Se l'Italia può dire la sua in questo scenario musicale in cui il post-punk sembra improvvisamente andare di moda, lo deve soprattutto ai Leatherette che nel giro di pochi anni hanno sfornato un EP e due dischi da portare sui palchi di tutta l'Italia e all'estero. Perché sì, i Leatherette sono una band dal profilo internazionale e hanno saputo insistere nel loro credo musicale senza compromessi fino a renderlo uno statement.
Ma è proprio all'apice di questa rincorsa che la band compie il passo probabilmente più interessante fin qui della propria carriera. Il nuovo album Ritmo Lento, uscito lo scorso 28 novembre, è una notevole prova di maturità per le sue sfumature stilistiche raffinate che arricchiscono la solita vibrante energia di quel calderone che oggi chiamiamo post-punk, ma che ha ben più da offrire di quanto il mercato sembra mostrarci oggi.
Di tutte queste tematiche, dal nuovo disco, al genere musicale di riferimento e fino ai loro (incredibili) live, abbiamo parlato con tutta la band, formata da Michele Battaglioli (voce e chitarra), Francesco Bonora (batteria), Jacopo Finelli (sassofono), Andrea Gerardi (chitarra) e Marco Jespersen (basso)

Partiamo ovviamente dal nuovo disco: cos'è il Ritmo Lento a cui vi riferite?
Andrea Gerardi: È il frutto del naturale corso degli eventi che sono accaduti e di cui siamo stati partecipi in questi densissimi anni. Abbiamo deciso di rallentare un po', per scappare dalla frenesia del mondo della musica che viene dalla produzione dei dischi e dalle tournée, in cui siamo stati impegnati a lungo. Un periodo molto dispendioso, che ci è quasi costato la nostra linfa creativa. Rallentare è stato necessario per concentrarci un po' su noi stessi e ritrovarci: abbiamo anche rinunciato ad alcuni concerti pur di prenderci il nostro tempo e scrivere questo nuovo disco. Quindi, per chiudere, il Ritmo Lento è un invito a rallentare, a godersi i piccoli momenti e a ritrovare ciò ci piace fare davvero.
Quindi avete anche cambiato approccio alla scrittura?
Andrea: Di base a tutti piace molto l'idea di scrivere per poi proporre alla band, per cui il nostro processo generalmente prevede che ognuno registri anche in maniera molto rozza le sue idee per poi arrangiarle con tutto il gruppo. Abbiamo sempre ragionato come band punk per cui ogni brano che ci veniva in mente veniva arrangiato per essere suonato in tutta la sua potenza e naturalezza dalla band intera. In questo caso invece abbiamo scelto di prenderci ognuno il nostro tempo e lavorare più o meno come facciamo a casa davanti al computer: comporre il suono strato per strato e pezzo per pezzo. Una cosa nuova per noi, ci mancava un po' quell'autenticità 'casalinga' ed è stata una scelta molto consapevole.
Con il termine "casalingo" ci muoviamo su un paio di domande che mi premeva farvi. Posto che secondo me nemmeno i primi due dischi sono stati dischi puramente post-punk, Ritmo Lento lo è?
Michele Battaglioli: Come dici tu, l'etichetta del post-punk ci è un po' stata attribuita senza interpellarci. È un un tipo di musica che ci piace, e quindi in un certo senso ci sta, ma non nell'accezione revival che va molto di moda da qualche anno a questa parte grazie a nomi grossissimi. A noi piace la versione 'originale', se così vogliamo chiamarla, che racchiude tantissime sfumature e influenze: l'elasticità è l'aspetto che ci piace di più del post-punk. Per questo disco infatti non ci siamo dati etichette, lo possiamo chiamare pop come anche rock, ma quello che abbiamo fatto è stato mettere al centro di tutto la scrittura per essere meno frettolosi e dare maggiore spazio al vero fulcro di ogni brano. Di conseguenza anche gli arrangiamenti sono arrivati più lentamente e senza pensare troppo alla performance. Lo definirei un disco libero.
Infatti, più che il post-punk dei Fontaines o dei Murder Capital, per fare due nomi, personalmente ci ho sentito molto di più la sperimentazione del post-punk statunitense. Ho letto dei Guided By Voices e quindi allargherei il discorso a un po' di nomi della Matador Records, come King Krule, Ty Segall e i Water From Your Eyes.
Michele: Tutto corretto. Ognuno di noi ha i suoi ascolti e i suoi gusti. Il bisogno di metterci a sedere è stato anche guidato ad esempio dallo scremare ciò che ascoltavamo e fare una mega playlist che fungesse un po' da calderone e ci permettessi di fare ascolti che variavano da robe lo-fi anni '90, all'hip-hop, a qualsiasi cosa insomma. Penso che il vero e proprio post-punk può finire persino per essere limitante nel fare casino, quindi degli artisti che hai nominato ci piace soprattutto l'approccio: Robert Pollard (Guided By Voices, ndr) è l'anti-cliché per eccellenza. Anche i Pavement sono stati un riferimento importante.
Avete registrato il disco ai Duna Studio di Russi (RA) e sbirciando tra gli artisti che hanno registrato lì album rock, come macro-categoria, non è il genere più comune al contrario di hip-hop e jazz. Anche questa decisione mi sembra in linea con quello che mi avete appena raccontato.
Marco Jespersen: La decisione dipende per un 50% da voglia di mettersi alla prova con ambienti non puramente rock, dato che il produttore Andrea Scardovari viene dall'hip-hop di fine anni '90, qualcosa che non ci mettesse troppo a nostro agio o non fosse cucito su misura per noi. L'altro 50% viene da Chris (Angiolini, Bronson Produzioni, ndr) di cui ci fidiamo ciecamente e che ci ha suggerito quello studio per quello che le persone attorno a noi avrebbero potuto darci per il momento che stavamo vivendo.
Michele: Mentre abbiamo iniziato a concepire e scrivere l'album ci siamo resi conto di come avessimo voglia e bisogno di concentrarci sulle produzioni, visto che il processo creativo parte spesso dalla cameretta e da sessioni spesso in call per vedere se i vari pezzi possono reggere insieme. L'attenzione al suono è cresciuta e forse emerge per la prima volta, perché negli altri dischi eravamo molto focalizzati come band e come suono collettivo. Di conseguenza ci siamo confrontati con Chris per fare in modo che questa nostra esigenza potesse emergere e avessimo la possibilità di esprimere questa voglia di ricerca.
Marco: L'avere una persona che viene da un contesto diverso, tornando ad Andrea Scardovari, ti facilita in questo compito perché probabilmente non riconosce con gli stessi automatismi come una band tradizionale si muoverebbe e quindi ti lascia involontariamente e molto naturalmente una grande libertà di espressione. Anche per lui è stato un esperimento e noi crediamo che abbia funzionato.

