White Lies | Five

by morghiss

Voto:

D
nella media

Erano da considerare un po’ gli ultimi puristi dell’ondata di post-punk revival dei primi anni Duemila, prima che i loro compagni di scena Interpol e Editors prendessero una piega psichedelica gli uni e “alla Muse” gli altri, prima che i Joy Division diventassero dei meme sparsi per l’internet, e che gruppi come The Chameleons, Teardrop Explodes e The Sound non dicessero più niente all’indie-rocker musicofilo medio. Li avevamo conosciuti perchè aprivano gli Arcade Fire durante il tour di The Suburbs. Ci avevano conquistato ai Magazzini Generali di Milano quando dopo il concerto rimasero a parlare con i fan per ore, li avevamo amati anche quando, adolescenti, guardavamo Gossip Girl e The Vampire Diaries, e con così tanta diligenza ci appuntavamo tutte le canzoni della colonna sonora; ci sono sempre piaciuti da quando ci siamo trovati a cantare, straziati di dolore dalle prime cotte liceali “I don’t need your tears, I don’t want your love“, di quella immortale Bigger Than Us. Insomma, comunque vadano le cose, i White Lies sono stati con noi per dieci lunghi anni, e ci mancheranno sempre.

E quindi eccoli di nuovo qui, con questi dieci anni di carriera e cinque album all’attivo (alcuni diventati dei veri e propri cult) e questo nuovo album, che non a caso s’intitola “Five“. Un disco che si vuole imporre come una nuova pietra miliare del trio britannico, una dichiarazione del tipo: “In questi dieci anni di White Lies siamo cambiati e in questo quinto album vogliamo esplorare nuovi territori, e non abbiamo paura di farlo” o qualcosa del genere. “E allora basta, andiamo a registrare a Los Angeles e prendiamo le distanze da questo sound britannico, ristagnante da tutte le influenze che solo un’altra band come gli Arctic Monkeys può spazzare via, e questo “Five” dovrà suonare decisamente diverso“, me li immagino parlare così. Le chitarre si ammorbidiscono e la voce di McVeigh, bassa e oscura, da sempre molto invadente, improvvisamente non è più la protagonista indiscussa dello stile dei White Lies, anzi si lascia avvolgere, a tratti sovrastare dai nuovi tappeti sonori, degli onnipresenti synth dal sapore anni Ottanta, concedendosi anche di azzardare degli acuti (ben riusciti) che prima erano più che vietati (ah, le assurde imposizioni che si danno i fan dei Joy Division).

E nonostante tutti i buoni propositi no, non è nè sarà una pietra miliare questo “Five“, quanto un godibile nuovo capitolo di un percorso già ben avviato: quello tracciato da questa maledetta e trascinante new wave del tutto estemporanea, praticamente vintage. Un album che suona diverso (più simili agli Imagine Dragons che agli Interpol) eppure coerente con quanto i White Lies ci hanno già dimostrato grazie ad un mood di malinconia imperante che non li abbandona mai, che piacerà agli accaniti fan da transenna, ma anche a quelli che di post punk non hanno mai ascoltato niente, tanto meno dei White Lies. Che suona come un viaggio in treno solitario e notturno verso una capitale del nord, come un’ultima divertente e passionale sbronza con chi sappiamo che però domani non chiamerà più, per chi vuole ballare disperatamente ma non l’ha mai fatto. Si apre con l’epica Time To Give (non un inizio proprio incoraggiante, soprattutto per tutte le quelle “svolte alla Muse” che si temono e di cui parlavo prima), seguono le ritmiche serrate di Never Alone, la chitarrina acustica di Finish Line, la ruffiana Kick Me (che poi ruffiana non è, ma solo grazie ad una coda di piano ad ingentilire il brano), il singolone Tokyo, la cattiva e liberatoria Jo, la nostalgica Denial, l’ossimorica Believe It, e la chiusura con Fire and Wings (con piacevoli accenni desert-rock), ambiziosa e complessa che non fa che dichiarare: “Ok adesso siamo davvero contemporanei“.

Un peccato, perchè tutta questa modernità e questo desiderio di suonare a tutti i costi diversi da due anni fa, getta inevitabilmente i White Lies in un mischione più commerciale di band rock che strizzano l’occhio all’electro-pop (ho già parlato dei Muse?) e che ci fa rimpiangere quelle chitarre più spigolose e la musica di quei tre nerd che suonavano ciò che volevano, e non ciò che piace. Evidenti le capacità compositive, deludenti le ispirazioni, un po’ falso il risultato. Ciò che salva il tutto è l’estrema sincerità interpretativa di Harry McVeigh (profonda e sofferta), sempre intenso e straziante, che in brani come Finish Line conquista e trascina con una facilità impressionante. Ma non basta, ed esattamente come il percorso che hanno già intrapreso da un po’ gli Editors: un po’ uno spreco.

White Lies in Italia: 11/03, Estragon, Bologna

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