse abbia influito. Mi sono concentrato sempre meno su quello che faccio e sempre di più sull'ascoltare quello che fanno gli altri e cercare di reagire ai loro suoni. Non è una cosa che mi succedeva spesso negli ultimi tempi con i black midi.

Per quanto riguarda i black midi, ora che fai musica in modo molto differente, cosa pensi quando ascolti le tue vecchie canzoni? In futuro potresti suonarle in una nuova versione?
Non lo so. Credo semplicemente di essere interessato a creare qualcosa di diverso. Non c’è motivo per non farlo prima o poi, ma al momento ci sono un sacco di altre canzoni che preferirei suonare. Sono orgoglioso del lavoro che abbiamo fatto, ma è un po' come se, almeno per il momento, e non lo intendo in senso dispregiativo, mi sembri una musica un po' infantile nel senso che eravamo letteralmente adolescenti quando l'abbiamo scritta. Quindi penso che abbia senso, almeno per il prossimo futuro, non tornarci troppo sopra. Tra l'altro non ascolto quasi mai i dischi che ho fatto dopo che sono usciti.

Che futuro ti immagini per i My New Band Believe?

Voglio registrare un altro disco. Ho scoperto che immaginare un futuro a più di un mese di distanza non è il massimo. Le cose semplicemente non vanno come te le immagini. Quindi è meglio pensare all’immediato. E poi cercare di fare il più possibile quello che vuoi fare finché sei ancora motivato a farlo. Se pensi: “Tra un anno e tre settimane voglio fare questo”, probabilmente tra circa sei mesi avrai cambiato idea. Non c'è motivo di impegnarsi in modo tale da rimanere sconvolti quando le cose non vanno come previsto.