“Nonostante sia stata dura, amiamo ciò che facciamo”: intervista agli Indoor Pets

by A. D. Sanders

Finalmente oggi esce “Be Content”, l’album di debutto degli Indoor Pets. Potreste già averli sentiti qualche tempo fa con il nome “Get Inuit”, cambiato a causa di una protesta sorta in rete da parte della comunità Inuit, che temeva di venire scavalcata nelle ricerche su Google da una band di pischelli inglesi. A causa di ciò i suddetti pischelli si sono dovuti reinventare un’identità, a scapito del rischio di perdere qualche fan per strada. “Be Content” ha delle sonorità interessanti, un misto fra momenti surf rock e riferimenti grunge – d’altronde, come ci confermano loro stessi, i Beach Boys e i Nirvana sono i loro più grandi punti di riferimento. Senza dimenticare comunque le influenze Brit Pop e indie punk che ritornano durante tutto l’album. Colpisce l’orecchiabilità dei brani, e non è un caso che il primo singolo Hi sia stato apprezzato da diversi dj radiofonici inglesi fra cui Annie Mac di BBC radio 1. E se andate a sentirli dal vivo, vi accorgerete subito di una certa alchimia, perché nonostante i ragazzi siano tutti molto giovani, hanno già diversi anni di gavetta alle spalle.

Per capirne di più siamo andati a scambiare quattro chiacchiere con Jamie Glass (cantante e chitarrista), Ollie Nunn (bassista), James Simpson (chitarrista) & Rob Simpson (batterista). Li incontriamo al Legend Club di Milano, in occasione della loro esibizione in apertura agli Ash.

Ciao ragazzi, benvenuti in Italia. È la vostra prima volta qui, come vi sentite a riguardo?

Tutti: Ciao, grazie!

Jamie: Sono nervoso, perché tutti gli italiani che conosco sono molto diretti e onesti, quindi so che se non suoneremo bene (risate)… ce lo diranno subito, quindi sì, sono un po’ teso. Vogliamo colpirli e fare una bella impressione.

È una cosa buona avere un pubblico schietto e onesto, no?

J: Sì, assolutamente. Stando a quello che abbiamo sentito, il pubblico in Europa ascolta molto di più. A Londra la gente beve e parla mentre suoni, mentre qui c’è più attenzione e la cosa mi piace.

Parliamo un po’ del vostro debut album in uscita “Be Content”, in cui c’è un riferimento letterale e uno più sottile al mondo dei social media, dove siete molto presenti. Qual è stata l’idea che vi ha portato a scegliere un titolo del genere, che può avere questa doppia interpretazione?

J: Abbiamo scelto questo titolo perché praticamente il tema generale di tutte le canzoni deriva da me che cerco di essere una persona migliore, di essere in pace con me stesso, perché sono abbastanza ansioso la maggior parte del tempo. Le canzoni parlano di questo, dell’essere soddisfatto (be content ndr). Non voglio avere milioni di sterline, un sacco di soldi, voglio solo essere felice con me stesso. Ma come hai sottolineato, abbiamo anche una grande presenza sui social media e quindi era divertente in questo senso giocare sul doppio  significato di “content”: essere non solo felici (content ndr) ma essere anche sempre online, come il tempo passato sugli smartphones, che ormai è una vera e propria dipendenza del ventunesimo secolo. Quindi sì, è un po’ tutte e due le cose.

Riguardo al rapporto con gli smartphone, cosa pensate delle persone che passano i concerti con il cellulare in mano tutto il tempo? Vi piace che le persone vi filmino mentre suonate o è una cosa che condannate come fa ad esempio Jack White?

J: A lui non piacciono molto, vero? (ride). Non direi che è una cosa che condanno, perché la faccio anch’io quando vado a sentire altre band. Mi piace avere dei brevi video ricordo. Di solito lo faccio solo una volta e poi metto via il cellulare. Così registro il momento di cui mi voglio ricordare e non faccio come alcune persone che registrano tutto il concerto e passano il tempo con gli occhi incollati allo schermo e non vivono il momento. Ma comunque non lo condanno, sarei ipocrita se lo facessi. (ride)

Parlando dell’artwork, ho trovato divertente il fatto che abbiate nascosto al suo interno la tracklist, un po’ nello stile di “Find Waldo”.

