19 marzo 2020

Un risveglio nostalgico: intervista a Nostromo

Sembra passata una vita da quel giorno di febbraio in cui Nostromo ha presentato dal vivo al Circolo Ohibò di Milano il suo album di debutto Minuetto. Il Coronavirus era solo l'eco di una minaccia lontanta, e quella sera c'era semplicemente una sala gremita, gente che si abbracciava e cantava i testi a memoria. E c'era una resa dal vivo che eguagliava quella del disco. E non è una cosa da poco, considerato quanto suoni bene quel disco. Le influenze sono molteplici: la musica italiana degli anni '60, '70, elementi di elettronica,  la nostalgia di un passato mai vissuto e di un futuro più incerto che mai.

Incontro Nicolò qualche ora prima che salga sul palco, per parlare di questo e altro.

Ciao Nicolò, partirei da alcune considerazioni inerenti al tuo album fresco di debutto Minuetto: la traccia centrale che dà il nome al titolo è strumentale; tu hai detto che non è casuale visto che era il modo migliore per esprimere tutti i concetti che volevi trattare in questo disco. 
La decisione gira un po’ intorno al fatto che la mia voce distrae, è molto protagonista dei pezzi. Io con quella traccia volevo comunicare l’essenza del progetto, volevo spogliarmi di quell’aspetto che mi appartiene di più - la voce - e dar voce al resto, cioè alla musica, a ciò che mi piace, a ciò che ci piace e quello mi sembrava il modo migliore.

Anche perché tu parti spesso dalla melodia e dalla musica e solo dopo trovi le parole, giusto?
Sì e no, nel senso che parto spesso dall’improvvisazione. Una piccola frase iniziale magari salta così dal nulla e poi resta nel brano. Sicuramente prima si crea la melodia, però se la prima frase non parla già di quello che voglio parlare allora poi diventa più difficile completare il lavoro. Se becco la prima frase poi il testo viene da sè. Quindi in realtà è una situazione che si muove piano piano, insieme, verso quello che diventa il brano finale.

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Riguardo l’ultima traccia Nostromo, usi questa metafora di te in mezzo al mare, per descrivere una solitudine capace di ispirarti e di farti stare bene. Tu vieni da Fermo (cittadina del Marchigiano ndr), ma hai iniziato a scrivere e comporre nel momento in cui ti sei trasferito a Bologna. Riusciresti a trovare l’ispirazione anche in un contesto poco stimolante socialmente come può essere Fermo?
Con Fermo ho un rapporto abbastanza particolare, nel senso che spesso mi sono detto “Ho bisogno di una buca un attimo, di prendere aria, quindi torno a Fermo”. Ovviamente non torno mai per mesi, ma per qualche giorno, con la speranza anche di scrivere qualcosa lì. Però poi puntualmente come arrivo a Fermo, mi rilasso talmente tanto che non riesco a fare niente. Cioè sono a casa dei miei, cullato e coccolato… è come se svanisse un pezzetto di me che magari è proprio quello che mi porta a dire “ok, mi metto lì a scrivere perché ne ho bisogno”. A Fermo è come se certe necessità non le avessi.

Qualche giorno fa durante un'intervista The Leading Guy mi aveva detto una cosa interessante riguardo a questo argomento: ossia che chi viene da realtà piccole, poi ha sempre questo doppio rapporto con il suo paese natale, come se fosse diviso fra la voglia di rivalsa verso una realtà poco stimolante e la nostalgia di casa. Per te è lo stesso?
Onestamente un po’ sì. Nel senso che la mia cittadina con 40.000 persone è una città dove tutti sanno tutto di tutti. E io sono il classico amico che i genitori non vedevano nel modo giusto, il fidanzato che i genitori non apprezzavano nel modo giusto, sono sempre stato un disastro di alunno, bocciato due volte. C’è però questa cosa che non è bella, come ad esempio quando qualche tempo fa stavo parlando lí con una persona che non sentivo da moltissimo tempo e le ho raccontato un po’ i miei piccoli traguardi fra cui la laurea imminente. E mi fa “ah, da te non me lo sarei mai aspettato!”. Cioè dai, fa male. Dici “cazzo, ma io che c’ho in meno degli altri?”. E allora un po’ quel senso di rivalsa, quella necessità di voler dimostrare qualcosa c’è. Così come allo stesso tempo la nostalgia.

