Anche questa edizione del Primavera Sound è giunta al termine. Tra aspettative sempre alte, imprevisti meteorologici e momenti destinati ad essere ricordati, i tre giorni spagnoli hanno raccontato molto più di una semplice successione di concerti. È stata un’esperienza fatta di contrasti: caos e rinascita, delusioni e sorprese, problemi organizzativi e performance memorabili. Un’edizione che ha messo alla prova pubblico, artisti e soprattutto organizzatori, ma che proprio per questo ha mostrato, nel bene e nel male, cosa significhi davvero vivere un festival.

Giorno 1
Solitamente i giorni del festival passano con lo sguardo rivolto verso il palco o verso il proprio artista preferito, ma purtroppo così non è stato. Anzi, gli sguardi erano tutti rivolti verso il cielo e verso le numerose app meteo nell'attesa che l'ennesimo refresh portasse lontano la perturbazione che stava minacciando Barcellona.
Nel pomeriggio, la lunga fila per Cameron Winter all’Auditori Rockdelux raccontava già tutto: hype altissimo e pienamente giustificato dal live. Poco dopo, Blood Orange ha portato sul Revolut Stage un set elegante e controllato, dimostrando classe anche in mezzo a qualche difficoltà tecnica, sottolineata dallo stesso poco prima su Instagram.
Poi è arrivata la pioggia, e ha cambiato completamente il tono della serata. I Geese, travolti dal temporale mentre erano sul palco, hanno trasformato il loro concerto in qualcosa di più grande del previsto: un momento condiviso, quasi epico, con il pubblico a cantare sotto il diluvio. In qualche modo tutto ciò ha giocato molto a loro favore in quanto il live non era partito nel migliore dei modi. Sul palco Port, invece, gli Agriculture si sono presi la scena come rivelazione della giornata, almeno finché un blackout totale del palco non ha interrotto tutto. Questi 20 minuti mancanti qualcuno li dovrà pagare.

Con il peggiorare delle condizioni meteo, i palchi principali hanno iniziato a fermarsi, letteralmente, in quanto sembra che alcuni pezzi dello stage Revolut siano venuti giù. Sono saltati i set di Alex G e Mac DeMarco, mentre l’Auditori si è trasformato in rifugio per chi cercava riparo (e musica), con Panda Bear davanti a un pubblico fradicio ma resistente. In questo scenario, Father John Misty è stato uno dei pochi a portare a termine il proprio concerto.
Il momento più caotico è arrivato con i Massive Attack: prima riprogrammati, poi definitivamente cancellati, in mezzo a comunicazioni confuse e difficili da seguire sul posto. Molti hanno aspettato invano, altri se ne sono andati senza capire davvero cosa stesse succedendo. A fine serata, alcuni palchi minori hanno continuato, ma la sensazione generale era chiara: la giornata era ormai compromessa. Più del maltempo, a pesare è stata la gestione delle informazioni, apparsa frammentaria in un momento così cruciale.
Il primo giorno del PS '26 non sarà ricordato tanto per ciò che è accaduto sul palco, quanto per ciò che non è accaduto. E soprattutto per il modo in cui è stato raccontato a chi era lì.

Giorno 2
Dopo il disastro meteorologico del primo giorno, il secondo è stato quello della ripartenza. Non tutto, però, è tornato davvero a posto.
I segni della tempesta erano ancora evidenti soprattutto sui main stage. Gli Slowdive, attesissimi, hanno pagato un audio sorprendentemente pessimo sul Revolut Stage, come se il palco non si fosse ancora ripreso del tutto dalla sera prima. Un peccato, perché il loro live resta sempre un viaggio, ma stavolta più difficile da compiere. Situazione simile anche per i NewDad sull’Estrella: a un certo punto il palco si è spento, costringendoli a improvvisare un momento acustico che ha confermato che qualcosa continuava a non funzionare.