J: (ride) Ci fa piacere, quella è stata un’idea del nostro batterista Rob.

Rob: Ciaoo!

J: Lo scopo era quello di fare un artwork che potesse comunicare diverse cose. Non è solo un visual concept ma un mondo dove puoi entrare, camminare e scoprire i segreti della band e la sua storia. Perchè se è un buon artwork è un buon artwork, ma se vuoi fare in modo che qualcuno passi del tempo a guardarlo per più di un paio minuti, questo è un modo intelligente per farlo ed è questo ciò che Rob voleva ottenere.

Avete dovuto cambiare il vostro primo nome “Get Inuit” per via di una polemica con la comunità Inuit. Come avete scelto il nome attuale?

J: Abbiamo passato mesi a trovare il nome giusto. Volevamo qualcosa che suonasse simile al primo e che stesse bene con il logo, perché non volevamo che la gente non ci riconoscesse o che si dimenticasse del nostro logo. Abbiamo passato circa un mese sul van a dire nomi ad alta voce e Indoor Pets è stato il primo nome che nessuno ha veramente odiato. (ridono).

R: No, è stato il secondo nome! Perché il primo della lista era già stato usato da una band australiana.

J: Ah sì, è vero. Comunque quando ero piccolo avevo molti animali domestici, mentre Rob e James avevano dei gatti e noi stessi siamo abbastanza addomesticati, quindi direi che Indoor Pets calza a pennello.

E questa è solo una delle complicazioni che avete dovuto affrontare: vi hanno addirittura rubato tutta la strumentazione… Ho visto che la Fender vi ha dato gli strumenti per finire questo tour e che anche la vostra raccolta fondi ha avuto un grande successo, tanto che ne ha parlato perfino la BBC (a fine ottobre dello scorso hanno la band era stata derubata di tutta la strumentazione durante il tour e aveva deciso di organizzare un crowdfunding regalando tovagliette da tè in cambio di donazioni, ndr).

J: Sì, vero. Siamo arrivati al punto in cui io e Ollie (che vivevamo insieme) impacchettavamo tutto il giorno queste tovagliette. E al terzo giorno, dopo averne fatte 600 o 700 abbiamo capito che dovevamo terminare la campagna. Abbiamo ricevuto una donazione di circa ₤7.000, un risultato straordinario. Ora siamo la tea towel band (ride). Il che è ok… alla fine ci sono cose peggiori per cui essere ricordati. (ride)

Ho anche letto che i Nothing But Thieves si sono offerti di prestarvi la loro strumentazione. È vero?

J: Sì, l’hanno fatto. Il nostro tour manager è un loro amico, così ci hanno detto che se avessimo avuto bisogno di qualsiasi loro strumento, ce l’avrebbero prestato senza problemi. Ma noi ci siamo spaventati, perché la loro strumentazione è decisamente migliore della nostra. (ride)

Forse l’hanno fatto perché si sentivano in colpa…

J: Eh in effetti hai ragione. Sono pur sempre nient’altro che ladri (riferimento al nome Nothing But Thieves, ndr). (ride) Comunque a parte gli scherzi non sono stati gli unici ad averci offerto una mano. I Bad Sounds, una band molto figa con cui eravamo in tour la sera che ci hanno derubati, ci ha donato tutto il cachet della serata in cui avremmo dovuto suonare, offrendoci anche i proventi del loro merchandising. Quindi diverse band sono state veramente carine con noi, e questo significa tanto. In un certo senso è difficile ripensare con rancore a quell’episodio, vedendo poi tutto l’affetto e il supporto che abbiamo ricevuto dagli altri.

Però ne avete passate di belle… Come avete trovato la forza per reagire e tirare avanti?

