Lunedì Tutti Fenomeni
8.0

Ho sempre odiato i professori che a scuola imponevano dei libri da leggere. Era un dramma quando - soprattutto alle medie e al liceo - ti davano un libro e più che da leggere era "da finire". Come se il professore dovesse inserire un timer alla lettura. Un "da consumare preferibilmente entro: vedi data sul diario". Sarà che non ho mai potuto sopportare la visione dei libri come "compito". Perché i libri non scadono una volta finiti, piuttosto se ne vanno in vacanza. E non arrivano per tutti al giusto momento. I libri spesso tornano quando è più necessario, in diversi momenti della vita che non coincidono con quelli di altre persone. C'è un libro, ad esempio, che si chiama Camere separate e lo ha scritto Pier Vittorio Tondelli che di mestiere faceva lo scrittore e che nella mia vita è andato molte volte in vacanza, si è preso tante settimane di ferie ma alla fine, le sue pagine, sono tornate sempre a casa. E menomale che nessun professore abbia mai pensato di impormelo. Forse non lo avrei mai recuperato. Ricordo, invece, un'altra persona che, a differenza mia che in quel momento lo avevo cancellato dalla lista della spesa, ne aveva perennemente una copia sopra il suo comodino e che forse sapeva fin dall'inizio che mai il suo amore avrebbe potuto essere tutto e forse, sempre per questo, quell'edizione di Camere separate, poggiata lì, a imperitura memoria, quasi la tranquillizzava.

tutti fenomeni recensione lunedì
Tutti Fenomeni | (c) Lorenzo Castore

Lunedì di Tutti Fenomeni è quel disco che andrebbe sempre tenuto sopra il proprio comodino. Non da ascoltare tutti i giorni ma che forse è importante che faccia presenza lì, sopra quel mobile. Al punto che sembri quasi scolpito, che ti ci abitui talmente tanto alla vista che nemmeno ti accorgi più di averlo. Ed è lecito che prenda anche un po' di polvere. E proprio quando è diventato abitudine, ci ripensi, spolveri la copertina e lo rimetti su per ascoltarlo. Come quando la domenica sera ti parte la depressione pesante in vista del lunedì mattina e cerchi dei modi per svagarti. Quello di Tutti Fenomeni, però, è un lunedì nel quale la celebrazione dell'amore è sopra tutto. E, tra le righe, sembra proprio di leggerci Tondelli in Camere separate:

L'amore è assoluto, non si può comandare, accelerare, evitare, giudicare. L'amore è totalità e pienezza

Love is the answer, love is a dancer, love is not enough

Non è abbastanza, ma ce lo teniamo stretto. Eccome. L'ultimo brano di Lunedì del nuovo lavoro di Giorgio Quarzo Guarascio - Love is not enough - è il compimento di un processo di maturità iniziato molto tempo prima ma che forse era manchevole di una bussola con la quale orientarsi. Lunedì rappresenta, nell'immaginario di Tutti Fenomeni, il giorno in cui non ti vendichi, quelle uniche 24 ore della settimana che ti permettono di accettare la sofferenza vuota senza compromessi. E forse è da qui che bisogna partire per comprendere bene l'album nella sua interezza. L'ultima traccia non è soltanto un compendio di quanto detto lungo tutto il corso del lavoro, ma quest'ultimo brano racchiude un po' il suo pensiero da artista - perché qui è di poetica che si parla - meno confuso, di certo determinato in merito a quali sentieri, anche se talvolta scoscesi, bisogna percorrere.

Se la tua immagine è la tua cella

è una citazione che viene da lontano, dalla prima puntata di Radio Guarascio - il suo progetto parallelo non istituzionale - nel quale, sulle note di Shock In My Town di Battiato cantava proprio

Perché la mia immagine è la mia cella

Per usare le sue stesse parole più avanti in quell'esercizio di stile queneauiano, Tutti Fenomeni sfuggiva ad una chiara definizione perché probabilmente era menzognero o, per dirla meglio, che non ce la raccontasse proprio tutta.

