Ci sono artisti che hanno bisogno di mettere su spettacoli mastodontici, giochi di laser, fuochi d'artificio ed effetti pirotecnici: e poi ci sono loro, i Kings of Leon, che hanno bisogno solo dei loro strumenti e di un palco per infiammare Milano (un gioco di parole doveroso quando si parla della band di Sex on Fire).
Erano quasi dieci anni che Caleb Followill e soci (ossia i suoi due fratelli e il cugino) mancavano dall'Italia. Sarebbero dovuti esibirsi lo scorso anno a La Prima Estate in Toscana, data poi annullata a causa dell'incidente alla gamba capitato proprio al frontman della band americana. Dodici mesi dopo sono tornati per davvero, questa volta a Fiera Milano Live.

Puntualissimi come un orologio svizzero, alle 21 spaccate iniziano sulle note di Slow Night, So Long e da lì per le quasi due ore successive tireranno dritti come dei treni, niente tempi morti fra un pezzo e l'altro, niente discorsoni, giusto qualche ringraziamento e battuta qua e là e basta: una canzone dopo l'altra, come se non ci fosse un domani.
La voce di Caleb è in una forma splendente, ed è un piacere ascoltarla in un posto dove finalmente l'acustica è ottima (cosa poi non così comune a Milano). La gente ondeggia e si lascia trasportare, mentre alle proprie spalle tramonta il sole di quella che è stata una giornata particolarmente bollente.

Una temperatura che rimane alta grazie ai quattro (più turnisti, s'intende) di Franklin, Tennessee. Arrivati a quasi 25 anni di carriera, i KoL devono avere l'imbarazzo della scelta quando si tratta di decidere le scalette dei propri concerti. E infatti anche a Milano, c'è spazio per i brani di otto album (più l'ultimo singolo To Space, uscito lo scorso novembre).
Dicevo, niente fronzoli e solo (tanta) sostanza: Nathan Followill alla batteria continua a fare palloncini con la gomma da masticare (anche durante i fill più concitati, cosa di certo non comune), e insieme agli altri parenti fanno una macchina perfettamente rodata.

Ci sono ovviamente tanti classici che fanno ballare tutti i presenti, come The Bucket, Use Somebody e Pyro. Eppure c'è un particolare momento durante la serata a fare da spartiacque ed è Closer, probabilmente il momento più viscerale dell'intero concerto. Le note di chitarra di Matthew Followill si propagano per il parterre, per esplodere sul finale in un assolo liberatorio. Da lì in poi è come se la band decidesse di ingranare la quarta con Molly's Chambers, Razz, My Party e Supersoaker.
Nonostante ci siano comunque migliaia di persone, sembra paradossalmente di essere con la band nella loro sala prove, ascoltando, uno dopo l'altro, tutti i pezzi che li hanno resi negli anni ciò che sono. "Se oggi siamo qui e facciamo quello che amiamo da tutti questi anni, è solo grazie a voi", dice Caleb con il suo tono burbero, ma sincero. Riconosce qualche faccia nelle prime file, sono i fan che li seguono in tour. "Questa canzone è per voi", dice giusto prima di attaccare con Fans.

La pausa per l'encore è solo un pretesto per far accordare i propri strumenti ai propri roadie, e quindi tempo un minuto ed eccoli di ritorno sul palco, per la tripletta finale: To Space, Knocked Up e l'immancabile Sex on Fire, che fa scatenare tutti.
Giochi di parole così sono parecchio scontati, ma dopotutto sì: i Kings of Leon hanno infiammato Milano in una bollente serata estiva con la loro ruvida essenzialità. Sperando che non ci vogliano altri dieci anni per vederli dalle nostre parti. Band così vanno preservate a ogni costo.
Fotogallery a cura di Renato Anelli.