Beck | Hyperspace

by A. D. Sanders

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B+
Spaziale

Ascoltate i primi 5/10 secondi di ogni canzone della discografia di un artista qualunque. Molto probabilmente riuscirete a indovinare di chi si tratta a occhi chiusi. Beh, non con Beck: genio di LA, troppo alternativo per essere mainstream e troppo mainstream per essere alternativo.

L’uomo che ha fatto del camaleontismo una delle sue forze ha anche creato a partire dagli inizi degli anni ’90 un non-genere: il genreless. L’”eclettismo” è probabilmente uno dei termini più abusati quando si tratta di musica, ma in questo caso è perfettamente calzante. E se quest’ultima è una qualità che l’artista americano ha sempre dimostrato, l’ha saputa confermare anche a questo giro con la sua ultimissima fatica discografica: Hyperspace. Un disco che, ancora una volta, si discosta nettamente dal suo predecessore (in questo caso Colors del 2017) e esplora nuovi e affascinanti territori sonori. Ci si trova un po’ di tutto: l’elettronica anni ’80, riferimenti alla trap, l’hip hop, il folk ’n blues contemporaneo, il pop alla Coldplay. Il tutto mischiato con la solita maestria impeccabile, capace in qualche modo di dare un senso al tutto.

Ma c’è una grande novità rispetto al passato: una ricerca costante del minimalismo. Merito sicuramente di chi l’album lo ha prodotto e co-scritto: Pharrel Williams. Già, perché quella che era nata come una collaborazione per qualche brano futuro dei N*E*R*D. si è trasformata in un legame molto più forte, che ha portato alla nascita di Hyperspace.

Il titolo dell’album prende spunto da un gioco arcade degli anni ’80 di cui probabilmente nessuno di voi si ricorderà, chiamato Asteroids. Avete presente quei bestioni alti due metri che c’erano un tempo nelle sale giochi, con lo schermo bicolore e solo un paio di levette come controlli? Ecco. Il gioco di per sé era semplice: bisognava evitare gli asteroidi, e nei momenti di difficoltà il giocatore poteva premere il pulsante “Hyperspace” che lo avrebbe fatto schizzare nell’iperspazio, salvandolo. Allo stesso modo Beck ha dato vita ad una sorta di concept album legato all’idea della salvezza dalla realtà, vista tramite le storie di diversi personaggi. C’è chi cerca conforto nella religione e chi nella droga, chi nel sesso…e chi nella musica. Esattamente come l’artista californiano.

L’album si apre con Hyperlife: dei synth in lontananza, eterei, sembrano avvicinarsi sempre di più. È una sorta di richiamo, una chiamata per seguire il viaggio di Beck nell’iperspazio: non resta che allacciare le cinture e partire. Ed ecco Uneventful Days, secondo singolo del disco, e probabilmente una delle canzoni più riuscite dell’intero album: questo pezzo mostra tutto ciò che il pop contemporaneo ha da offrire.  La canzone parla di una persona sola che vaga senza meta e senza scopo, in attesa che qualcosa accada.

E quel qualcosa accade nella traccia successiva Saw Lightning, un brano che potrebbe essere uscito fuori dal primo album di Beck ma che allo stesso tempo ha forti radici nei tempi odierni. Lo slide guitar blues si fonde alla perfezione con il beat elettronico di Williams, mischiando mondi che all’apparenza non hanno molto in comune. E c’è anche un momento gospel nel bridge, accompagnato dal pianoforte: «Lord, won’t you take me and lead me to the light?».

Si arriva così a Die Waiting un brano molto à la secondi Coldplay (quelli di A Head Full of Dreams per intenderci) che vede la partecipazione di Sky Ferreira. Non solo la voce di Beck è simile a quella di Martin in questo pezzo, ma anche la produzione ammicca in quella direzione: le linee di basso ed i sintetizzatori ci rimandano proprio alla band londinese. Nella successiva Chemical, troviamo una riflessione sull’amore come frutto di reazioni chimiche nel nostro cervello:  «A sudden change in everything /Don’t know when I was leaving feeling well and free / You find love just a fantasy / Beautiful and ugly as a life can be». Il dubbio che ci sia qualche riferimento al suo recente divorzio con la moglie Marissa Ribisi (la gemella del noto attore Giovanni) è lecito direi. 

Si passa così a See Through il brano probabilmente più urban del disco e prodotto da Greg Kurstin, che aveva già lavorato al precedente Colors. Da sottolineare comunque l’uso interessante dell’autotune, ennesima dimostrazione che questo è uno strumento che non dovrebbe essere demonizzato a priori dalle vecchie generazioni. Hyperspace invece riprende direttamente le atmosfere della prima traccia, con questi sintetizzatori sognanti, alla Vangelis, che ci fanno comprendere di trovarci molto lontano da casa, in «a galaxy far far away», per così dire. E non a caso abbiamo da poco superato la metà dell’album. Ed ecco che in un attimo ci troviamo nella stratosfera (Stratosphere), titolo della successiva canzone. Una chitarra acustica riverberata, un muro di voci nel ritornello (fra cui quella di Chris Martin), e all’improvviso ci siamo: «In the stratosphere / There’s nowhere to go from here / In the stratosphere / I’ll be back home another year».

Con la successiva Dark Places ritroviamo i suoni tipici dei videogiochi Atari di una volta e con atmosfere decisamente Vaporwave che richiamano alla perfezione l’immagine dell’artwork del disco. E, nota a margine, mi piacerebbe sapere come gli sia venuta in mente di campionare una voce femminile che in italiano dice «quanti anni hai?».

La penultima traccia Star prodotta da Paul Epworth (il noto produttore di Adele) riporta subito alle canzoni di Midnite Vultures, con cui condivide il groove. Ed è così che arriviamo alla fine di questo viaggio interstellare. Il brano di chiusura Everlasting Nothing è probabilmente una delle tracce più riuscite del disco e si prospetta essere uno dei nuovi classici di Beck. Una sorta di Let It Be, che ancora mancava nel suo sconfinato repertorio, una ballad riflessiva sulla condizione umana. Un climax che riporta alla mente le atmosfere pink floydiane di The Great Gig in the Sky.

Dopo tutto ognuno di noi vaga su questa terra in attesa della cosa che accomuna tutti: la morte. C’è chi ha fede, chi è ateo, chi magari cerca di non pensarci e basta.  Ma la fine arriva sempre è comunque. E allora:

Nowhere child, keep on running 
Nowhere child, keep on running
In your time, you’ll find something
In the everlasting nothing

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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