Ci sono band capaci di lasciare un segno nella storia della musica e vivere di quello, campando su greatest hits e tour celebrativi. E poi ci sono gruppi come i Suede, da sempre lontani dagli occhi del mainstream, a guadagnarsi un loro posto e continuare imperterriti a trent'anni di distanza a spostare l'asticella sempre più in là, come se avessero ancora tutto da dimostrare. E infatti, il loro ultimo album Antidepressants (arrivato a tre anni di distanza dal precedente Autofiction) non suoni minimamente come quello di una band che campa sulla nostalgia. Non mi stupisce che sia lo stesso Mat Osman, bassista nonchè membro fondatore della band (assieme al frontman Brett Anderson), a rivelarmi che la spinta dei Suede è tutt'oggi generata da quella voglia di cercare territori inesplorati, provare nuove sensazioni e riconnettersi con il proprio pubblico, a partire dai live (suoneranno al Fabrique di Milano il prossimo marzo). Questi momenti di coesione riescono a far dimenticare per un attimo il complicato periodo storico in cui viviamo, dove le divisioni sono all'ordine del giorno — a partire dai social media.

È incredibile come dopo più di 30 anni suoniate ancora così freschi. Qual è la vostra formula segreta?
Ad essere onesto immagino sia soprattutto frutto del tanto lavoro. Sai, non è facile fare qualcosa che sembri nuovo e fresco dopo 30 anni: è una cosa che richiede davvero molto impegno. Scriviamo probabilmente più del quintuplo delle canzoni che ci servono per ogni disco rispetto a quelle che poi effettivamente usiamo. E tante volte succede che scriviamo e proviamo qualcosa, e poi ci accorgiamo di averlo già fatto meglio in passato. È come se fossimo costantemente alla ricerca di spazi, di territori inesplorati nel mondo dei Suede: emozioni che non abbiamo ancora raggiunto. Non so… credo che tutta la questione dell’invecchiare, sia come persona che come band, sia una lotta contro una certa forma di cinismo. È una battaglia contro la pigrizia, capisci? Penso che sia possibile farcela, però molte persone, arrivati a questo punto della loro carriera, si dicono semplicemente: “Ok, registriamo le prime 12 cose che scriviamo, poi andiamo in tour e il disco sarà solo un souvenir”. Quindi sì, lo so, è una risposta noiosa, ma credo che in fondo si tratti proprio di duro lavoro e di un vero desiderio di essere ancora rilevanti e di riuscire ancora a emozionare le persone.
Ha perfettamente senso. Questo album in realtà doveva essere la colonna sonora di una performance di arte concettuale, giusto?
Esatto, ci sono un paio di momenti che vengono proprio da lì. Life is endless, life is a moment in realtà proveniva dalla colonna sonora di questo balletto. Quando abbiamo finito Autofiction ci siamo detti che l’album successivo sarebbe stato l’opposto, che poi è quello che facciamo di solito: The Blue Hour aveva tante orchestrazioni, musicisti, e ospiti, mentre il disco successivo, appunto Autofiction, invece era diretto e conciso, con solo noi cinque. Per Antidepressants avevamo in mente di fare tutt’altro, qualcosa di molto informe, che non seguisse una formula precisa, poi però durante il tour di Autofiction siamo riusciti a riconnetterci con il nostro pubblico in un modo che non capitava da tempo. I concerti, in particolare, erano davvero carichi di energia, era il periodo subito dopo il Covid, penso ci fosse davvero un grande desiderio di quel tipo di esperienza comunitaria. La reazione a quel tour è stata così forte che abbiamo deciso che nel disco successivo volevamo cercare di catturare tutta l'energia di quei momenti: quel senso di rito, di celebrazione e di abbandono, tutto.
Ci è sembrato qualcosa di vitale, in un’epoca in cui costantemente veniamo spinti a dividerci, soprattutto dai social media. È come se fossimo messi sempre gli uni contro gli altri, in una tensione e disconnessione continua — ed è proprio il tema di questo disco. C’erano quei piccoli momenti magici nei live, quel senso di connessione che cresceva, quasi come fosse una forma di ribellione contro il mondo moderno. Volevamo documentare e catturare tutto questo. Dopotutto noi abbiamo sempre fatto dischi per gli altri. Non mi è mai piaciuta quella cosa che dicono alcuni artisti: “Noi facciamo dischi solo per noi stessi.” Per me — e credo di parlare a nome di tutta la band — non è mai stato così. È sempre stato un fatto di toccare le persone, di emozionarle. Con questo album volevamo approfondire questo legame. Se ascolti Antidepressants, credo abbia molto dello spirito di Autofiction, ma con un po’ più di profondità e un po’ più di ironia. È più “a schermo largo”, con più varietà.

