Mat Osman me l’aveva detto qualche mese fa nel corso della nostra intervista (che trovate qui): la spinta dei Suede nell’ultimo periodo è stata generata da quella voglia di cercare territori inesplorati, provare nuove sensazioni e riconnettersi con il proprio pubblico, a partire dai live. Il primo pensiero a fine concerto a Milano è che aveva dannatamente ragione. Quella connessione tra palco e pubblico è tangibile e salda come non mai.

Sono passati poco più di trent’anni dall’esordio con il loro album omonimo e a vedere la carica e l’energia della band - ma soprattutto di Brett Anderson - non sembra passato un giorno da quel 29 marzo 1993. Un’ora e mezza di concerto senza pause, passando tra il palco e il proprio pubblico, con un paio di scorribande in mezzo al parterre durante diversi brani fra cui l'immancabile Beautiful Ones.
Il Fabrique è completamente sold out: uno di quei tutto esaurito dove effettivamente ogni metro della venue è occupato da qualcuno. I cellulari, tenuti perlopiù in orizzontale per filmare, indicano solo una cosa: la maggior parte dei presenti è cresciuta negli anni Novanta e ha trascorso l’adolescenza ascoltando i primi album dei Suede. Questo ritorno in Italia, infatti, non è che un bellissimo tuffo nel passato. La scaletta in questo senso aiuta molto: la maggior parte dei pezzi suonati fanno parte di Coming Up (1997), Suede (1993) e Head Music (1999), con qualche brano sparso dai loro successivi album e solo uno, June Rain, tratto dall’ultimo - ottimo - album Antidepressants.

Una scelta che a fine live farà storcere il naso a molti presenti, che speravano di sentire molti più pezzi dall’ultima fatica discografica, come era successo alle prime date di questo tour europeo. Di solito i fan delle band storiche sperano di sentire dal vivo di più i grandi classici o le vecchie chicche invece dei pezzi nuovi. Qui invece succede l’opposto. Perché? Semplice, i Suede non hanno mai smesso di guardare avanti.

Durante la serata c'è spazio anche per due momenti completamente in acustico, con il debutto dal vivo in questo tour di She's in Fashion e The Wild Ones, col ritornello cantato interamente dal pubblico. Durante tutta la serata Brett coinvolge continuamente i fan, non solo affacciandosi e entrando nel parterre, ma anche facendogli cantare diversi ritornelli dei 19 pezzi in scaletta. "Oggi è uno di quei concerti da singalong, non la facciamo sempre, ma stasera sì" dice il frontman prima di attaccare con Saturday Night e concedersi l'ennesimo bagno di folla.
Aveva ragione Mat Osman: i Suede sono una band che nel 2026 è mossa davvero dal proprio rapporto col pubblico durante i live. A trent'anni di distanza, vedere tutta l'energia e la passione che Brett Anderson e soci trasmettono fa davvero bene al cuore e va ben oltre un retorico effetto nostalgia.