Sam Fender | Hypersonic Missiles

by Federica Di Gaetano

Voto:

C
Promettente

Se c’è un nome che negli ultimi mesi in UK sta letteralmente spopolando è senza ombra di dubbio quello di Sam Fender. Classe 1994, originario di Newcastle, considerato la nuova promessa di quel cantautorato voce e chitarra tipicamente britannico che negli anni passati ha già fatto più volte centro con artisti del calibro di Ed Sheeran, Tom Odell, James Bay e, più recentemente, Lewis Capaldi. Dopo essere stato casualmente notato da Owain Davies (già manager di Ben Howard) mentre si esibiva in un pub della sua città, è arrivato a firmare un contratto con la Polydor Records. Dopo una prima prova, superata con successo nel novembre 2018 con Dead Boys, EP contenente quattro brani, a poco meno di un anno di distanza è finalmente arrivo il momento che tutti stavano aspettando: il 13 settembre 2019 è stato pubblicato l’attesissimo debut album Hypersonic Missiles, descritto dallo stesso artista come un regalo per i suoi fan.

We just wanted to pick the tunes that spoke to the fans. It’s for them… more than me. The first half of the record is the bit that I’m more passionate about, and the second is a gift to those who have supported us from the start…It’s them grassroots fans that have created this opportunity – they kicked the doors down…It’s only the fans I give a fuck about – if they like it, great. After that I’m going to write some really, really self-absorbed second album that nobody will like!

Il disco si apre con la title track Hypersonic Missiles, caratterizzata da un sound in cui si possono ritrovare sfumature di Bruce Springsteen e altri richiami al rock anni ’70. Qui la sua voce potente si stende su riff di chitarra elettrica morbida, accompagnata dai sax, con un crescendo verso il ritornello. Il titolo è stato ispirato dal nome di un nuovo missile russo in grado di viaggiare a una velocità circa nove volte superiore a quella del suono, ovvero essenzialmente inarrestabile. Attualmente gli Stati Uniti non possiedono alcun mezzo per contrastare un’ arma di tale portata e in caso di un attacco si troverebbero praticamente indifesi: «God bless America and all of its allies». Nel bel mezzo del caos brilla un barlume di speranza, una sorta di promessa romantica: nonostante il narratore e la persona che ama si sentano totalmente impotenti di fronte a un mondo che sta andando a rotoli e privi dell’intelligenza necessaria per poter davvero cambiare le cose («I’m not smart enough to change a thing, I have no answers, only questions, don’t you ask a thing»), una consapevolezza li tiene in vita: qualunque sia il loro destino e a prescindere da quale decisione verrà presa dai tiranni che governano il loro mondo, rimarranno insieme («this world is gonna end, but till then I’ll give you everything I’ve got»).

Il video, filmato a Los Angeles dal regista Vincent Haycock, mostra come un gruppo variegato di persone affronterebbe il proprio ultimo giorno sulla Terra.

E la forte influenza del Boss è percepibile anche in The Borders, brano dal sapore fortemente autobiografico, che Sam stesso ha dichiarato essere il suo preferito dell’intero album. Una melodia incalzante accompagna una storica potente, quasi traumatica: una brutale quanto realistica fotografia di bullismo e violenza domestica, che ha per protagonista due amici che crescono insieme e poi sono costretti a separarsi («we were like brothers, everybody said we looked the same»). Nei versi della canzone le vite dei due ragazzi si intrecciano e, nella prima parte, viene raccontata la storia dell’amico costretto a vivere in una casa considerata un vero e proprio inferno, con una madre violenta, dopo che il padre li ha abbandonati quando era ancora un bambino.

We were afraid of your mother
Hell, she used to hit you so hard
And your dad took off when you were a baby

E il tema degli abusi domestici lo si ritrova anche nella malinconica ballad Two People (i cui primi accordi ricordano in maniera quasi inquietante The A Team di Ed Sheeran), ispirata alle vicende di una coppia di vicini di casa di Sam, che da ragazzo sentiva spesso urlare e litigare. Nonostante si rendesse conto che quella che si stava consumando dall’altra parte della sua parete era una relazione malsana e abusiva («one has to keep a mouth shut victims of a warm house town»), si è sempre sentito impotente e non ha mai trovato il coraggio di intervenire. La canzone più politica del disco è, invece, White Privilege, una spietata satira che non risparmia niente e nessuno, dalla Brexit al patriarcato, passando per la brama di popolarità dei sedicenti influencer.

Signing online petitions, thinking I’m making a difference
Don’t wanna hear about Brexit, them old cunts fucked up our exit
My generation was duped, the youth were left out the loop

The patriarchy is real, the proof is here in my song
I’ll sit and mansplain every detail of the things it does wrong
‘Cause I’m a white male, full of shame
My ancestry is evil, and their evil is still not gone

E’ con la potetente e straziante Dead Boys che il disco raggiunge la sua vetta più alta. Si tratta di una canzone scritta da Sam in seguito alla morte di un suo caro amico e ha come fulcro il suicidio maschile, in particolare nella sua città natale, Newcastle («nobody ever could explain all the dead boys in our hometown»).
Il brano, tanto crudo quanto intenso, si apre con un segmento di chitarra e, mentre nella prima metà l’artista quasi sussurra, nella seconda parte esplode in maniera quasi feroce. Si focalizza sulla problematica della mascolinità tossica e sulla sua connessione con la salute mentale nei giovani uomini. Parla di come troppo spesso la società imponga degli standard tali da insinuare nei ragazzi la convinzione che sia più importante apparire forti e virili e allinearsi piuttosto che aprirsi e parlare dei loro problemi, delle loro insicurezze e delle loro fragilità («we close our eyes, learn our pain»). Tutto ciò è talmente amplificato al punto tale da farli arrivare, nei casi più drammatici, a togliersi la vita prima di riuscire a chiedere aiuto.

