07 novembre 2025

Kingfishr: intervista ai nuovi eroi del folk dall'Irlanda

Quella dei Kingfishr è una bellissima storia: tre amici che si conoscono all'università di Limerick in Irlanda e decidono di tirare su una band e scrivere qualche canzone per ammazzare il tempo. Ben presto la cosa sfugge di mano, e la loro musica si espande con il mezzo più potente di sempre: il passaparola. Il loro indie folk dalle radici profondamente irlandesi - il nome stesso del trio è un riferimento al martin pescatore, uccello molto diffuso in patria - ben presto contagia a macchia d'olio tutti quelli che ne vengono a contatto. Iniziano così a suonare alle feste studentesche, nei pub (fanno persino un tour nelle cucine private!) e nel giro di pochissimo si ritrovano a suonare davanti a migliaia di persone con un tour internazionale già quasi tutto sold out (fra cui la data italiana del 10 novembre al Circolo Magnolia). Pubblicano qualcosa come 30 canzoni, e solo dopo fanno uscire il loro album d'esordio Halcyon, uscito lo scorso 22 agosto e subito volato in cima alle classifiche in Irlanda e Regno Unito. Eppure, come mi racconteranno gli stessi Eddie Keogh (voce e chitarra) e Eoghan 'McGoo' McGrath (banjo) questo album è per loro una sorta di chiusura di un cerchio, più che l'inizio di un capitolo. Quello che è certo è che la storia dei Kingfishr è appena iniziata e ha generato un tale hype che non si vedeva da tanto in un genere come il folk.

Kingfishr, folk band irlandese: Eddie Keogh, Eoghan "McGoo" McGrath ed Eoin "Fitz" Fitzgibbon
Kingfishr | Foto press

Siete una delle band più acclamate del momento, state riscuotendo un successo incredibile eppure sembrate non inseguire minimante tutto questo hype che siete riusciti a generare.

Eoghan 'McGoo' McGrath: Per noi è pazzesco essere trasmessi dalle radio in Italia, essendo partiti solo poco fa da Limerick, in Irlanda, dove suonavamo in una piccola cucina e alle feste universitarie. È incredibile e ci stiamo divertendo un sacco! Apprezzo molto il tuo commento: non cerchiamo clamore, facciamo semplicemente la nostra musica senza inseguire le tendenze. Per fortuna le persone hanno iniziato subito a capirlo e connettersi con i nostri brani. Siamo davvero grati per questo. 

Sicuramente una bella storia che sarà di esempio per molte band emergenti: si può ancora avere successo al giorno d’oggi rimanendo se stessi e senza doversi svendere.

McGoo: Certo! La musica che fai, se la ami, avrà sempre un pubblico e un posto in questo mondo. La cosa migliore che puoi fare per te stesso e per la tua carriera è essere il più onesto possibile con la musica che vuoi creare, invece di cercare di conformarti ai trend dei social media o dell’IA. Poi è naturale che come artisti abbiamo delle influenze e a volte potremmo tendere a suonare come altri, anche solo subliminalmente. Ma alla fine le persone cercano la sincerità nella musica e credo che questo abbia giocato a nostro favore, perché la nostra ha un aspetto veramente autentico. E poi c’è sicuramente anche quel tocco irlandese che il pubblico apprezza molto in questo periodo. 

In effetti sembra che stiamo vivendo una nuova età dell’oro per la scena irlandese: non solo musica, ma anche cinema, letteratura…

McGoo: È vero, siamo molto fortunati. Ci sono molti artisti irlandesi di tendenza in questo periodo storico, sì.  

Edmond Keogh: Hey! Ciao ragazzi, come va? Scusate, non sono riuscito a usare il mio laptop, sono riuscito a connettermi col telefono solo ora!

Ciao Eddie, benvenuto! Dove ti trovi?

Eddie: Siamo tutti sparsi un po’ ovunque (ride, ndr). Io adesso sono andato a trovare mia sorella e la mia famiglia… McGoo, tu dove sei? 

McGoo: Sono nella fattoria a Tipperary (dove registrano le loro canzoni, ndr). Sono fuori con i vitelli e le mucche. È una giornata splendida!

Con McGoo stavamo giusto parlando della popolarità di cui gode l’arte irlandese al giorno d'oggi.

Eddie: È… bizzarro, ad essere sinceri. Ho riflettuto molto sul perché tutto questo sia accaduto. Penso che probabilmente sia una reazione a tutto ciò che c’è di digitale nel mondo: a livello globale, l’Irlanda è probabilmente il posto meno digitale! Qui è tutta una questione di erba, mucche, bei campi e un po’ di sole che fa capolino per tre giorni all’anno (ride, ndr).

