10 nomi per iniziare ad ascoltare elettronica

by Marzia Barbierato

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Per chi arriva dall’indie rock l’avvicinamento alla musica elettronica è solitamente un processo lento e graduale. Oddio, può anche capitare di rimanere folgorati dal primo pezzo che si ascolta di Datsik o Flux Pavillion e di lanciarsi abbomba nella dubstep e nella drum n bass più sfrenate. Ma generelamente prima di apprezzare l’elettronica “più cattiva”, si passa per vie più “morbide”, attraverso sottogeneri più rilassanti e tranquilloni, a volte classificati sotto l’etichetta chillstep o relaxing indie electronic, quelle playlist di YouTube che come immagini di anteprima hanno fotografie supereffettate di vette innevate al tramonto e cieli boreali iridescenti dall’atmosfera evocativa e zen, per intenderci.

Per poi virare progressivamente verso qualcosa di più danzereccio e ritmato ed eventualmente approdare ai suoni più ruvidi e graffianti della cassa dritta.

Ecco un elenco di artisti di inditronica sciallona e intelligent dance music per immergersi delicatamente nel mare della musica elettronica senza essere affondati dalla prima ondata in faccia.

Four Tet 

Kieran Hebden, classe 1977, londinese, è uno dei pionieri della indietronica. Uno dei primi, (insieme a Burial e Aphex Twin), che, a metà degli anni ’90, epoca in cui “musica elettronica” faceva rima solo con “techno, rave e pasticche”, fece scoprire che la musica prodotta al computer poteva anche suonare tranquilla e rilassante ed  esprimere emozioni e sensazioni. Tracce prettamente strumentali, sample jazz, beat hip hop e influenze indie rock, rendono il suo sound originale e personale. Suoni spaziali e ritmi caldi che cullano all’infinito. Questa fusione tra schemi elettronici e suoni acustici, e l’aggiunta di elementi provenienti dalla word music (strumenti sudamericani, canti africani e tradizioni folk celtiche), portarono la stampa a coniare per la sua musica il termine folktronica.

Ideale per un viaggio nell’iperspazio. Con una navicella o con sostanze psicotrope, fate voi.

Jon Hopkins

Ha iniziato suonando la tastiera per Imogen Heap e collaborando con Coldplay e Brian Eno. Oggi il 40enne britannico Jonathan Julian Hopkins è un gigante della musica elettronica, conosciuto in tutto il mondo. Techno, musica ambient, pianoforte e sintetizzatori si fondono nei suoi dischi.

L’ultimo album “Singularity” è un paradossale connubio di contemplazione interiore e  clubbing sfrenato, una visione evocativa tra universale e inttrospettivo, in cui il pianoforte minimal affianca la cassa dritta. Un disco completo, che disegna un percorso emotivo, dalle prime tracce cupe e aggressive (Singularity, Emerald Rush, Neon Pattern Drum), alle ultime più tranquille e meditative (Echo Dissolve, Luminous Beings, Recovery), in un processo quasi purificativo.

“Capisci la complessità e la completezza di questo mio lavoro solo quando percepisci la polarità che lo caratterizza“.

Consigliato l’ascolto in una notte di mezza estate, sulla spiaggia, sotto un cielo stellato, con una birra gelata in mano.

Bonobo

Simon Green, il producer britannico che si fa chiamare come la scimmia dalle abitudini sessuali più simili a quelle degli esseri umani, ha all’attivo 6 album: dal primissimo “Animal Magic“, del 2000, passando per “Dial ‘M’ for Monkey“, “Days to Come“, “Black Sands” (forse il più denso e suggestivo) e “The North Borders“, fino ad approdare al più recente “Migration“, del 2017. La sua musica è profondamente intimista e introspettiva, morbida e lenta, ti trasporta in dimensioni sognanti e vagamente malinconiche. Atmosfere rilassanti e sospese, alternate a ritmi più ballabili e catchy. Composizioni sofisticate che inglobano influenze jazz, house e folk e contengono contaminazioni africane, asiatiche e medio-orientali. Live si esibisce con una band completa di synth e tastiere, chitarra, basso, batteria, fiati e voce femminile, alternando momenti di esibizione collettiva ad altri in solitaria, con solo lui e le sue macchinette da producer sul palco, creando uno show a metà tra il concerto e il clubbing.

Consigliato ascolto in solitaria in cameretta per viaggio introspettivo e cosmico.