Nostalgia che comunque è perennemente presente nel tuo album, con rimandi alla musica italiana degli anni ’60 e ’70, ma anche con elementi di musica elettronica. È questa l’identità di Nostromo o è solo un inizio?
Sarebbe stupido dire che la vera identità è questa, nel senso che è solo l’inizio. C’è ancora molta strada, conosco molto bene i miei gusti e lavoro sempre con i miei ragazzi che sono Eliano, Francesco e Riccardo. C’è un po’ di ognuno di noi, ognuno ci mette qualcosa di proprio. Veniamo tutti da mondi diversi. Sicuramente poi magari tendono a rimanere presenti quelli che sono i miei gusti, ma anche per via delle melodie dato che scrivo io le canzoni.
Però emerge un po’ di ognuno, di questo me ne rendo conto standoci dentro e sapendo ciò che ho fatto io e ciò che hanno fatto gli altri. Loro comunque sono l’anima del progetto Nostromo. Vorrei ancora definire meglio alcune cose. Vorrei… trovare una squadra ancora più efficace.

Cioè?
Adesso stiamo lavorando alle ultime cose. Io sono un amante di certe melodie, di certe musicalità specialmente anni ’60 e ’70 e del lavorare sulla voce, che sia bella e pulita. Un po’ negli ultimi anni con l’indie, l’idea della bella voce era scomparsa in realtà, anzi se cantavi di merda era meglio. Voglio continuare a costruire un po’ tutto intorno alla voce. Però trovare la squadra giusta è complesso.

Quando hai iniziato a scrivere canzoni?
Io ho iniziato a scrivere canzoni due anni e mezzo fa e grazie a una serie di coincidenze sono arrivato a conoscere i ragazzi che ora suonano con me, il ragazzo che ora mi fa da manager, la Trident, la Sony e tutte queste realtà che magari per uno schiocco di dita non si sarebbero mai palesate. È stato tutto molto casuale, non è stata una cosa stra-voluta. Per farti capire, uno dei ragazzi è l’ex fidanzato della mia ex vicina di casa… io avevo scritto questa canzone di merda, però con la melodia magari un po’ interessante e lui mi fa “dai ti passo una schedina, se la vinciamo, vieni a casa mia e registriamo il pezzo”. Io, ti giuro, non la volevo registrare, ma alla fine abbiamo vinto alla schedina! Quaranta euro di merda (che comunque ti salvano il culo in settimana), e ho registrato a casa sua.

Quindi se non avessi vinto…
Esatto, se non avessi vinto probabilmente non avrei fatto tutto questo. Io avevo scritto solo una canzone allora che era proprio quella che lui voleva registrare. Assurdo! Anche perché poi mi ha detto di continuare a farlo. Io non c’avevo in testa di scrivere canzoni.

E questa canzone poi è finita nell’album?
No, macché! Faceva schifo al cazzo. [ride]
Comunque alla fine mi ero detto “se a lui piace, magari posso farne un’altra”. Allora l’ho fatta ed è piaciuta. Quindi ho pensato: “Che cazzo aho, va a fini’ che posso scrivere le canzoni!” [ride]

Insomma alla fine sei arrivato qua a Milano, dove hai registrato il disco al Santa Clara Studio. Com’è andata?
Con Dario Pruneddu, che è il produttore, mi sono trovato benissimo. Oltre al fatto di averci lavorato molto bene, ho conosciuto una persona splendida. Oggi ad esempio sono stato a pranzo da lui. È stata tutta un’esperienza fantastica, che mi ha dato l’opportunità di conoscere - anche persone di merda eh - ma sopratutto persone molto piacevoli, che cercano come me di vivere di musica. Ed è bella come cosa, perché alla fine vi ritrovate in quattro, cinque sfigati a dire “Dai! dai! Proviamo!”. Non sei solo. Purtroppo io non ho mai avuto una cricca, un gruppo di amici che fosse appassionato di musica quanto me e io questa cosa l’ho sofferta un botto. E adesso sembra un po’ di essermi ritrovato, però già cresciuto.

Se ti proponessero di partecipare a un talent cosa diresti?
No. È nato tutto fra l’altro con quello che ora è il mio manager che mi scrive “Perché non fai X Factor?”. E allora gli ho risposto “”Ndo cazzo vado io a X Factor? No.” E poi dopo mi ha proposto di firmare con l’etichetta. Comunque talent, no. C’è la lontana possibilità che io provi Sanremo Giovani, però dai, non è un talent.

