Siamo giunti alla fine di questo 2022 pieno di live e nuove uscite, e siamo già prontissimi ad accogliere il nuovo anno. Per l'occassione, meglio dare un ultimo sguardo a tutti i dischi meravigliosi che sono usciti negli scorsi 12 mesi: eccovi quindi una lista di album belli belli, selezionati direttamente dalla nostra redazione.
Fontaines D.C. - Skinty Fia

Avete mai provato ad accostare qualcosa il più vicino possibile ai vostri occhi? Ne sentite l'odore in maniera più netta e le pupille si accentrano verso il basso finché il colore del suddetto oggetto non vi acceca e vi impedisce di distinguerne i contorni. Il segreto è la giusta distanza: osservare un quadro o analizzare un problema da un punto di vista più esterno. I Fontaines D.C. hanno cantato di Dublino nel Joyciano Dogrel, descrivendola con tinte forti e suoni che ne lasciavano trasparire persino il profumo della pioggia; eppure, dopo il successo e il tour che li ha resi più riflessivi e malinconici nel secondo A Hero's Death, trasferendosi in Inghilterra, hanno sentito la necessità di confrontarsi con la madrepatria. Amore e odio, punk-rock e nuova linfa elettronica: la band irlandese traccia un ritratto a distanza dell'Irlanda da cui emerge un sentimento ambivalente. Rabbia e nostalgia si fondono nei versi di Grian Chatten che per la prima volta, proprio ora che vive a Londra, sente il bisogno di cantare in irlandese. Skinty Fia, "sia dannato il cervo", un'imprecazione che riassume e dà il titolo al loro terzo album. I Fontaines D.C. ne escono rinnovati nello spirito e nella musica. Hanno finalmente affrontato il cervo nella stanza. - Samuele Valori
The Smile - A Light for Attracting Attention

Un piccolo faro che ha decisamente attirato l’attenzione su di sé. A Light For Attracting Attention, debutto degli Smile, side-project a trazione Radiohead di Thom Yorke e Jonny Greenwood, e completato da Tom Skinner dei Sons Of Kemet, si colloca a mani basse tra le chiavi di volta di questo 2022. Registrato in piena era covid e prodotto dal fedele Nigel Godrich, l'album si articola tra sperimentazione di base art-rock, con una maggiore propensione verso la componente jazz, derive prog ed electro, e guizzi funk, cornice di testi profondi e messaggi di speranza. A conferma del livello dei tredici pezzi inclusi, senza esagerare è possibile affermare che una perla come Free In The Knowledge potrebbe tranquillamente essere la B-side di un brano storico come Karma Police. Il potere di A Light For Attracting Attention raggiunge il suo culmine nella dimensione live, alternando dinamismi e giochi di luce ad atmosfere solenni, il tutto arricchito da ottime jam. Non sappiamo per quanto andrà avanti l'avventura degli Smile e i Radiohead resteranno in pausa, ma ciò che è certo è che la nuova creatura di Yorke e soci si è concretizzata in un flusso creativo più libero che mai, senza aver nulla da invidiare al passato del quintetto dell'Oxfordshire. - Martina Vetrugno
Tamino - Sahar

Sono passati cinque anni da Amir, meraviglioso album di debutto di Tamino. Un disco clamorosamente maturo nonostante la giovane età dell’artista belga-egiziano (il nonno era il famoso cantante e attore egiziano Moharam Fouad). Il suo secondo album Sahar non ha fatto che confermare quanto sia una perla rara nel panorama musicale contemporaneo, e quanto la sua arte sia profonda. Rimangono forti i rimandi alla musica mediorientale, sapientemente mescolata a sonorità decisamente più occidentali. Non mancano nemmeno riferimenti alla musica elettronica, con uso di sample qua e là. Una voce che ricorda Jeff Buckley (no, in questo caso non è una bestemmia) e un universo musicale che spesso richiama i Radiohead (non a caso, com’era stato per il disco precedente, al basso c'è sempre Colin Greenwood). A questo giro c’è anche lo spazio per un duetto: Sunflower con la bravissima Angèle è sicuramente uno dei brani più riusciti, assieme a You Don’t Own Me e The First Disciple. Insomma, bisognerebbe essere sordi per non dire che Sahar è uno dei dischi migliori dell’anno. - Andrea De Sanctis
Arctic Monkeys - The Car