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Lunedì si prospetta, per adesso, come la sua ora di analisi più riuscita, la più imponente messa a fuoco su se stesso che abbia mai realizzato da quando fa musica (non a caso è la prima volta che sulla copertina ci mette la faccia) e che, volentieri, mette in condivisione con l'ascoltatore, in un universo, questo, nel quale da solo non ci vuole proprio stare

cerco un Dio perché da solo ho paura del vuoto

Le canzoni più azzeccate, di conseguenza, sono anche quelle dove ad essere protagonista è il gruppo. Ne sono un esempio Mao, dove Tutti Fenomeni non si piega a priori alle richieste del nuovo produttore Giorgio Poi, che, intelligentemente, ne accoglie l'ascolto e crea un ibrido inedito. I due lavorano bene, non lasciando slegate parole e musica ma le fondono, creando un binomio particolarissimo nel quale si ordina il cinese ma poi non arriva... Mao.

tutti fenomeni recensione lunedì
Tutti Fenomeni | (c) Lorenzo Castore

Resta sempre, di base, quella vena a metà tra realismo isterico postmoderno, ironia (secondo la formula del castigat ridendo mores, diceva il poeta) e profondità morale. Dire, in Col tuo nome, che dentro i lager tedeschi non si leggeva Dostoevskij significa affermare che l’orrore spesso nasce dall'assenza di introspezione. In altre parole, che la grande cultura non serva poi a prevenire il male. Ed è una presa di posizione forte, in un periodo storico nel quale invece si ritiene che sia la cultura la panacea contro tutti i mali e gli estremismi. In Tutti Fenomeni non c'è l'insistenza di giungere ad una moralità di tipo politico come invece si potrebbe evincere da un verso come

perché ogni croce celtica alla fine sta parlando di noi

ma l'autore, in questo frangente, sta cercando soltanto di inquadrare, come uno scatto fotografico immediato, l'immagine della nostra condizione esistenziale, che arriva molto prima di quella politica, pure importante. In questo, La felicità del cane cantata per l'occasione da Noè Guarascio - suo nipote, che quantomeno avrà un nome importante da portare per tutto l'arco della propria esistenza - risulta essere uno dei brani più distopici che il romano di nascita - ma laziale di tifo - abbia mai realizzato. L'obiettivo è proprio questo: un manifesto momentaneo ma, a quanto pare sistemico, che parla di lui ma anche molto di noi.

tutti fenomeni recensione lunedì
Tutti Fenomeni | (c) Lorenzo Castore

Per queste e molte altre ragioni, Lunedì ha un sound più morbido e chiaro, più luminoso e arioso, a tratti orchestrale - Francesco Consaga al sassofono in una non riuscitissima Formentera ne è un esempio - a tratti rarefatto. Una cornice sonora più vicina alla tradizionale forma canzone, che si discosta dal mondo più dichiaratamente rap delle origini, pur senza mai rinnegarlo. La morte continua a essere la sua fedele protagonista di tante battaglie sonore, questa volta non più santa come in Merce Funebre 

Sono lo spartiacque, sono la Trauermarsch

né tantomeno miracolosa come accadeva in Privilegio raro

Avevamo forse bisogno noi
Per amare la vita oggi, di un cataclisma?

ma viene esorcizzata fino a svuotarne la schiacciante gravosità. Ma nel disco c’è anche tanta vita. C’è la nostalgia e la malinconia per il tempo che passa, il sentirsi un clown per chi si è stati in passato e il timore per i trent’anni alle porte. A riunire tutto questo, quasi paradossalmente, c’è l’amore, tratteggiato a modo suo, con umorismo affilato ma anche con dolcezza e vulnerabilità.

In fondo, Lunedì resta lì come una forma di resistenza silenziosa. Tra il Big Bang e l’Apocalisse, mentre tutto sembra consumarsi troppo in fretta o svuotarsi di senso - credendo nell'utopia ma disperandosi, al contempo, per la fine del mondo - c’è ancora qualcuno che continua a credere che l’amore esista davvero. Forse non è abbastanza, forse non salva, forse non mette ordine. Ma vale comunque la pena cercarlo. E, ostinatamente, trovarlo.