Qualche bello scatto di Michael Kiwanuka al Fabrique

by A. D. Sanders

Un concerto che ti riconcilia con il genere umano: ecco cos’è stato il live a Milano di Michael Kiwanuka di sabato scorso. Vedere un Fabrique praticamente sold-out, stipato da persone di ogni età, dal ragazzino alternativo al pensionato nostalgico della black music dei tempi che furono, ti fa ben sperare nel futuro della musica.

Ad aprire le danze ci pensa Celeste, talentuosa artista che si dimostra vocalmente impeccabile ma alquanto statica (seriamente, in tutto il suo set ha abbozzato un leggero movimento degli avambracci durante la conclusiva Strange, rimanendo altrimenti immobile). Il pubblico comunque apprezza.

Alle 21.30 circa finalmente arriva il momento che tutti stavano aspettando: le luci si spengono e sul palco salgono la band e le coriste che attaccano subito con l’intro di Piano Joint (This Kind of Love). Ed ecco che arriva il momento di Kiwanuka, che dopo essersi preso gli applausi della folla inizia a cantare. L’ultima volta che l’avevo sentito dal vivo era stato in occasione degli I-Days nel 2017, quando si era esibito prima di James Blake e dei Radiohead. E devo ammetterlo: in questi due anni mi ero dimenticato quanto fosse devastante  l’impatto della sua voce. Una tecnica impeccabile, sia la sua che quella dei suoi compagni di palco, e un’anima soul straripante e travolgente. La scaletta è principalmente improntata sulle canzoni del recente (e meraviglioso) album Kiwanuka (potete leggere qui la recensione), ma c’è anche spazio per una manciata di canzoni da Love & Hate e Home Again. La forza di Kiwanuka dal vivo però non risiede solo nella sua bravura tecnica, ma in quella rara capacità di riuscire a fare un live dicendo solo qualche parola fra una canzone e l’altra e lasciando che sia solo la musica a rapire il pubblico. Durante la serata ci sono momenti ballabili e funky come durante You Ain’t the Problem e Black Man in a White World, e altri decisamente più intimi come durante Home Again. Ma poi ce ne sono molti in cui queste definizioni non reggono più ed il concerto diventa una catarsi: brani come I’ve Been Dazed, Final Frame e Solid Ground ti lasciano sospendere per pochi minuti il contatto con la realtà. Non è scontato avere reazioni fisiche come brividi e pelle d’oca durante un concerto, ma il live di Kiwanuka ne regala eccome. Il pubblico si lascia trasportare e (almeno) nelle prime fila vige un silenzio quasi religioso. «Grazie mille Milano, questa è stata probabilmente la data più bella del tour» dice lui – paraculo – verso la fine del concerto. La folla ovviamente esplode in un caloroso applauso. Dopo circa un’ora e mezzo c’è ancora spazio per chiudere in bellezza: Cold Little Heart e la famosa Love & Hate. E allora non posso che concludere citando gli ultimi versi di questa canzone: 

Standing now
Calling all the people here to see the show
Calling for my demons now to let me go
I need something, give me something wonderful. 

Un appello che giro anche a voi che leggete: se non lo avete mai sentito dal vivo, la prossima volta vedete di non mancare. Non ve ne pentirete.

Per il momento potete godervi i bellissimi scatti del concerto fatti da Maria Laura Arturi (http://www.arturized.com):

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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