La malinconia, insieme a un pizzico di rassegnazione, caratterizzano The Car, il settimo lavoro degli Arctic Monkeys. Un album che sembra un viaggio lentissimo verso il proprio io e le sue fragilità, da scoprire e narrare in ogni minimo dettaglio. Un racconto dolcissimo e amarissimo al tempo stesso, come sa ben interessere il frontman Alex Turner, da sempre l'autore dei testi della band, che qui si fa aiutare dal musicista Tom Rowley (traccia 4 e 9 dell'album) e da Jamie Cook (traccia 3, dove compare per la prima volta nel repertorio del gruppo il Moog). The Car è senza dubbio l'album più cinematico della band: le strofe possono essere immaginate come sequenze di un film e danno l’impressione di assistere a una spy story. È anche un lavoro più ragionato e rivisto, basti pensare che ci sono volute due sessioni di registrazioni per ottenere il prodotto finito. C'è più consapevolezza dopo le ardite sperimentazioni di Tranquility Base Hotel & Casino, penultimo album del gruppo ambientato sul suolo lunare: in The Car i sentimenti tornano a riemergere, dopo la critica feroce verso la società gentrificata e digitalizzata. Le scimmie dell'Artico hanno rimesso piede sulla Terra. - Silvia Rizzetto
Wet Leg - Wet Leg

Minimale, conciso e maledettamente irreverente. Sulla scia di sonorità riportate in auge negli ultimi anni da band come Fontaines D.C. e Idles, l'album di debutto delle Wet Leg ci ha fatto definitivamente capire che le chitarrone elettriche e le sequenze basilari di accordi sono tornate di moda (finalmente), e se dietro a questo sound che strizza l'occhio ai primi 2000 si contrappongono due ragazze dall'estetica pulita e candida che imbracciano un paio di Fender il tutto diventa ancora più interessante. Le Wet Leg sono due facce d'angelo, con una manciata di brani intrisi di frecciatine e ironia sono riuscite a diventare le nuove paladine dell'indipendenza femminile dando allo stesso tempo un cazzotto in faccia ad una serie di stereotipi appartenenti all'altro sesso. Nei testi, tra le varie cose, si parla apertamente di wet dreams e troviamo inviti più o meno espliciti come "you should be horizontal now”: Rhian e Hester non hanno nessun pelo sulla lingua e spiattellano nelle orecchie dell’ascoltatore i pensieri e le vicissitudini di due perfette ragazze moderne. Per la sua sincerità, la sua energia e allegria travolgenti e una buona dose di frivolezze (apparenti) Wet Leg racconta tutto ciò che una ragazza di vent’anni voleva sentire dire e vince il premio come uno dei dischi più tosti dell’anno. Non poteva che conquistarmi al primo ascolto. - Maria Vittoria Perin
The 1975 - Being Funny in a Foreign Language

L'amore. Cercato, vissuto, suonato in 11 canzoni, dall'atmosfera ora sbarazzina, ora struggente. E con gli anni '80 sempre nel cuore. Basterebbe questo per riassumere in poche parole Being Funny In A Foreign Language, un album che suona squisitamente pop, sopratutto sotto il profilo lirico, ma che riesce nella difficile opera di discostarsi da qualsiasi luogo comune o banalità. Arrangiamenti orchestrali, piano e fiati che si amalgamano alle perfezioni con chitarre e suoni più pop. Dopotutto il punto di forza dei 1975 è sempre stato una cifra stilistica variegata capace di spostarsi tra molti generi, ma per questo ultimo lavoro Matty Healy e soci si affidano a Jack Antonoff per produrre un album conciso, significativo e incentrato sul pop e sull'amore. È un cliché più che inflazionato, è ovvio, ma è anche maliziosamente profondo, perché quando si tratta dei 1975 sembra che queste parole prendano, di volta in volta, un nuovo significato. Ogni canzone trasmette fortemente un angolo dell'emozione umana, come fotografie in cui i riferimenti alla vita privata della band e di Healy stesso si sprecano, e dove ogni canzone ha una strumentazione unica per accompagnarla. Henry Cartier-Bresson credeva che fotografare fosse come trattenere il respiro, i 1975 con questo album lo hanno fatto per quasi 45 minuti e tanto basta per essere a mani basse uno dei migliori album del 2022. - Renato Anelli
alt-J - The Dream