J: Si dice che la definizione di follia sia fare la stessa cosa per un milione di volte, aspettandosi risultati diversi. (ride) Non so… nonostante sia stata dura, amiamo ciò che facciamo. Se ci fossimo arresi due anni fa, ora non ci troveremmo qui in Italia a suonare, quindi ne è valsa decisamente la pena. Penso che la chiave sia tenere in prospettiva le cose. Se vuoi diventare Lady Gaga, allora forse se in cinque anni ti succedono queste cose, è un segno che è meglio smettere. Ma noi vogliamo solo suonare in giro per il mondo davanti ad un pubblico. Ma ad essere onesti, nonostante i momenti brutti passati, non possiamo dire di non essere felici, perché stiamo facendo esattamente ciò che vogliamo. Quindi se mantieni le tue aspettative in modo realistico, allora puoi godertela. E sì è stata dura affrontare il furto della strumentazione e dover cambiare nome, ma è anche vero che adesso la gente che ci vede con un nome nuovo realizza che suoniamo da cinque  anni e la cosa li colpisce di più. La nostra etichetta ci ha detto la stessa cosa: non capiamo come facciate ad essere così bravi dal vivo. Quando in realtà suoniamo da anni, solo che ora abbiamo una nuova identità con un nome nuovo.

Stalkerando il tuo profilo Facebook, ho letto un tuo post interessante in cui dici che cercare di diventare una rockstar è un po’ come cercare di farsi mordere dai ragni sperando di diventare Spiderman. Pensi che la musica al giorno d’oggi abbia bisogno di un supereroe, di qualcuno che la salvi?

J: No, non penso. Perché ogni volta che  salta fuori un discorso del genere, come ad esempio “la guitar music è morta“, arriva una band e cambia tutto senza volerlo. Se noi iniziassimo a sperare di salvare la guitar music, non ci vorresti ascoltare, penseresti che siamo pazzi. Quello che hanno fatto gli Arctic Monkeys lo scorso decennio per l’indie rock o quello che hanno fatto i Nirvana negli anni Novanta… nessuna di questa band aveva lo scopo di salvare la guitar music, volevano solo divertirsi ed è il motivo per cui sono riusciti a creare delle scene del genere. Non penso che la musica vada salvata, perché messa così sembra una richiesta noiosa e se hai sedici anni non è divertente. Quello che è divertente è suonare in uno scantinato e diventare qualcuno. Quindi no, non penso che la musica vada salvata. Penso che la questione vada presa meno seriamente.

Qual è la data del vostro tour per cui siete più emozionati?

Dobbiamo suonare a Londra in questa venue che si chiama Scala che è una  sorta di teatro, con questa sala concerti enorme. Ci abbiamo già suonato prima ma solo come gruppo spalla. Ci sarà il doppio del pubblico che abbiamo di solito, oltre un migliaio di spettatori. Quindi sì, se intendi questo per emozionato, sappi che non ho dormito per giorni interi al pensiero (ride), perché mi terrorizza, ma sì non vedo l’ora di suonarci.

Per quanto riguarda le vostre influenze, quali sono le band che più vi hanno ispirato?

J: Voi che dite ragazzi? (rivolto agli altri componenti della band)

Ollie: Non lo so, sei tu quello che scrive le canzoni.

J: Sì ok, ma puoi dire anche tu qualcosa. Quali sono i tuoi riferimenti musicali da bassista?

O: Quando Jamie è venuto da me chiedendomi se volevo suonare il basso nella sua band, all’epoca non sapevo suonare nessuno strumento.

J: Te l’ho proposto solo perchè eri molto bello. (ridono tutti)

O: Alla fine ho preso spunto da Jared Followill, il bassista dei Kings of Leon, che si era trovato in una situazione simile. E così anche se non sono il loro più grande fan, è  stato importante come esempio da seguire.

J: A livello di sound della band direi che è un misto fra le influenze grunge dei Nirvana e le melodie surf dei Beach Boys. Però ci sono anche influenze dei Pixies che ascoltiamo molto. Io personalmente adoro band come i Teenage Fanclub, in generale un sacco di band Brit Pop degli anni Novanta come gli Ash (lo dice sussurrando, visto che sono nella stanza di fianco alla nostra ndr).

(risate)

Come funziona il vostro processo creativo? Create insieme in sala prove o c’è qualcuno che scrive le canzoni e poi le porta agli altri?

R: Ogni canzone dell’album è nata dalle demo che ci porta Jamie, su cui poi lavoriamo.

J: Sì, anche se in realtà siamo molto digitali in questo, non ci piace essere tutti nella stessa stanza (ride).  Ci mandiamo tutto via computer, varie idee, pezzi di brani e lavoriamo su questi. Alla fine quando dobbiamo registrare, ci ritroviamo con un sacco di canzoni e scegliamo le nostre preferite. È un processo lento, ma penso sia meglio che lavorare su una singola canzone, perchè se ne avessi solo una e agli altri non piacesse, cadrei in depressione (risate). Ma così ne abbiamo tante e quindi possiamo scegliere.