Fakear

27 anni, francese, figlio di un insegnante di musica, Théo Le Vigoureux sguazza nell’arte dei suoni fin da piccolo. Da ragazzino ha imparato a suonare sax, chitarra e piano. Poi, in adolescenza, si è avvicinato alla musica elettronica e ha cominciato a produrre collage musicali ambient dalle atmosfere sospese e sognanti, spesso accompagnate da voci femminili che cantano in francese o inglese,  ispirato dalla scena post-dubstep londinese e dai film di Miyazaki.

Lo pseudonimo Fakear deriva da fake ear,” falso orecchio”, nel senso di “falsa musica”, e si riferisce al suo periodo di transizione dalla musica rock alla musica elettronica.

Ha aperto a Bonobo e ODESZA in U.S.A e Canada, facendosi conoscere anche al di fuori della sua nativa Francia.

Jamie xx

Come didascalicamente suggerisce il nome, James Thomas “Jamie xx” Smith è un membro della band The xx, i cui componenti vestono sempre di nero e fanno indie rock malinconico iconicamente hipster. “In Colour è il suo primo disco da solista, in cui peraltro cantano Oliver e Romy, gli altri due membri del gruppo. Quindi il nostro Jamie fa molta fatica a staccarsi del tutto dal suo primo progetto, come se senza il contributo dei suoi amici di band e la rassicurante presenza grafica della doppia x si sentisse incompleto. Anche la musica mantiene una traccia distintiva, riconducibile allo stile del gruppo, ma è decisamente più clubbing.

A giugno ha suonato al Nos Primavera Sound di Porto e a luglio ha fatto un mini tour in Sicilia, Basilicata e Puglia, dal titolo in italiano, “Ma ogni giorno il sole tramonta”, (“Mi piaceva come suonavano le parole”), un viaggio in furgone con due amici nel sud della nostra penisola con date a Palermo, Matera e al VIVA! Festival di Fasano.

Fun fact: gli xx hanno frequentato lo stesso liceo di Four Tet e Burial.

Godblesscomputers

L’italiano Lorenzo Nada, in arte Godblesscomputer, originario di Ravenna, di base a Bologna, crea atmosfere rilassanti e sospese con la sua miscela di suoni e cantato tra dub, hip hop e rhytmn & blues. Ha scoperto computer e campionatore a Berlino dove ha cominciato a produrre i primi singoli e i primi ep fino ad approdare al primo disco vero e proprio, “Solchi“, pubblicato nel settembre 2017 da La Tempesta International e Fresh YO!. Compone la mattina presto, ispirato da sensazioni ed esperienze di tutti i giorni. «Immagino la mia musica come una colonna sonora di un film che non esiste. […] Cerco di distanziarmi dal sound sintetico delle macchine manipolando suoni ambientali: mi piace registrare il suono della natura, dei boschi, così come i suoni di casa mia».

Ha suonato all’Home festival, al Robot festival e al Club to Club e ha prodotto due tracce per l’ultimo album del rapper Mecna.

Sottofondo ideale per una serata chill out in casa con amici tra chiacchiere, luci soffuse e poltrone a sacco.

Clap! Clap!

All’anagrafe Cristiano Crisci, fiorentino, con un passato da musicista jazz e rapper, ha uno stile unico, personale e trascinante in cui deep bass e world music si fondono perfettamente, in modo armonico e sorprendentemente accattivante. La componente clubbing è irresistibile e diromprente, sovrapposta a suoni da tutto il mondo volutamente mescolati fra di loro per ottenere un risultato disorientante, per creare qualcosa di nuovo e non inquadrabile in un unico genere musicale. Quella che emerge più prepotentemente è l’influenza della musica africana, ma nel mezzo ci sono anche una band svizzera (gli OY) e canti popolari del sud Italia. 

Definisce il suo progetto “un viaggio nel cosmo”.

Il suo brillante mix di musica etnica, hip hop e field recording ha colpito anche Paul Simon, che l’ha invitato a collaborare al suo ultimo disco, “Stranger to Stranger“. La cosa divertente è che pare che sia stato il figlio di Paul a consigliargli l’ascolto del producer fiorentino e che l’ex Simon&Garfunkel ne sia rimasto folgorato e gli abbia scritto una mail da vero fan, che ha lasciato Crisci incredulo e perplesso: “Pensavo fosse uno scherzo”. Il risultato sono tre brani (The WerewolfStreet Angel e Wristband) in godibilissimo equilibrio tra lo stile folk rock di Simon e i beat etnici di Clap! Clap!.

Ascolto consigliato in macchina in un viaggio on the road attraverso paesaggi esotici e sconfinati.