Altrove, però, la musica ha iniziato davvero a parlare. All’Auditori, Annahstasia ha messo in scena uno dei concerti più intensi e significativi dell’intero festival: essenziale, emotivo, di quelli che restano addosso anche quando esci. Sempre sul fronte “momenti riusciti”, le reunion dei Texas Is the Reason e Rilo Kiley hanno fatto esattamente quello che ci si aspettava — e forse qualcosa in più: solide, sentite, senza bisogno di dimostrare niente.
Non tutto ha convinto allo stesso modo. I Water From Your Eyes hanno confermato una sensazione abbastanza diffusa: progetto interessante su disco, molto meno efficace dal vivo. Uno di quei set che si perdono un po’ nell’aria del festival senza lasciare davvero traccia.
Poi ci sono stati i grandi nomi, quelli che tengono insieme tutto. I Cure hanno fatto semplicemente quello che fanno da sempre: due ore e mezza senza pause, una scaletta impressionante e nessuna sbavatura. Un concerto costruito sui classici, ma suonato con una precisione e una consapevolezza che li rendono ancora oggi un punto di riferimento assoluto. Professionisti, nel senso più pieno del termine.

Eppure, i veri protagonisti della giornata sono stati altri. I Viagra Boys hanno ribaltato ogni possibile aspettativa: non solo ironia, non solo immaginario eccessivo, ma una macchina live perfetta. Compatti, potentissimi, con un suono che dal vivo acquista una forza che i dischi solo suggeriscono.
Il secondo giorno del PS '26 è stato quindi un equilibrio strano: da una parte un festival che cercava di rimettersi in piedi, dall’altra momenti di musica che, quando funzionavano, ricordavano perfettamente perché si è lì. Non tutto ha girato come dovrebbe, ma rispetto al giorno prima, almeno, la musica è tornata al centro.
Giorno 3
Dopo due giorni complicati, il terzo è stato quello del ritorno sui giusti binari: tutto quello che il festival può essere, concentrato in meno di 24 ore.
Fin dal pomeriggio si è percepita un'energia diversa. Baxter Dury ha messo in scena un live folle e coinvolgente, mentre i Big Thief hanno fatto quello che fanno sempre: riuscire a farci addormentare, ma questo è solo un mio pensiero, restano una certezza assoluta. Poco dopo, Little Simz ha confermato di essere ormai perfettamente a suo agio sui palchi più grandi, con una presenza e un controllo da vera headliner.

Il momento più chiacchierato, però, è arrivato con lo show a sorpresa di Olivia Rodrigo. Annunciata poche ore prima, dopo giorni di voci e teorie, ha portato sul palco un set costruito sui suoi successi e sulle nuove uscite all'orizzonte, culminato in un’apparizione che ha mandato in corto circuito il pubblico: Robert Smith dei Cure al suo fianco. Una scena che riassume perfettamente lo spirito del festival, tra generazioni che si incontrano e, a volte, anche si riconoscono.

Come ogni anno, il problema del Primavera è anche scegliere cosa sacrificare. Mentre i My Bloody Valentine riempivano il Forum con il loro muro di suono, i Touché Amoré suonavano per intero Stage Four a dieci anni dall’uscita — e, a giudicare dai commenti del frontman Jeremy Bolm, qualcuno avrebbe voluto essere in entrambi i posti contemporaneamente. Sul fronte reunion, anche il ritorno degli xx ha avuto il sapore dell’evento, con un pubblico che conosce ogni pezzo praticamente a memoria.

Le ultime cartucce della serata le hanno sparate i Gorillaz, trasformando il loro set in una festa collettiva, tra ospiti e contaminazioni, con Little Simz di nuovo protagonista e interventi che hanno dato al live anche una dimensione politica, dopo l'incontro pomeridiano tra Damon Albarn e il presidente spagnolo Pedro Sánchez.

E poi il lato più fisico del festival: a notte inoltrata, il mosh dei Knocked Loose è stato probabilmente uno dei momenti più estremi dell’intera edizione, un’esplosione di energia difficile da contenere per uno dei nomi forse più estremi degli ultimi anni. A chiudere, i Kneecap con prima Grian Chatten dei Fontaines D.C. e poi Aarab Barghouti, per ribadire ancora una volta, con le loro canzoni dall'ultimo lavoro FENIAN, da che parte della barricata schierarsi.

Il terzo giorno del Primavera Sound 2026 è stato tutto questo: sorprese, incastri impossibili, grandi ritorni e momenti destinati a restare. Dopo la tempesta del primo giorno e gli assestamenti del secondo, la ventiquattresima edizione del festival si è conclusa ricordando esattamente perché continua a essere uno più importanti in circolazione.
Fotogallery di tutte le giornate del festival a cura di Renato Anelli.