“Non mi è mai importato nient’altro più di questo”: intervista a The Japanese House

by A. D. Sanders

È il 6 febbraio. Sto andando al Circolo Magnolia per farmi due chiacchiere con una delle artisti inglesi emergenti più promettenti del momento: The Japanese House. Per quelli di voi che già la conoscono, complimenti, siete degni lettori di NoisyRoad. Per tutti gli altri invece, tranquilli, cercherò di spiegarvi chi è e perché il suo album di debutto Good at Falling merita di essere ascoltato. The Japanese House altro non è che un progetto di una musicista talentuosa di nome Amber Bain, che si è fatta strada in questo mondo a suon di EP ben riusciti, grazie anche al supporto di un’etichetta di tutto rispetto come la Dirty Hit (Wolf Alice e The 1975, solo per citarne due a caso). Ma perché questo nome vi chiederete? Perché è il nome della residenza estiva (che – momento gossip – appartiene a Kate Winslet) in cui andò una volta da bambina con la sua famiglia. Durante quella vacanza, Amber decise di traverstirsi da maschio per tutto il tempo, facendo pure innamorare una bambina. Non male come aneddoto per un nome d’arte vero? Se la musica che fa è all’altezza di questo aneddoto, è fatta. E lo è. Il suo album di debutto “Good at Falling” è una sorta di viaggio onirico attraverso situazioni molto concrete e decisamente private. È come un sogno lucido in cui sei consapevole di tutto ciò che fai, o meglio é come se ti trovassi nella testa di Amber e rivivessi con lei le relazioni umane che l’hanno segnata. Uno spaccato di vita, di quello che è, ma soprattutto di ciò che prova. Una sorta di “The Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, per rimanere in tema Kate Winslet. Le influenze sono molteplici: quelle più evidenti sono sicuramente Imogen Heap e i sodali 1975 da cui assorbe le eteree melodie. Ma c’è anche altro nel suo background di ascolti, ad esempio Bon Iver e Fleetwood Mac. Insomma, se non l’avete mai ascoltata oggi è il giorno per farlo.

La incontro un paio di ore prima del suo concerto, la trovo nel camerino seduta sul  divanetto, felpone e cappuccio sulla testa. Si è svegliata da poco. Istintivamente penso che non avrà nessuna voglia di parlarmi, ma per fortuna mi sbaglio alla grande.

Ecco com’è andata.

(Si ringrazia Elisa Hassert per le belle foto qui sotto)

Ciao Amber, bentornata in Italia!

Grazie mille!

È la tua seconda o terza volta qui? Hai già suonato a Bologna, giusto?

Si, non penso di aver mai suonato a Milano prima, in realtà non mi ricordo bene, ma sono già stata un paio di volte in Italia non in tour.

Come ti senti ad avere finalmente il tuo album di debutto in uscita, dopo tutto questo tempo?

È fantastico, non vedo l’ora che venga pubblicato. Ci è voluto davvero un bel po’ di tempo.

C’è stato molto hype qualche tempo fa riguardo alla tua identità. Ti ha infastidito che per un certo periodo tutta l’attenzione fosse incentrata più su questo (“è Matty dei 1975”, “è un uomo”) che sulla tua musica?

Non saprei. Per me l’attenzione dev’essere sempre sulla musica, qualche volta mi ha infastidito come situazione. Ma in realtà non mi importava più di tanto, ad esser sinceri più persone mi ascoltavano, meglio era.

Quanto è stato importante per te il supporto dei 1975?

Questa è una domanda difficile a cui rispondere…Voglio dire, non ho mai lavorato senza di loro. Per me sono come amici con cui faccio musica. Non so perché ma la gente è ossessionata da questa cosa, dovrebbero solo rilassarsi e ascoltare la musica. Ma fare musica con George (Daniel ndr) è fantastico dal momento che siamo amici.

A proposito del tuo album “Good at Falling”, ho letto che il titolo richiama la tua facilità nell’innamorarti e nel disinnamorarti, falling in e out. Ci spieghi questa doppia ambivalenza?

Si, ma non è solo quello. Metaforicamente può avere diversi significati, anche considerando l’assonanza fra “falling” e “failing”, è un titolo che può riferirsi a molte situazioni.

Riguardo al tuo nome “The Japanese House”, tranquilla non ti voglio chiedere da dove venga come fanno sempre tutti, ma è vero che hai scelto un nome d’arte per distanziare il tuo io artistico dal tuo io personale?

Si, è vero.

Quindi è come se fosse una maschera?

