Una ragazza che suona i bongos in una comunità religiosa della Maremma, si immerge nei testi sacri e qualche anno dopo si ritrova a Roma a cantare PJ Harvey alle selezioni di X Factor. Il percorso di Jungle Julia, al secolo Giulia Covitto, ha poco di lineare, e si sente anche nella sua musica: un’attitudine ruvida e un modo di cantare che non cerca la perfezione, ma anzi abbraccia le crepe di un mondo imperfetto. Con Ora Nona, combo di brani usciti a fine giugno, ha chiuso il trittico di singoli iniziato con Vespro e Lode.
In attesa di ascoltare i suoi prossimi pezzi in cantiere, le abbiamo chiesto di parlarci dei 5 album che più l’hanno segnata nel proprio percorso artistico.
Ecco la sua selezione.

Giovanni Truppi - Il mondo è come te lo metti in testa
Non credo di esagerare a dire che quest’album ha cambiato il mio modo di scrivere. Giovanni Truppi mi ha insegnato che si può parlare di cose enormi con ironia, lucidità estrema e una sincerità quasi spiazzante. Riesce a farmi sognare, pensare e ridere contemporaneamente, passando dall'esistenzialismo a una cacca secca senza perdere profondità. E poi in questo disco c’è una scelta musicale che amo: è costruito interamente su chitarra e batteria. Scarno, liberissimo. Per me è incredibile come la batteria lasci respirare le parole. Dialogano insieme.

Alabama Shakes - Sound & Color
Appena Brittany Howard apre bocca per cantare sono completamente rapita. La sua voce può essere ruvida, dolcissima, urlare, blueseggiare, tutto nello stesso brano. Io cerco continuamente di imparare da quel modo di usare la voce e spero di essere riuscita a riportare qualcosa in brani come Al Buio.
C’è tantissima ricerca di suono, io di questo disco amo le chitarre.

Noir Désir - Des visages des figures
Scelgo questo album perché è il primo che ha aperto una porta enorme. È stato il primo incontro con sonorità che mi hanno poi portata verso la musica araba, Tuareg e Gnaoua. Da lì sono arrivati i Tinariwen, Rachid Taha, Hamid El Kasri, Labe. Tutto questo grazie alla ripetizione ipnotica di certi riff come il basso in L’enfant roi, o a melodie quasi mantriche.
Ancora oggi Le vent nous porterà è una delle canzoni della mia vita, mentre L’Europe resta uno dei testi che più mi colpiscono.

Afterhours - I Milanesi Ammazzano Il Sabato (Special Edition)
Questo disco l’ho consumato in un preciso periodo della mia vita. Manuel Agnelli ha un modo di scrivere che è insieme sessuale, duro e, a suo modo, dolce. In quegli anni guardavo il mondo con quei colori lì. Vivendo quella rabbia e dentro quel modo quasi fisico di raccontare i rapporti. Ogni tanto sento ancora voglia di entrare in quella stanza e ricordarmi come mi sentivo.

PJ Harvey - Rid of Me
Ho guardato almeno 30 volte l’esibizione di PJ Harvey all’Olympic Park di Sydney del 2001. Di lei mi rapisce come sta sul palco: tacchi alti, chitarra, la capacità di cantare con una ferocia quasi animalesca. Rid of Me è un disco scomodo e fisico e mi ha insegnato che sul palco bisogna essere necessari, non perfetti e forzatamente intonati.