Quando non pubblichi un album dal 2017 e ti trovi, di colpo, catapultato nel 2022, le aspettative crescono in maniera vertiginosa. The Dream degli alt-J è il disco dell'anno, perché sfata il mito dell'aspettativa che non si concretizza, di realizzare un disco tanto per fare, poiché non si pubblica qualcosa di nuovo da tempo. Gli alt-J hanno raccolto tutto questo e lo hanno lasciato all'esterno, perché quest'anno, a parlare, sono state Bane, Hard Drive Gold, Get Better e Philadelphia. Quattro brani, uno più diverso dall'altro, che incarnano alla perfezione la oramai mutevole (ma sempre ben riconoscibile!) natura del trio inglese. Tra progressive, elettronica, ballad chitarra e voce e tripudio di archi, The Dream è il disco "da sogno" che ognuno spera di realizzare almeno una volta nella vita. Ci rivediamo tra, almeno, quattro anni, con un gruppo che pare abbia ripreso notevolmente quota dopo un mezzo giro a vuoto con Relaxer.
- Giovanni Maria Zinno
Post Nebbia – Entropia Padrepio

Atmosfere oniriche, spiritualità, beat ipnotizzanti che si ripercuotono per tutto il corpo, come una scossa elettrica: questo è solo l'abstract di quello che è Entropia Padrepio, l'ultimo disco dei giovanissimi Post Nebbia. Uscito a maggio, questo disco è stato in grado di tenere salda la prima posizione di mio album preferito del 2022 per più di metà anno.
Entropia Padrepio riesce già dal suo titolo così eccezionalmente eclettico a riassumere perfettamente il suo contenuto – un perfetto connubio fra la decadenza e l'incertezza che caratterizzano gli anni '20 del XXI secolo e il bisogno di trovare una consolazione per lo spirito, quando la religione con cui siamo cresciuti sembra non bastarci più o quando il nostro Dio sembra averci davvero lasciati da soli a camminare sulla spiaggia, rifuggendo i nostri pianti di bambini bisognosi. Vita, morte, rimpianti e fragilità dell'individuo sono raccontati nella cornice di un odierno Veneto, dipinto come un luogo immobile nel tempo, avvolto da una fitta nebbia che riesce a penetrare anche nei pensieri.
Entropia Padrepio riesce anche nelle sue sonorità a descrivere questa realtà in un modo che non definirei nostalgico, ma che sta solamente citando il passato a riprova della reale paralisi che stiamo vivendo. Nonostante ciò, il sound non risulta per nulla stantio, e anzi, è esattamente la ventata di aria fresca di cui la scena alternativa italiana aveva bisogno. Il brano essenziale del disco? Senza dubbio Viale Santissima Trinità (che ha pure un video della Madonna).
- Claudia Crivellenti
Stromae - Multitude

- Maria Laura Arturi
Editors - EBM

Nella forbitissima discografia della band di Birmingham mancava solo un disco di matrice prevalentemente dance/elettronica: EBM è Editors/Blanck Mass ma anche electronic body music, una costellazione di suoni disco, synthpunk, elettronici e post punk. Non esiste probabilmente descrizione migliore per il disco. L'eclettismo di Tom Smith e la versatilità della sua voce hanno sempre reso possibile agli Editors di accarezzare generi molto diversi tra loro sin dai tempi di In This Light And On This Evening. L'aggiunta di Elliott Williams (che oltre ad essere il vero e proprio jolly della band vive una carriera parallela come dj) nel 2012 ha fatto sì che la band ricorresse in modo progressivamente più massiccio ai sintetizzatori. Infine, il passaggio di Benjamin John Power (Blanck Mass) da produttore a membro effettivo del gruppo è stato il passo decisivo per rinvigorire il fuoco degli Editors e spalancare definitivamente le porte dell'elettronica a Tom Smith e soci. Il settimo lavoro in studio degli Editors spazia dalle chitarre e dai suoni puramente post punk degli inizi della loro carriera con brani come Strawberry Lemonade e Karma Climb, a pezzi del calibro di Kiss e Strange Intimacy in cui il lato più emozionale del cantante si sposa alla perfezione con i sintetizzatori che fanno da costante sottofondo. Heart Attack il brano che meglio rappresenta senza ombra di dubbio alcuna i nuovi Editors. - Enrico Baroni
Black Country, New Road - Ants from Up There

Pochi giri di parole: Ants from Up There è un album incredibile e facilmente annoverabile tra gli album migliori dell'ultimo decennio. I Black Country, New Road sono riusciti a superarsi, soprattutto lato produzione, cancellando le increspature presenti nel primo lavoro. Musicalmente innecepibili, tecnica, scrittura e composizione sono di altissimo livello. Purtroppo quando in poco meno di un anno realizzi due album di questo calibro, un pegno devi pagarlo e questo pegno è l’abbandono della band da parte del frontman e anima inquieta Isaac Wood, per problemi di salute mentale. “So I’m leaving this body and I’m never coming home again”. Probabilmente i Black Country, New Road che abbiamo conosciuto finiscono qui, ma sentiremo ancora parlare della musica che ci hanno lasciato. - Gianmarco Carosi