Sulla base di questa evoluzione stilistica e, in fondo, anche musicale, cosa aspettarsi dai live?
Andrea: Questa voglia di sperimentare la vogliamo anche portare su palco. Come dicevamo prima, ci eravamo un po' stufati di quella anima punk o post-punk in cui davamo tutto e subito con enormi muri di suono. Stiamo prima di tutto cercando di focalizzarci un po' sulle voci, dal cantato alle melodie, ma poi vogliamo sperimentare con gli strumenti che suoneremo anche live: tastiere, sintetizzatori, chitarre acustiche e non, bouzouki e anche i set-up delle pedaliere stanno cambiando. Siamo sempre gli stessi, non ci metteremo giù gli in-ear per tunare (risata generale, ndr), ma siamo anche molto convinti di poter portare molto altro rispetto a quanto abbiamo fatto sentire finora.
Proprio grazie (anche) alla vostra dimensione live, siete tra le band che si sono fatte riconoscere anche all'estero. Come vi rapportate con l'internazionalizzazione? Il mercato estero è la cosa a cui ambite di più?
Marco: Il nostro lavoro è ovviamente rivolto anche all'estero, visto che siamo una band che fa musica in inglese, sarebbe limitante dire il contrario e rivolgersi solo al pubblico italiano. Nel nostro piccolo, ci teniamo ad essere una band internazionale: non vuole essere autocelebrazione, ma onestà. Siamo consci dei limiti italiani in termini di cultura musicale, e di conseguenza del suo mercato, ma anche qui c'è gente che vuole ascoltare questo tipo di musica e quindi non c'è motivo di smettere di rivolgersi al pubblico italiano perché un bacino di utenza c'è e vuole consumare musica come la nostra. Si è creato un circolo vizioso per cui nessuno fa determinata musica e ovviamente se nessuno la fa, nessuno si sentirà in dovere di farla per portare avanti la causa. Conosciamo però artisti che, soprattutto negli ultimi anni, hanno fatto la scelta di andare oltre il mainstream e difendere un certo tipo di suono, underground e internazionale: qualcuno che vuole farlo c'è, il problema è sempre chi lo fa per primo.
Negli ultimi caotici anni in cui avete suonato più o meno ovunque, siete entrati in contatto con band di rilievo come Murder Capital, shame e, recentemente, Nation of Language. Come ci si rapporta con loro? Entrarci in contatto cosa vi ha dato?
Andrea: Partiamo dagli ultimi. Per quanto distanti, aprire una band come i Nations of Language è una grande occasione per poter cercare di ampliare la nostra platea per cui a noi fa piacere a prescindere suonare con realtà più affermate. Diventano anche bei momenti di scambio a livello umano, quindi sono momenti che ci riempiono di orgoglio e felicità per noi come musicisti poter condividere il palco con loro. Sono arrivati anche apprezzamenti e questo fa piacere: come se una piccola breccia si aprisse su di noi.
Michele: Concordo sul fatto che siano occasioni, praticamente mai scelte da noi direttamente, che ci danno l'opportunità di suonare davanti a gente diversa, quindi è uno stimolo nuovo. Probabilmente quella dei club è la dimensione in cui riusciamo a dare il nostro meglio.

Chiudiamo con quella che secondo voi deve essere ascoltata come canzone manifesto di Ritmo Lento: io dico New Bay, molto diversa dai soliti Leatherette.
Michele: Sarà contento Andrea, visto che l'ha scritta lui!
Marco: So che è la risposta più scontata ma ovviamente dico Ritmo Lento.
Andrea: Ci può stare, ma aggiungo che il disco è pensato in due sezioni: la prima più punk ed elettrica, la seconda che è il B-side dell'LP che è più meditativa e 'nuova'. Sceglierne una su tutte è un po' complicato anche per questo.