Nicolas Jaar

Occhi blu e origini franco-cileno-palestinesi, il ventottenne Nicolas Jaar è nato e cresciuto a New York, dove ha cominciato a produrre una musica elettronica estremamente contaminata e distintiva che l’ha reso uno dei nomi più importanti della scena e l’ha portato nei migliori club di tutto il mondo. Influenze jazz, testi in spagnolo, ritmi facili e ballabili lo rendono apprezzabile all’esigente e diversificato pubblico di musica elettronica in modo trasversale, mettendo d’accordo un po’ tutti. Ma Jaar non si limita a far ballare, nel corso della sua carriera il suo suono si è evoluto, in una costante ricerca di nuovo e sperimentale, con diversi progetti paralleli: Iva Gocheva, Just Friends, Darkside.

“Personalmente, sentivo che non stavo facendo abbastanza. Facevo queste tracce dance e volevo vedere se c’era dell’altro.”

Da gustare possibilmente all’alba su una terrazza di Berlino (dopo un seratone per club).

Mura Masa

Mura Masa, l’enfant prodige della scena elettronica inglese. Sbarbato, pallido e biondino, appassionato di manga e cultura giapponese, scuote con i suoi ritmi orecchiabili e danzerecci. Il ventiduenne cresciuto in un’isoletta nella Manica, all’anagrafe Alex Crossan, già polistrumentista, ha imparato a produrre da autodidatta, smanettando con il software Ableton Live e ascoltando Gorillaz, James Blake, Cashmere Cat, SBTRKT. All’età di 17 anni ha caricato le sue prime tracce su Soundcloud. Appena ha potuto ha attraversato il canale ed è approdato prima a Brighton per studiare, dove ha fatto i primi live, e poi a Londra,  dove si è presto fatto conoscere per la sua musica, e dove attualmente vive. Ora vanta collaborazioni con Damon Albarn, A$ap Rocky, Nao e la partecipazione a grandi festival internazionali.

Il suo sound sensuale e ballabile evoca speranze e sogni adolescenziali, in una perfetta fusione tra club culture, elettronica intimista e pop-music.

Colonna sonora ideale per una festa danzante in cui si spera di rimorchiare.

Aphex Twin

Al secolo Richard David James, Aphex Twin, nato in Irlanda nel 1971, punta di diamante dell’edizione di quest’anno del Club to Club, è uno dei nomi più importanti ed influenti della scena elettronica. Dall’inizio degli anni ’90 sperimenta addentrandosi nei meandri dei suoni elettronici, tra rave e noise music, hardcore acid e sonorità ambient. Estremo e controverso sia dal punto di vista sonoro che da quello visivo: sono famosi i suoi video fortemente disturbanti (Come to daddy, Rubber, Windowlicker, Donkey Rhubarbe il suo ghigno deformato che campeggia sulla copertina di “Richard D James Album” e su altre sue album cover. Il suo suono freddo e cerebrale, l’uso di feedback e distorsioni e il suo stile violento e melodico allo stesso tempo, lo rendono un musicista atipico, unico e inconfondibile.

Il “Twin” del suo nome d’arte è dedicato al fratello Richard, deceduto alla nascita, mentre “Aphex” si riferisce alla Aphex Systems Limited, azienda di processori di segnale.

A metà del mese scorso è uscito il suo nuovo EP, “Collapse“.

Bonus track: Lokka Ripka

“Sono una band finlandese che suona soltanto theremin, vecchie radio sovietiche e ruote di bicicletta” e purtroppo non esistono. Sono una band-parodia partorita dalla mente del comico Edoardo Ferrario per un episodio della web serie “Esami“, che prendeva in giro gli universitari di varie facoltà alle prese con i loro esami appunto. Nell’episodio dedicato ad Architettura si parlava anche degli xx e di questo fantomatico gruppo di Helsinki che li surclassava platealmente a livello di hype.

Il video del loro primo e unico pezzo, Unlema, imita perfettamente l’estetica indie/hipster e anche la musica è credibilissima e assolutamente godibile.

Dietro il progetto-fantasma Lokka Ripka c’è lo zampino, la mente e la faccia di Niccolò Contessa de I Cani che ha composto anche la sigla della web serie.

Rimangono la mia band-che-non-esiste preferita, ma mi ha fatto molto piacere scoprire delle grosse affinità tra loro e l’italiana Joan Thiele nel video della sua cover di Hotline Bling di Drake, uscito qualche anno dopo.

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Marzia Barbierato

Ho 28 anni e sono schiava della cultura indie in tutte le sue forme: musicale, estetica, letteraria, cinematografica. Parafrasando I Cani, se la mia vita fosse un film sarebbe diretto da Wes Anderson.

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