Quindi in sostanza abbiamo il folk e post-punk irlandese come risposta al K-pop dell’iper-tecnologica Corea del Sud?

Eddie: (ride, ndr) A quanto pare ora noi irlandesi siamo nemici della Corea del Sud! Scherzi a parte, penso solo che siano delle tendenze che oscillano avanti e indietro nel tempo. Alla fine la controcultura è esistita fin dall’alba dei tempi: qualunque cosa non sia popolare alla fine lo diventa. Tutte le tendenze nascono quasi sempre prima sotto forma visiva e poi si estendono negli altri spazi artistici che andranno a occupare.  Non penso sia stato un caso che i primi ad emergere siano stati gli attori irlandesi: Barry Keoghan, Cillian Murphy, Paul Mescal… Senza dimenticare il film The Banshees of Inisherin (uscito in Italia con il titolo Gli spiriti dell’isola, ndr). 

Tutto questo ha fatto da precursore a ciò che è venuto dopo, un punto di riferimento visivo rispetto a ciò che c’è ora nella scena musicale nostrana. Ad esempio Zach Bryan, il cui stile musicale è così crudo, è riuscito a realizzare l’evento a pagamento più grande nella storia americana: il pubblico lo ama. Noi come band siamo stati molto fortunati a ritrovarci in prima linea e a intercettare quest’onda particolare al momento giusto. Sono sicuro che tra cinque anni sarà una cosa completamente diversa, o magari anche tra dieci minuti, chissà. 

Dato che hai tirato in ballo il cinema, un aspetto che colpisce della vostra musica è che è molto evocativa: sarebbe perfetta per un film. Avete mai pensato di scrivere anche per il grande schermo?

Eddie: A dire il vero sarebbe fantastico, una prospettiva molto interessante. Mi piacerebbe davvero tanto. Voglio dire, se i creatori di James Bond volessero avere una versione al banjo di James Bond… credo che io, McGoo e Fitz saremmo più che felici di farla! (ride, ndr).

Ma no guarda, coglieremmo qualsiasi occasione si presenti. Al momento ci piace suonare dal vivo. E penso che quella sia probabilmente la parte che ci piace di più (che poi comunque ci piace tutto…) ma chi lo sa! Se ci fosse un’opportunità o qualcuno volesse fare qualcosa con noi, perché no? Qualsiasi opportunità si presenti in questo senso penso che sarebbe stupido rifiutarla. 

Kingfishr
Kingfishr | Foto press

Parliamo un po’ del vostro primo album: Halcyon non suona minimamente come un esordio.

Eddie: Sì, è stata una cosa divertente. Lo stile delle nostre uscite e tutto il resto… abbiamo pubblicato quasi 30 brani singolarmente — forse adesso sono proprio 30, non ne sono sicuro — ma ovviamente è molto più di un album. Mettere insieme tutti quei pezzi e poi aggiungerne altri cinque o sei, o qualcuno in più che non era ancora uscito, è stato un po’ come tirare le somme di un percorso. Forse siamo cresciuti molto “in pubblico”. Di solito le band fanno gavetta per anni, suonano in città, sperimentano, e solo dopo arrivano in studio o trovano la loro configurazione ideale. Noi invece abbiamo vissuto quasi tutto al contrario. Ci siamo trovati in certe situazioni da subito e da lì siamo partiti. L’uscita di Halcyon per noi rappresenta un po’ la chiusura di un capitolo — che è una cosa strana da dire per un album d’esordio. Apprezzo che non sembri che non sappiamo cosa stiamo facendo… perché, a quanto pare, siamo riusciti a ingannarvi bene! (ride) I brani ci rappresentano pienamente fino a questo punto, e siamo davvero orgogliosi di tutto quello che sta succedendo e di ciò che stiamo costruendo. Giorni felici!

Il titolo dell'album è ambivalente: da un lato il riferimento al martin pescatore, dall’altro è un termine che può indicare un periodo d’oro, florido e felice.

Eddie: Sì, non avevo mai sentito quella parola prima. Poi l’ho vista in un libro e ho pensato… non che legga libri, eh — quelli sono per nerd! (ride, ndr.) Però sì, l’ho trovata lì, non sapevo cosa volesse dire, l’ho cercata su Google e ho pensato: “Ecco, questo desiderio ci rappresenta così bene.” Molte delle nostre canzoni nascono proprio da quel punto di vista: ci sono momenti in cui hai sbagliato, cose che vuoi ricordarti di non ripetere, nelle relazioni, nelle opportunità… in tutto, in realtà. Ma allo stesso tempo c’è anche il lato positivo: questo è il periodo idilliaco, i giorni migliori della nostra vita. Quindi sì, ho sentito che fosse un nome perfetto — a dire il vero racchiudeva un sacco di sfumature diverse.