No, in realtà no. Spesso le persone lo dicono, ma la mia identità musicale esisteva ben prima che scegliessi quel nome, è semplicemente più divertente e interessante avere un nome da band piuttosto che usare il tuo nome vero. Volevo avere l’opportunità di poter fare molti progetti diversi, e se avessi usato il mio nome sarebbe stato come…non lo so, probabilmente non penso che il mio nome sarebbe stato altrettanto figo. Le persone sono ossessionate all’idea di me che mi nascondo e che sono così misteriosa, ma non è proprio questo il caso. E non so nemmeno perché pensino che io sia così misteriosa, perché non lo sono per niente.

Questa domanda era basata sul fatto che nell’album ci sono anche diversi riferimenti alla tua vita personale: in molte canzoni citi la tua ex Marika (Hackman ndr) e Gemma (Janes ndr) che ti ha portato alla Dirty Hit Records.

Si, in un certo senso. Lei usciva con Matty (Healy ndr) in quel periodo, in realtà non ci sentiamo da diverso tempo ormai, ed è una cosa triste… [Ha un attimo di esitazione] Si, scusa andiamo avanti.

Scusami non volevo farti domande troppo personali, ma dal momento che era tutto nei tuoi testi…

Ma si, non preoccuparti! Le mie canzoni sono così personali che è ovvio che mi va bene parlare di questi argomenti. E questo è uno dei motivi per cui trovo strano che le persone mi trovino misteriosa: letteralmente parlo così tanto della mia vita privata nelle mie canzoni, che sicuramente non posso essere una persona che cerca di nascondersi.

Ho trovato veramente bello il tuo artwork, così come la grafica e lo stile delle tue pagine social. Che rapporto hai con la fotografia?

Allora… non sono una fotografa, non è una mia grandissima passione ed è il motivo per cui sull’artwork ci ha lavorato un altro fotografo. Mi piace visitare posti nuovi e avere un motivo per visitare quei posti. Penso di essere brava a scattare foto, ma non è una vera e propria passione e recentemente lo faccio sempre meno, probabilmente perché passo dieci ore al giorno in un van e non c’è niente di che da fotografare li. Ma si, mi piace visitare posti nuovi e scattare nuove foto, ed è quello l’aspetto che mi piace di più. Certo non tanto quanto la musica però.

Com’è stato avere il tuo album prodotto BJ Burton (produttore di Bon Iver, Low e tanti altri ndr)?

Adoro lavorare con BJ. È un ragazzo fantastico, è veramente interessante. Penso che siamo molto simili nel modo in cui produciamo la musica. E si… è stato grandioso.

Durante la registrazione del disco ti sei ritrovata per due mesi nel suo studio sperduta in mezzo al nulla nei boschi del Wisconsin, per poterti concentrare solo sulla tua musica.

È stata un’esperienza piuttosto folle e intensa.

Ho letto che addirittura non avevi segnale nello studio, è vero?

No! Non so chi l’abbia scritto, ma è una bugia. L’ho letto giusto l’altro giorno. Le persone si inventano cose, mi attribuiscono frasi che non ho mai detto e poi queste mi ritornano sempre indietro nelle interviste. Non ho mai detto una cosa del genere. Lo studio è veramente grande, c’è addirittura un personal chef ed un personal trainer, è veramente un posto bellissimo. Penso che la gente si sia immaginata che fossi dentro una stanzetta da sola e denutrita, senza nessun segnale.

In effetti è un po’ strano immaginarsi oggigiorno uno studio senza la copertura di segnale.

Si (scoppia a ridere). Qualcuno ha mentito, ma è una cosa divertente.

Probabilmente le persone preferivano crearsi un’immagine romantica: tu isolata dal mondo, che componi musica e basta.

Si, probabilmente hai ragione (ride).

La natura ha in qualche modo condizionato il tuo processo creativo?

Penso che la mia musica sia molto più influenzata dai miei rapporti personali che non dalla natura. Credo che stare da sola mi influenzi di più rispetto a quello che mi circonda. Non sono mai stata veramente capace (sbadiglia) di essere ispirata più da quello che vedo rispetto a quello che provo. Ma chissà, probabilmente mi avrà influenzato inconsciamente, magari nel modo in cui penso, non saprei… Comunque sicuramente sono più influenzata dalle relazioni e dalle persone che non dalle montagne e dagli alberi (ride).

La felicità è reale solo se condivisa.

Si, è proprio vero.

Riguardo al video del tuo primo singolo “Lilo”, che ha delle immagini molto forti, com’è stato per te girarlo? Dev’essere stato veramente difficile.