I genuinely think it’s toxic masculinity and the idea of what a man is supposed to be. This really archaic, out of date idea of how a man is supposed to conduct himself. I think that’s what kills men, genuinely.

https://www.youtube.com/watch?v=FcO8uV2n3Ys

You Are Not the Only One è una delle poche canzoni d’amore del disco ed è caratterizzata da riff di chitarra, una batteria frizzante e un sax che esplode nel finale

You impersonate the seasons
Your gold autumnal haze
But something dies inside you
When winter rears its face

Play God è stata originariamente pubblicata come suo singolo di debutto nel 2017 e, successivamente, è stata inclusa nella colonna sonora di FIFA nel settembre 2018. Il testo è stato ispirato dai grandi cambiamenti che l’artista ha potuto osservare negli ultimi anni, come la Brexit o l’elezione di Trump. Racconta una realtà distopica che condivide fin troppe somiglianze con il nostro mondo e ruota attorno alla presenza di una sorta di Grande Fratello di orwelliana memoria, in grado di controllare la società («no matter who you are of where you’ve been, he is watching from the screen»).

That Sound è un brano dalla forte carica indie rock. Se da una parte è una celebrazione del suo amore per la musica e un inno al trovare la forza di continuare a fare ciò che ami e ti rende felice, ignorando chi ti rema contro, dall’altra è un vero e proprio dito medio nei confronti di tutti coloro che, soprattutto nella sua città natale gli hanno voltato le spalle dopo che ha iniziato ad avere successo, probabilmente invidiosi del fatto che, a differenza loro, ha trovato il coraggio di andarsene («at home I face these green eyed beasts, everybody wants to leave but no one wants to see you do it»). E quanto le piccole città possano essere claustrofobiche e soffocanti lo si evince bene anche in Leave Fastan old man told me to leave fast or stay forever»). Qui Sam dipinge l’immagine di una città desolata e punta il dito in particolar modo contro la negligenza del governo, accusato di averle abbandonato lei e i suoi abitanti al proprio destino.

Boarded up windows on the promenade
The shells of old nightclubs
And halfway houses
Intoxicated people battling on the regular
In a lazy lowlights bar
Poor souls sleeping on shop front doors
Being turfed off by the council
Forgotten by our government
A selfish little baby with no responsibility
Watching people die in the cold

Il verso di apertura di Saturday è la perfetta sintesi della generazione di Sam, ovvero «overtired, overworked, underpaid, under pressure». E fra una frecciatina e l’altra rivolta al proprio padrone di casa, il brano descrive la bramosa attesa dell’arrivo del weekend dopo una stressante settimana di lavoro («the unchained melody out of tune, remedy for the weekend to cure the weekday blues»). La notte invece diventa protagonista nella ballad super catchy Will We Talk, arricchita dall’introduzione di archi e percussioni nel secondo ritornello. Qui, in una cornice in cui è facile immedesimarsi, con i New Order che risuonano nella stanza e i cocktail fluorescenti che brillano nei bicchieri, vengono raccontate l’eccitazione, l’ambiguità e il romanticismo alcolico che circondano gli attimi prima di un rapporto sessuale occasionale.

She said
“If you dance with me, darlin’
If you take me home
Will we talk in the mornin’?”

https://www.youtube.com/watch?v=b_0oCxfL9cM

Call Me LoverI love it when you call me lover»), nonostante non possa essere considerata una brutta canzone, è sicuramente uno dei momenti più banali e meno interessanti dell’album, sia a livello di sound che dal punto di vista testuale. Sembra avere un po’ la funzione di filler e, sicuramente, il disco avrebbe potuto benissimo reggersi in piedi anche in sua assenza. Il disco si chiude con una versione live di Use, registrata durante un concerto tenuto a Londra nel 2018. Qui la protagonista assoluta è la voce di Sam, mentre la chitarra lascia spazio al pianoforte, che conferisce dolcezza e raffinatezza al brano («I’m crawling out of the stagnant hole that you’re wallowing in, so don’t you claw at my ankle»).

C’è solo una cosa che non mi è molta chiara, un pensiero che mi ha assalita guardando non solo la cover del disco, ma anche le varie foto promo di Sam: perché attribuire a un giovane cantautore che nei suoi testi si presenta come socialmente e politicamente impegnato (insomma uno che non è stato sfornato direttamente da una fabbrica accalappia hit, ma ha davvero qualcosa da dire) l’immagine di un membro di una boyband? Primi piani focalizzati sul suo viso pulito ma quasi sempre serio, quasi a conferirgli l’aria da poeta maledetto, occhi languidi e sguardo penetrante. Certo, questa scelta potrà sicuramente fruttare se il proprio target di riferimento è quello adolescenziale, ma non rischia di diventare controproducente nel momento in cui ci si vuole rivolgere a un pubblico più adulto e critico?

Per concludere, Hypersonic Missiles è sicuramente un buon punto di partenza, un album di tutto rispetto, ma è ben lontano dall’essere un debut perfetto. Se da una parte troviamo delle vere e proprie perle, dall’altra c’è anche parecchio di già sentito, soprattutto nel sound, e ancora molte cose da migliorare. Insomma, Sam Fender ha ancora tanto lavoro da fare, ma ciò che rimane indubbio è che possiede un grandissimo talento, specialmente quando si butta a capofitto nello storytelling e un grandissimo margine di crescita. Quel che è certo, e su questo ci metterei la mano sul fuoco, è che sentiremo ancora parlare lui.

Federica Di Gaetano

Vedo tutto rosa. Mi piace il folk. Non mangio gli animali ma non sono pazza.

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