E c’è come un filo di rimpianto, non so se sei d’accordo su questo, lungo tutto l’album, perché ho trovato diversi versi in varie canzoni che trattano lo stesso tema. Tipo quando dici in 21 “In a flash, it's too late. For the bets you never placed” o “I've wasted all my glory days. Oh, that's all I have to fear” e così via. Avete rimpianti?

Eddie: Sì, certo, assolutamente. Beh, in realtà sì e no, in parte sì e in parte no. Non so, McGoo, tu hai molti rimpianti? 

McGoo: Io semplicemente cavalco l’onda, non penso ai rimpianti (ride, ndr)

Eddie: Per me è difficile. È una domanda complicata, una domanda pesante. Forse le canzoni possono aiutarmi a rispondere. Del resto è per questo che scrivo canzoni. Forse ho fatto pace con molti dei miei rimpianti. Ma come detto prima, questo album rappresenta la chiusura di un capitolo e forse siamo più saggi della nostra età.

Nel vostro mini documentario raccontate di come la vostra canzone Eyes Don’t Lie sia nata per caso, con tu Eddie che ti sei messo a suonare in camera la chitarra di Fitz che però era stata accordata in modo diverso.

Eddie: Sì, mi è andata bene! 

Quindi semplicemente stavi usando le stesse posizioni di accordi di un’accordatura standard?

Eddie: Tutto è successo perchè in pratica Fitz voleva provare a suonare questa canzone degli Hollow Coves che aveva questa accordatura particolare, Coastline

Poi sono arrivato io che in realtà non conoscevo nemmeno la canzone, a dire il vero. Mi sono seduto e ho iniziato e ho provato a suonare dei pattern di Ben Howard, provando a imitare il suo stile di finger picking, ma non ero abbastanza bravo per farlo. Quindi ho un po’ stravolto la melodia che è uscita e ne è venuta fuori una versione più semplice. Ho pensato subito che fosse carina, e così alla fine la canzone si è sviluppata intorno a quell’idea. I nostri coinquilini come l’hanno sentita ci hanno detto che non ci credevano che l’avessimo scritta noi, cosa che è il miglior tipo complimento possibile. Certo rimane un complimento ambiguo, ma lo accettiamo (ride, ndr). Da lì poi è nato tutto, sapevamo che McGoo avrebbe apprezzato e che sarebbe stato bello poterlo coinvolgere al banjo.

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Invece a proposito di Diamonds & Roses, cos’è successo con Billy Joel?

Eddie: Abbiamo iniziato a scrivere con un paio di persone… stavamo un po’ sperimentando con l’idea di collaborare, cosa che non avevamo mai fatto molto prima. E, a quanto pare, io in quel periodo ascoltavo un sacco Billy Joel.

Così siamo scesi giù, abbiamo scritto la canzone… e alla fine è venuta fuori come una sorta di riflessione sulla “morte della celebrità”, almeno nelle strofe. Parla di tutto questo mondo fatto di videochiamate, dirette, streaming — tipo Kai Cenat, IShowSpeed e tutti questi ragazzi che non sono musicisti, ma che hanno completamente ridefinito cosa significhi essere una celebrità, o cosa la gente insegua oggi.

Non penso che oggi una figura come Michael Jackson o Prince potrebbe esistere. Forse The Weeknd ci si avvicina un po’, o SZA con quel tipo di aura più riservata… ma ormai una figura del genere non c’è più, perché tutto è ovunque. E la canzone nasce proprio da questo pensiero.

Ora, su dove sia entrato in gioco Billy Joel… sinceramente, non ne ho idea. Non ce ne siamo resi conto fino a quando abbiamo mandato la canzone in giro ad alcuni amici, e uno di loro ci ha detto: “È bellissima, ma vi siete accorti che somiglia un po’ a quel pezzo di Billy Joel?” E io ero tipo: “Ah. Già.”Così ci siamo avvicinati con molta cautela a Mr. Joel e al suo team, dicendo: “Ehi, ci piace questo sound, pensiamo di pubblicarla.” E lui è stato super gentile — ha detto che andava benissimo. Davvero una persona cordiale e disponibile.

Del resto non era nemmeno così evidente, no? Non una cosa alla Bittersweet Symphony per lo meno.

Eddie: No, esatto. Puoi immaginare: quando scrivi musica, ci sono cose che ti rimangono in testa senza che te ne accorga. Poi ti esce qualcosa e pensi: “Oh, questo è figo”, senza renderti conto da dove arrivi davvero.