A proposito della connessione con il vostro pubblico ai concerti, come vedete i fan che passano i concerti a filmarli con il telefono?
A dir la verità è davvero molto raro che lo facciano così tanto da diventare un problema. Non so se siamo semplicemente molto fortunati con i nostri fan, ma in generale, vediamo qualche persona che filma i propri momenti preferiti e cose così. Non ci succede mai di suonare davanti a un muro di cellulari come a volte si vede. Penso che in parte dipenda anche dallo show che metti in scena. Se il tuo live è una sorta di spettacolo visivo, che sembra un film o un programma TV, allora devi aspettarti che le persone lo vivano in quel modo. Ma se invece sembra un concerto rock and roll, se dà l’impressione che qualcosa possa andare storto da un momento all’altro, senza sapere mai bene cosa succederà, allora credo che le persone siano spinte a viverlo direttamente, capisci cosa intendo?
Brett di solito ci gioca molto con questa cosa: entra tra il pubblico, prende i telefoni della gente e li usa per filmarli, cose del genere. Penso che il nostro obiettivo sia sempre cercare di mettere in scena uno spettacolo che la gente voglia davvero guardare, piuttosto che registrare.
Qual è invece l’aspetto che più di piace in un live?
Probabilmente la disinibizione che crea la musica in chi la ascolta. Amo l’idea che ai concerti persone che passano tutta la giornata a lavorare e hanno famiglie e responsabilità possano improvvisamente comportarsi come selvaggi. Adoro quella sensazione. Amo l’idea di fare qualcosa di reale in un mondo che sembra irreale.
Prima hai menzionato Life is endless, life is a moment. C’è un verso in quella canzone che dice: hate me if you must, you love me when I'm dust. Mi chiedevo — forse sarebbe più una domanda per Brett, ma la farò a te comunque — se quel verso sia puramente personale o se possa essere letto anche a livello di band, riguardo al fatto che, come gruppo, avete realizzato molto, ma che a volte forse siete ancora un po’ sottovalutati in qualche modo.
Riguarda sicuramente entrambe le cose. Voglio dire, è molto raro che Brett scriva qualcosa che non possa essere interpretato su più livelli. E le cose che lo interessano di più sono sempre quelle che funzionano sia sul piano personale che su quello universale.
Parla dell’essere in qualche modo poco apprezzati, ma anche del fatto che credo sia più “sicuro” amare qualcosa quando non c’è più. È molto più difficile, in questo mondo, essere appassionati, buttarsi completamente in qualcosa e rischiare il ridicolo. Abbiamo questa strana cultura, oggi, in cui esistono riviste che parlano soltanto di band morte e di musica del passato. Perché vai sul sicuro, no? Siamo tutti d’accordo che i Beach Boys sono fantastici, quindi puoi scrivere di loro all’infinito.

Antidepressants suona come un album di una band nel pieno della sua creatività, ma allo stesso tempo, dal punto di vista dei testi, potrebbe sembrare — per le tematiche — un po’ come un addio. È solo una coincidenza, oppure…
Non penso che sia un addio, ma gran parte del disco parla dell’invecchiare e di com’è fare quello che facciamo noi a cinquant’anni. Non pensavo ci saremmo arrivati. Una delle cose che amo di questo album è che credo abbia un suono davvero giovanile, quasi adolescenziale, con tanti richiami ai suoni che Brett, Richard ed io amavamo da ragazzi. Ma questo si sposa con testi che invece puoi scrivere solo quando sei un po’ più grande, quando hai vissuto abbastanza da poter raccontare la vita in quel modo. Quindi no, non è una sorta di canto del cigno. Ma allo stesso tempo, visto che tanti dei nostri fan sono più giovani, è un messaggio per loro: “Ecco com’è la vita quando arrivi a quest’età.”
Ci hanno sempre detto che intorno ai 50 anni la tua vita sarebbe stata sistemata, che avresti capito cosa stava succedendo e che il mondo avrebbe avuto un senso. Invece no: è tutto ancora dannatamente confuso e difficile come quando avevi 18 anni, purtroppo.
Ma forse vivere in tempi difficili vi aiuta come artisti a scrivere musica migliore.
Sì, senza dubbio. Brett è sempre stato interessato alla tensione nella musica, a quella sorta di conflitto. Le canzoni dei Suede non sono mai facili, non sono mai di un solo colore, non sono mai solo luce, non sono mai solo gioia. Abbiamo sempre cercato di bilanciare la luce e l’oscurità, la paura e la gioia. È un po’ come quella maledizione cinese: “che tu possa vivere in tempi interessanti”. È una cosa terrificante da sperimentare.

C’è stata qualche band attuale, magari post-punk, che vi ha influenzati per questo album?
Al momento ci siano molte band interessanti, tipo i NewDad e gli English Teacher, che attingono a quel filone e fanno quel tipo di parlato-cantato che lo rende ancora più fresco. In parte questo è davvero il disco di Richard: l’ha scritto soprattutto lui e rappresenta un po’ i suoi gusti. Quindi ci sono molte influenze di band come i Banshees, i Magazine, i Fall e gruppi simili. Ma sì, allo stesso tempo suona molto attuale, perché quelle cose stanno tornando fuori sempre di più, soprattutto tra le band britanniche di adesso.
Chiudo con una domanda leggera: quest’anno è arrivato un nuovo album dei Suede, un nuovo album dei Pulp, la reunion degli Oasis. È stata la Britpop Summer?
Per me è così strano vedere tutti quei giovani dai Pulp a Glastonbury o ai concerti degli Oasis… È affascinante per me vedere quanto sia giovane il pubblico. Le prime dieci file dei nostri concerti, ma anche di quelli degli altri, sono piene di persone che all’epoca non c’erano. Penso sia in parte dovuto al fatto che in Gran Bretagna quella tradizione della band della classe operaia, con grandi canzoni, sia un po’ svanita. Certo, sono arrivati gli Arctic Monkeys, e ora ci sono Fontaines D.C., ma credo ci sia ancora tanta voglia di quel tipo di cose. Siamo andati così lontano nella direzione del pop, con cinquanta autori che scrivono per un unico cantante e tutto il resto… è quasi come se l’industria musicale fosse tornata agli anni ’50. La cosa interessante non è tanto la nostalgia, perché noi non abbiamo mai smesso di farlo, ma il fatto che ci sia qualcosa che è mancato a tante persone più giovani.
E ancora una volta, torniamo all’esperienza dei concerti: il cantare insieme, la folla compatta, il senso di connessione. Penso davvero che, soprattutto dopo il Covid, ci sia stato — e ci sia tuttora — un forte desiderio per questo tipo di concerti che non sono come guardare Netflix, non sono come guardare un film, ma sono una festa, un momento di comunione con gli altri.