Pensi che il guitar rock sia morto? Ecco 10 band che ti faranno ricredere

by Jacopo Giovanni Peroni

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Riuscite a sentirla? Sta suonando, ormai da anni e senza cenni di risposta, la campanella del più fittizio e meta-musicale incontro di boxe contemporanea; all’angolo, stremato e strapazzato, siede così il nostro eroe, conciato ufficialmente per le feste come quel coniglietto di cioccolato Lindt del Natale 2014 dimenticato nel bagagliaio in tempo per l’agosto dei caldi record: chiamatelo Garage Rock, Indie Rock o Guitar Indie, tanto non è importante, considerati i decenni trascorsi in prima linea che ne moltiplicarono le identità e sfaccettature. Vittima delle inserzioni di un qualsiasi Spotify con le sue Top 50 Viral e dell’ennesimo gruppo che si sente originalmente ispirato nel mentre una gioiosa lacrima malinconica ne macchia il sintetizzatore anni ’80, viene accusato dai più di non aver alcunché da dire ancora e di essere uno scomodo ricordo del passato, ogni tanto Nietzschemente riesumato per far scena da qualcheduno di un po’ sbarazzino o (in slang) “edgy”. Piantandola con le mie generalizzazioni da quattro soldi, a NoisyRoad comunque non la pensiamo così ed ogni tanto abbiamo bisogno di quel je-ne-sais-quoi di sound sporco/grezzo che ci spinga, una qualunque domenica pomeriggio, a prendere una macchinetta per farci il più deciso dei tagli mohawk in testa (prima di pentirsene il giorno dopo vedendo riflessi in un gioco di specchi della metro le chiazze della capigliatura stile dalmata) (apro una seconda parentesi per scrivere che NoisyRoad declina ogni responsabilità a riguardo). A tal proposito, i vertici della vostra più amata webzine, mi hanno passato una lista di freschissime leve del genere che rendono nuova linfa vitale alla stanca vecchia guardia, incaricandomi quindi di farne da negoziatore e non solo. Se non vedete alcuna potenzialità nelle prossime band, significa che non siete qui per ascoltare, ma per dissacrare. Con questa massima made-in-strada, chiudo l’intro prima che diventi l’80% dell’articolo.

Italia 90
Quando il rito di iniziazione vecchia scuola ad una band comprende l’evitare flotte di video su YouTube riguardanti i Mondiali, Baggio e varie Notti Magiche, forse inizi a realizzare di aver trovato una perla puramente punk ed anticonformista. Pezzi veloci e coincisi che tassativamente non superano i due minuti, in favore di tonnellate di grinta mosse in scioltezza tra linee di basso oggi iconiche. Per chi vorrebbe degli Slaves meno comici: questi sono gli Italia 90.

Ascoltali qui o se, preferisci la piattaforma che ancora nel 2018 ospita la celeberrima suoneria trash “Materazzi ha fatto gol“, qui.

 

Cabbage
Viaggiando tra i commenti del Tubo sotto un videoclip dei Cabbage, si può trovare inciso nella pietra di 47 meritati likes un commento che recita a riguardo di questo gruppo: “The Fall meets the Pistols.” Onestamente? Non posso fare altro che concordare pienamente con il giovane dietro tale affermazione. Inglesi, liberamente critici e a metà strada tra alternative rock e punk, i Cabbage fanno parte di quella schiera di band il cui ritmo non lascia di certo immobili (leggi la nostra intervista qui). Sfido chiunque a dire il contrario e se anche ci fosse, sappiamo tutti che mentirebbe.

Li puoi trovare su Spotify o sul loro canale Youtube.

 

Deaf Radio
Mesi e mesi fa, quando ancora ero un semplice padawan tra queste pagine, scrissi la mia prima recensione proprio per l’album di debutto del gruppo a cui è dedicato il seguente paragrafo: i Deaf Radio. Originari di Atene, sono riusciti ad elaborare in Europa una declinazione più che vincente del desert rock: un’ode alla scuola dei Kyuss e Queens Of The Stone Age, con il rispetto dell’assoluto mantra dell’originalità lungo i binari dei precursori. Il mordente, che caratterizzava “Alarm” allora, stenta a svenire, persino a quasi due anni dall’uscita. Per me, uno degli album più completi dell’ultimo periodo all’interno di questo filone.

Tranquilli tutti, non c’è bisogno di prenotare il primo volo per la Grecia (anche se, tutto sommato…), sono reperibili sia sul gigante dello streaming sia sul buon vecchio ‘Tubo.

 

Shame
Non sarebbe completamente sbagliato annoverare gli Shame in una macro classe dalle mura visibilmente punk insieme ai Cabbage, visti poco fa, ma sicuramente non sarebbe del tutto corretto. A differenza di altri gruppi infatti, gli Shame si distinguono per le sonorità più rasenti il post-punk sullo sfondo di testi che non risparmiano niente per nessuno (leggi il nostro articolo qui). Ne è un esempio il brano sotto riportato, poiché si concretizza in una critica senza mezzi termini dell’industria musicale e di come certe testate siano colpevoli di promuovere esclusivamente brani usa&getta, commercialmente memorabili a tratti.

Sarò di parte, ma dubito che NoisyRoad possa mai cadere in quest’ultimo errore; per questo trovi qui la pagina Spotify degli Shame e il loro canale.