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E poi, alla fine, non puoi nemmeno dimostrarlo. Se qualcuno ti fa causa, non puoi dire: “Lo giuro su Dio, non era mia intenzione…”

Eddie: Esatto, non puoi farlo.

Come vi fa sentire essere paragonati ai Mumford & Sons? Vi lusinga o infastidisce?

Eddie: È un enorme complimento, anche se quello che facciamo è semplicemente essere noi stessi. Se poi le persone sentono echi di altri artisti nella nostra musica, ben venga, sono sempre spunti interessanti. Ma non stiamo cercando di essere qualcun altro.

C’è stato un momento decisivo per la band, quel piccolo evento che ha cambiato tutto per voi?

Eddie: Uhm…

Se non avete la risposta, non è un problema. 

Eddie: Direi probabilmente Caroline e Shot in the Dark. La prima l’abbiamo scritta un po’ per caso, in nemmeno mezz’ora. Stavamo scrivendo tante altre cose in quel periodo e Caroline era rimasta un po’ sullo sfondo. L’ho fatta ascoltare a un mio amico e subito mi fa: “Ma che diavolo è questa?” E io: “Oh, non è niente.” Poi stavo cercando di fargli sentire altra roba e lui: “No, no, no, cos’è quell’altro pezzo?” Così l’abbiamo fatta ascoltare anche ad altre persone e all’improvviso è diventata praticamente una questione di stato. Penso che Caroline sia stato uno dei primi brani che abbiamo fatto che forse non rientrava nella nostra idea originale, o nella mia visione iniziale, era un po’ qualcosa di esterno. E poi ha cominciato a crescere da sola. Quindi dai, la mia risposta è Caroline

Per te invece McGoo? 

McGoo: Caroline è un’ottima risposta, ma per me Shot in the Dark cattura proprio il salto nel buio dell’iniziare la band e lasciare i nostri rispettivi lavori e vite. È stata scritta quasi come una liberazione, proprio quando abbiamo iniziato i primi incontri per firmare con un’etichetta e tutto il resto… e poi non era mai stata pensata per essere pubblicata. Quindi il fatto che si sia connessa così tanto con le persone è già di per sé una cosa speciale, suppongo. 

Davanti a voi avete un grande tour con tantissime date e grandi location, praticamente tutte sold out. Come vi state preparando a questo? Perché suonerete davanti al pubblico più grande che abbiate mai avuto fino ad ora. 

Eddie: Eh, beh, stiamo facendo un po’ di prove, a dire il vero. Penso che la cosa peggiore che potremmo fare sia agitarci troppo per questo, sai? Sento che altrimenti rovinerebbe solo il divertimento. Noi vogliamo divertirci e che sia lo stesso per tutti quelli che verranno a sentirci. Questo tour, come tutto il resto per noi è un sogno che si avvera. Cavalchiamo l’onda, ragazzi! Come ci stiamo preparando? Beh, stiamo provando, stiamo suonando e stiamo pensando di aggiungere qualche elemento dal punto di vista della produzione. Ma in definitiva penso che l’anima delle nostre canzoni è sempre quella, ed è l’atmosfera che le persone riescono a portare con sé la cosa più importante per me, più di tutto il resto. Quindi sono solo entusiasta di salire su quei palchi e stare davanti alla gente e cantare con tutto il cuore. Spero che tutti gli altri facciano lo stesso. 

La copertina di "Halcyon", album d'esordio dei Kingfishr
Kingfishr - "Halcyon"

E un’ultima domanda sulla copertina dell’album, che davvero rispecchia perfettamente l’atmosfera dell’intero disco: dove è stata scattata? Era semplicemente un edificio a caso o ha un legame con voi? 

Eddie: Siamo andati fuori Dingle, e credo fosse, a dire il vero, una casa un po’ a caso. Una fattoria lì nei dintorni. Ma allo stesso tempo penso che avrebbe potuto essere qualsiasi fattoria, qualsiasi vecchia casa. C’è una connessione così forte tra tutti quei luoghi che, non so… per me quell’immagine racconta tutto ciò che c’è da sapere sulla band.

Abbiamo attraversato cinque o sei versioni diverse della copertina, con ogni tipo di idea a metà che poi abbiamo scartato. E quando finalmente abbiamo visto quella foto, è stato tipo: “Oh Dio.” Poi ci siamo guardati e abbiamo detto: “Perfetto. È questa. Racconta una storia enorme.” 

Ci vediamo presto al vostro concerto a Milano! 

Eddie: Assolutamente. Sono davvero entusiasta. L’Italia… non ci sono mai stato, la mia ragazza l’adora. Andrà sicuramente sulle Dolomiti, senza nemmeno portarmi con lei.