Ho letto che nel periodo in cui registravi il disco hai ascoltato molto i Sick Tamburo e Brunori Sas. Un tuo giudizio sul suo ultimo album?
Allora c’è stato un dibattito molto acceso per questa cosa settimana scorsa. Io trovo che Brunori sia sempre uno degli artisti migliori che abbiamo in Italia oggi. Il disco mi piace. Mi piace molto. Effettivamente però c’è qualcosa di diverso. Qualcosa che però standone fuori non riesco a definire. Non c’avrei nemmeno la sfacciataggine di dire “secondo me suona in questo modo, perché…” Non lo so. C’è qualcosa di diverso. C’è molta maturità comunque, ma come c’è sempre stata. Allo stesso tempo c’è forse anche un “alleggerire”. Comunque si sta parlando di Brunori, un artista che ha sempre fatto il cazzo che gli pare e che comunque l’ha fatto bene. Poi può centrare un brano, un disco, come può non farlo. Tra l’altro nell'album c’è Per Due che Come Noi che secondo me è una delle canzoni d’amore più belle. Lui ha questo potere, questa forza, questa dolcezza che a me piace sempre.

Torniamo al tuo disco. Ci racconti la scelta dell’uso dell’auto-tune in Vegan?
Quella è una traccia particolare. La trovo molto forte, poi ovviamente può piacere o non piacere. L’ho scritta con i ragazzi in uno di quei pomeriggi dove non c’hai niente da fare. Avevo già in mente questa prima melodia “Tu sigarette la mattina” e ci siamo messi là e fra un gelato e una birra abbiamo tirato fuori ‘sto mostro a tre teste. E io la registrai con la voce pulita. Andiamo a riascoltarla e faceva schifo e mi sono detto “cazzo ma che è ‘sta merda?”. Però noi avevamo il vizio di mettere sempre l’auto-tune alle tracce appena registrate per farci due risate. Ed è stato così che ci siamo accorti che spaccava per questo pezzo.
Poi ovviamente c’è tutto il suo fondo ironico. Forse senza auto-tune non l’avrei messa nel disco, perché comunque parla di cocaina, parla di… sostanzialmente è un’altra delle tante canzoni d’amore di persone che non si toccano mai.

Dalla tua musica emerge anche un senso di nostalgia legato al giradischi, che quindi riporta al vinile e all’analogico. Oggi però viviamo in un mondo dominato da Spotify e dallo streaming. Tu questa cosa come la vivi?
Io la vivo particolarmente bene. Trovo che la digitalizzazione della musica sia stata una bella cosa, ora tutti hanno accesso ai cataloghi, cioè se tu sei uno studente, con 5 euro al mese ti senti tutta la musica del mondo. Una volta ovviamente per ascoltare un disco, dovevi aspettare il soldo, comprarlo e nel frattempo stavi a soldi zero. Quindi stavi a sentire e risentire questo disco fino a che magari poi te ne potevi comprare un altro. È una fase che io non ho passato, essendo figlio degli anni Novanta: scaricavo da eMule. Quindi insomma la digitalizzazione è una bella cosa. Purtroppo si perde un po’ l’aspetto romantico che sta dietro all’oggetto. Tu ti appassioni realmente non solo all’artista ma anche all’oggetto stesso, a come è fatto, come funziona, alle sue parti.

Di buono c’è che negli ultimi anni le vendite dei vinili stanno crescendo. Il CD probabilmente è destinato a scomparire.
Sì, infatti io il mio disco l’avrei voluto stampare in vinile. Per adesso abbiamo deciso di non stamparlo, ma magari lo faremo per l’estate.

Tu spesso ti esibisci chitarra e voce, ma da ora avrai una band al completo al seguito. Ovviamente queste sono due cose completamente diverse, ma quali sono per te i pregi e i difetti di entrambe? 
Io adoro andare da solo, poi non significa che non mi piaccia suonare live con i ragazzi. [ride]
Dal punto di vista emozionale, da solo dal vivo riesco a viverlo in modo molto più intimo. Se sono sul palco e ci sono anche gli altri sono più in imbarazzo. Anche se poi lo sono sempre un po’ perché rimango un timidone anche se non sembra. Però se sono da solo ho la sensazione di riuscire a creare meglio quella situazione intima con chi ho davanti. Certo se suono con loro esce fuori tutta la completezza e la bellezza dei brani e di tutto il lavoro che abbiamo fatto. Se sono invece solo chitarra e voce, esce fuori quello che esce dalla mia cameretta: e cioè chitarra e voce.

Qualche artista emergente italiano che vorresti consigliare ai nostri lettori?
Mah io consiglio Fosco 17. È diventato quasi un fratello per me. È una persona davvero brillante.
Poi per il resto… Fulminacci non lo considero più neanche fra gli emergenti.
E poi adesso uscirà un rapper dalla squadra del Collettivo HMCF che è Bobby Wanna.