 

Stonerror
Ok, ok, lo ammetto. Per questa band non fu troppo complicato catturare la mia attenzione tra i vari album suggeriti, ma d’altronde come potevo non approfondire un CD che avesse sulla cover una Challenger di fine anni sessanta, uscita direttamente da un film di Tarantino? Dai. Comunque, dal nome, avrete già sicuramente capito che genere possano mai fare dei ragazzi chiamati Stonerror: malgrado fossi stato abbindolato dalla copertina come nelle peggiori televendite dei primi del duemila, dal riff di apertura capii immediatamente che il mio intuito forse non mentiva. Sonorità graffianti e post produzione dei singoli suoni ridotta allo stretto essenziale con immancabili luci saturate come nei migliori b-movie.

Se anni fa era andato a buon fine il crowdfunding storico di un’insalata di patate, noi possiamo regalare a questi ragazzi qualche iscritto in più sul canale o visita sul loro profilo Spotify. Se lo meritano già dalla copertina dell’album, ma non solo.

 

Flasher
Molto probabilmente la più recente formazione in questa raccolta, i Flasher sono un trio originario di Washington D.C., contraddistinto da un sound prevalentemente e spensieratamente upbeat. Appena pochi mesi fa hanno rilasciato il loro album d’esordio, che si è rilevato essere una gemma underground senza definizione temporale (nel senso positivo del termine).

Sai già cosa “linko” prima qua e poi qui.

 

Sasquatch
Malgrado siano dalla parte opposta dello spettro rispetto ai precedenti Flasher in termini di età, non potevo astenermi dall’aggiungere i Sasquatch alla lista per via del loro ultimo album, “Maneuvers”, uscito a giugno dell’anno scorso. Un CD da nove tracce permeate di un’apparente semplicità compositiva che si rifà palesemente a figure chiave del passato di un rock sfumato tra influenze classiche, stoner e psichedeliche.

Dritto in cuffia su Spotify. Non c’è bisogno di ringraziare.

 

Ought
I lettori più accaniti potranno ricordarsi dell’apparizione degli Ought, di qualche giorno fa, tra i 10 nomi internazionali da vedere a Milano dal vivo nei prossimi mesi. Tranquilli, non vi stancherò ripetendo quanto scritto in quelle righe, ma mi limiterò però a ricordare e sottolinearne nuovamente la singolare natura artisticamente post punk che da sempre li accompagna.

Puoi vederli all’Ohibò oppure spoilerarti subito la sorpresa cliccando qui.

 

Sorry
Sulla stessa falsariga più calma e rilassata degli Ought, rispetto agli altri gruppi sopra presentati, si collocano anche i Sorry, in parole povere: un gruppo, un enigma. I loro brani infatti vengono costantemente avvolti da un sempre presente alone di mistero low-fi, che sfocia in momentanei ed epifanici intrecci con parvenze di elettronica. Tuttavia il centro dell’attenzione rimane inchiodato sui giri di una lentamente ipnotica chitarra elettrica, come nel brano qui riportato.

A te la scelta: decifrare i loro video o limitarsi all’ascolto?

 

Sports Team
Serena sintesi dell’indie rock più classico e universalmente riconoscibile, che usa il personaggio di Ashton Kutcher come metafora interna di un singolo di riferimento (questo lo aggiungiamo alla lista di “cose che mai avrei pensato di scrivere). Serve davvero aggiungere altro? Questi sono gli Sports Team, una band senza la quale le foglie dell’albero dell’indie non potrebbero continuare ad inverdire.

Non lo nego: c’avevo pensato di mettere un link simpaticone che rimandava ad una foto di Kutcher originale, ma c’è tempo e luogo per questi “RickRoll” fortunatamente dimenticati. Tempo che potreste sfruttare ascoltando gli Sports Team su Spotify o Youtube.

 

Black Rainbows
Sì, lo so. Il titolo dell’articolo parla chiaro. Dieci band, non undici. Ho deciso però di prendere in prestito qualche licenza creativa (che poi in un futuro restituirò, prometto, NoisyRoad) per aggiungere anche una band nostrana che ho scoperto da poco: i Black Rainbows, una sorta di opposto asintotico della definizione comunemente accettata di “indie”. Anzi, apriamo una bella parentesi riflessiva su un tema che ci attanaglia da anni: ma cosa è indie e cosa non lo è? Long story short, per dirla all’anglofona: nessuno lo sa con certezza (cioè, sì lo sappiamo tutti, ma ammettiamo che sia invece così ai fini della seguente supercazzola simil sabbie mobili). Indie, per me, è semplicemente qualsiasi sonorità indipendente, da cosa poi spetta ad ognuno di noi deciderlo. Quindi perché non includere anche un sound psych rock talmente degno di nota, che, oltre a riflettere più o meno i criteri per aggiungersi a questo branco di chitarre indiesponenti (faccio pure le grandi battute oggi),  ha ipnotizzato la mia mano nel fare un copia&incolla lampo del video qui sotto?

Prima che la mia copertura salti e mi metta ad urlare in un auricolare “tiratemi fuori” un paio di volte, come nei peggio film stereotipati, lascio qui il profilo Spotify dei Black Rainbows.

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Jacopo Giovanni Peroni

Applicazione diretta del metodo socratico.

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