E com’è stato per il vostro album? Voglio dire, avete molte canzoni, in base a cosa avete scelto quali mettere nell’album?

J: È stato veramente difficile farlo. Ma in un certo senso è stato naturale, alla fine della giornata sapevamo quali canzoni dovevano far parte dell’album.

Pubblicherete le altre canzoni che non hanno trovato spazio in questo nei prossimi album? Mi riferisco ad esempio a pezzi come All My Friends.

J: Sì, ci sono alcuni brani come questo o come So Soon che abbiamo fatto uscire recentemente come singoli. Non è che non li volessimo nell’album, ma semplicemente sentivamo che non erano coerenti con le tematiche generali. Sono stati scritti come singoli, mentre nell’album ci sono canzoni decisamente più vecchie, ma che sono nate con l’idea di metterle in un album. Nessuno di noi ha avuto da ridire su questa scelta, tutti sentivamo che era la cosa giusta. Se non avessimo fatto così sarebbe stato come fare una compilation più che un album, anche se ha significato dover tagliare fuori canzoni che magari alle persone piacevano. Comunque le suoniamo lo stesso dal vivo, non vogliamo suonare solo i brani dell’album.

Immagino sia difficile avere un concept lineare dietro a un debut album, visto che la maggior parte delle volte è il risultato di anni e anni di lavoro.

J: Sì, assolutamente. Per il secondo album sarà diverso. Sogno di cominciare da zero e finirlo tutto in un lasso di tempo delimitato.

Quello che colpisce di “Be Content” è il fatto che molte canzoni potrebbero essere dei potenziali singoli.

J: Si, sentiamo che molte canzoni potrebbero essere dei singoli, ma nessuna avrebbe successo (risate).

O: Dai, c’è del potenziale.

J: Sì, potrebbero esserci delle hit estive lì dentro, ma nessuna di loro lo diventerà (risate). Ci dicono spesso che scriviamo delle bangers, che è la parola che si usa in Inghilterra per definire un pezzo che funziona subito.

O: L’unica regola per quest’album è stata “no filler”, niente riempitivi inutili.

Jamie, tu prima hai detto di essere ansioso. Come affronti la cosa considerato il fatto che sei il cantante della band? Alla fine ti ritrovi ad esibirti davanti a molte persone, cosa che non aiuta con l’ansia, immagino.

J: Ho costruito una sorta di personaggio: ci sono io, Jamie, e poi c’è Jamie di Twitter e Jamie degli Indoor Pets, che è una sorta di versione da cartone animato di me stesso. Ed è questo che mi rende sicuro nell’esibirmi di fronte a molte persone,  fare battute e a volte fare quello un po’ sciocco, un po’ stupido. Ci riesco facilmente perché non mi sento me stesso, ma un personaggio che impersonifico. Poi quando scendo dal palco o quando torno a casa è sempre dura, è come un risveglio alla realtà. Anche adesso, durante questa intervista, è come se stessi facendo una performance, così come quando parlo con le persone che mi circondano. Poi quando torniamo sul bus, divento silenzioso e ho bisogno di tempo per tornare alla realtà. È come se separassi il mio io del palco dal mio io della vita reale. Sono due persone diverse, ma entrambe fantastiche. (risate)

Ecco, questo era il mio io versione performer. (ride ancora)

Tornerete presto a suonare in Italia?

J: Lo spero, ma prima vediamo come va stasera (ride). Perché se va male non torneremo mai più (ride). No ovviamente, speriamo di ritornare, possibilmente con degli headliner show, visto che abbiamo già diversi fan in Italia che ci chiedono di venire qui a suonare. Quindi sì, sarebbe grandioso poterlo fare.

Volete dire qualcosa ai nostri lettori?

J: Sì. Non odiatemi. (ride) No, a parte gli scherzi, sentitevi il nostro album, voglio solo che le persone lo ascoltino e gli diano una possibilità. Non voglio certo mettermi a dire che sia bello o brutto, ma dategli una chance e penso che vi piacerà.

Si ringrazia Maria Vittoria Perin per la collaborazione e la realizzazione di questa intervista.

 

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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