Sì, lo è stato per davvero. È stata un’esperienza molto intensa, non pensavo sarebbe stato così difficile da fare, ma è stata una cosa molto…triste ovviamente, perché comunque non è come tornare insieme sul serio con la tua ex per i due o tre giorni che sono durate le riprese. Quindi sì, è stato difficile, ma penso che il modo migliore per creare qualcosa che abbia davvero significato sia partire dal dolore, da qualcosa che ti fa male. Per cui sì, è stato triste, ma in un certo senso è stato anche bello. Capisci che voglio dire? Emotivamente è stato molto impegnativo.

La prossima è un tipo di domanda che non so come farti…

Ok… (ride)

…ma perché è triste dover parlare di certe cose nel 2019. Ho letto che un tuo manager una volta ti disse che la tua USP (unique selling proposition ndr) era quella di essere una ragazza che sa produrre musica, insomma, una questione di genere. È vero?

Sì è vero, cioè non era il mio manager, ma un manager che ho incontrato una volta. E sì, lui mi disse “Ah è veramente una figata perché la tua USP è che tu sei una ragazza e sai anche produrre musica”. All’inizio avevo pensato “figo, grazie”, ma poi riflettendoci mi ero detta “Cosa?! Perché l’ha detto?”

La speranza è che un giorno queste cose non accadano più.

Sì, questo è il sogno.

A proposito della tua vita in tour, hai stretto amicizia con altre band (a parte i The 1975 ovviamente)?

Ho molti amici in questo mondo. Cerco sempre di andare in tour con qualcuno che già conosco o che mi piace. È sempre bello quando succede. Ad esempio, uno dei miei tour preferiti è stato quando con i miei compagni di viaggio siamo diventati amici per la vita. La cosa brutta è che poi ti mancano moltissimo quando se ne vanno, e va a finire che non li rivedi per una vita perché sia tu che loro siete in tour…Il mio prossimo tour in America lo farò con la mia amica Art School Girlfriend, e sarà molto bello perchè siamo sempre andate molto d’accordo.

Come sta andando la vita on the road? Te la stai godendo? È pesante? È come andare sulle montagne russe?

Sì, ci sono alti e bassi. È faticoso per me fare i tour in Europa, perché qui non sono così popolare come in UK e negli USA. Sicuramente le ore in viaggio sul van sono stancanti, ma allo stesso tempo le persone che vengono a sentirmi sono così carine, e cantano con me ogni singolo verso delle mie canzoni, che suonare dal vivo mi ripaga sempre di tutta la fatica.

Ma a volte è dura, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione. Ero in Germania, e per me che sono vegetariana non c’era letteralmente nulla che potessi mangiare per tre settimane, a parte il pane. Le uniche volte che facevamo una pausa in viaggio era nelle stazioni di servizio e lì fondamentalmente da mangiare avevano solo hot-dogs e hamburgers e io pensavo tutto il tempo “Dio, quanto mi manca il cibo!”. E considerando che non mangio nemmeno il formaggio ero davvero fregata (ride). Ma alla fine ne è valsa la pena.

È vero che da piccola sognavi di lavorare nella politica?

In parte. Voglio dire…ho studiato politica ma non volevo diventare una politica. Ero brava in questa materia e trovavo la politica americana molto interessante, e questo prima che Trump fosse eletto! (scoppia a ridere). Quindi adesso sarebbe ancora più interessante da studiare. Ma non ho mai voluto lavorare in politica, mi interessava semplicemente capire come funziona il mondo. Ma più penso alla politica e a come funzioni e più mi ritrovo ad avere una crisi esistenziale. Perché fra tutti i modi possibili abbiamo scelto questo modo strano? È così strano capire che non siamo poi così liberi in così tanti aspetti. E sí, questa cosa mi deprime.

Alla fine si può dire che hai fatto bene a scegliere la musica nella tua vita.

Sì, decisamente.

C’è stato un momento in cui hai capito che questa sarebbe stata la tua strada o lo hai sempre saputo?

L’ho sempre saputo. Fin da piccola sapevo che un giorno avrei voluto esibirmi su un palco, suonare e avere una band. Ero brava a scrivere e leggevo tanto, mi interessava molto la letteratura inglese, ma mai tanto quanto la musica. Non mi è mai importato nient’altro più di questo. Quindi sì, è una cosa che ho sempre saputo dentro di me.

Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

Non cerco di darmi obiettivi specifici, perché appena li raggiungo sono già cambiati. Ma non saprei…direi che il mio obiettivo è quello di continuare a fare ciò che faccio e sicuramente avere sempre più successo. Non c’è limite al successo che voglio ottenere, ma spero di ottenerlo e potere continuare così a fare ciò che amo.

Puoi ascoltare ora il nuovo album Good at Fallingqui:

A. D. Sanders

Maybe when I was a kid I was dropped on my head... yeah, that would make some sense.

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