Tra politica ed etichette: intervista a Willie Peyote

by Giada Agnoli

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C’era una vodka, Guglielmo Bruno…

Abbiamo avuto l’occasione di scambiare quattro chiacchiere con Willie Peyote in occasione del suo concerto a Milano il prossimo giovedì. Guglielmo Bruno, in arte appunto Willie Peyote, è un rapper di origini torinesi, con alle spalle quattro album e spesso inserito all’interno del grande calderone dell’indie italiano. “Sindrome di Tôret” è la sua ultima fatica (tra i nostri migliori album italiani del 2017), pubblicata nell’ottobre del 2017: un album a parer mio unico ma soprattutto coraggioso. Già dal titolo si comprende l’originalità degli argomenti trattati al suo interno: il disco infatti affronta il tema della libertà d’espressione, senza mai dimenticare la città d’origine dell’autore. Il doppio significato nel titolo sta tra la sindrome di Tourette e la fontana toret di Torino, un mix di significati molto inconsueto. E’ un disco attuale, come la maggior parte dei suoi lavori, un album che parla di politica, di comunicazione, di aspetti sociali e se si decidesse di ascoltarlo con attenzione e con consapevolezza, non si potrebbe fare a me meno di vedersi allo specchio.

Con lui ho voluto approfondire temi molto attuali (aggettivo perfetto per lui), come Sanremo 2019 e alcuni fatti politici odierni, non dimenticando mai la dimensione sociale che inserisce sempre all’interno dei suoi testi.

Motivo principale di questa intervista è il tuo concerto di giovedì 17 gennaio a Milano e proprio da questo mi piacerebbe partire: i concerti. Ad agosto ti sei esibito allo Sziget Festival, hai rappresentato l’Italia insieme a Motta in una realtà gigantesca. Io ero lì, e ad ascoltarti, ballare, cantare e pogare c’erano molti stranieri. Questo mi ha colpito molto. Come hai vissuto questa esperienza così internazionale e diversa?

E’ stato molto bello, mi ha riempito di orgoglio essere lì insieme a Motta a rappresentare l’Italia, poi essendomi esibito nella serata di Kendrick Lamar diventava ancora più responsabilizzante. Ti dirò, però, che non mi sono accorto della presenza degli stranieri, perché mi sembravano tutti italiani, non ci ho proprio fatto caso.

Sì, ce ne erano veramente molti!

Ah che bomba! Guarda, io porto in serbo il sogno di portare la musica all’estero e sento di dover cantare molto in inglese. Secondo me questo si può fare nel momento in cui la dimensione della musica live e la parte suonata riescono ad essere più credibili. E allora a quel punto si può cantare anche in italiano. Se c’erano degli stranieri sono molto contento e spero ci saranno anche in futuro!

Quale è stato il tuo concerto che ricordi più volentieri? Proprio quello dello Sziget oppure ce ne è un altro che porti nel tuo cuore?

Lo Sziget ed il suo contesto è stato sicuramente quello più importante della scorsa estate. Potrei dirti che il Mi Ami l’anno scorso è stata una situazione molto molto bella, anche l’atmosfera, con tanti gruppi con cui ho condiviso un percorso. Anche quello che abbiamo fatto a Torino due giorni fa è stato molto importante. Ce ne sono più di uno, devo essere sincero.

Sappiamo che sul tuo palco suoni con una band, una scelta un po’ particolare visto che i rapper odierni solitamente scelgono basi computerizzate o un dj. C’è qualche motivo particolare?

Io amo la musica suonata, sono cresciuto circondato da musicisti e volevo continuare a farla così. Non è una scelta particolare se non di gusto nostro. Sia a me che a Frank piace suonare coi musicisti e soprattutto abbiamo avuto il culo di trovare artisti molto bravi. Inoltre le basi, secondo me, sono troppo fredde e a me piace la musica calda. 

I tuoi testi si contraddistinguono per la capacità che hai di depersonalizzare te e chi ti ascolta. Adesso stai avendo molto successo, ti capita mai di pensare che ad un certo punto potresti farti influenzare troppo da quello che la gente vuole sentirsi dire?

No. No, perché non ho paura di dover fare qualcosa che debba piacere per forza. Io dirò la mia e ovviamente il gioco è creare empatia e fare del sentimento dell’empatia un sentimento normale, di tutti i giorni. Se poi scrivi in maniera empatica la gente ci si rivedrà dentro anche se non dico esattamente quello che pensano o se non sono tutti d’accordo con te. Io non devo fare politica e non devo raccattare voti: io devo dire dei concetti, far domande alla gente, non trovare risposte. Appunto per questo non ho paura di dire la cosa sbagliata.

A proposito di politica: quando hai scritto “C’hai ragione tu” citi, senza giri di parole, Salvini:

Non si giudicano le persone per un colore della pelle, non devo passà una settimana con Salvini per capirlo, è ovvio. Quindi chi lo fa non è evoluto, è un ritardato anche se c’ha l’Iphone e parla sette lingue, eccetera. Progresso ma non evoluzione. Sai come si chiama? Estinzione”.

Di recente, è diventato virale, il pensiero di Salvini rispetto alla musica che tratta di politica, con il suo “Canta che ti passa” rivolto a Baglioni. Tu che tratti molto spesso di politica nei tuoi testi, cosa pensi? Musica e politica quanto si possono compenetrare? C’è un limite?

Io penso che ognuno debba fare ciò che vuole. Se uno vuole parlare di politica è giusto che la metta anche nella musica. Tra le stronzate che ha detto Salvini sicuramente questa non è la peggiore, neanche una cosa intelligente ma diciamo che difficilmente riesce a dirne una. Diciamo che questa è la sua visione decisamente discutibile; dovrebbe occuparsi di altro, non di Baglioni, dovrebbe fare il ministro dell’interno lui.

Tra l’altro lo stesso Salvini aveva detto lo stesso (“Canta che ti passa”) a Lodo Guenzi dello Stato Sociale circa tre anni fa.

Ma è sempre così, guarda. Anche all’anniversario della morte di De Andrè ha dovuto dire la sua sulla musica, su uno dei più grandi autori politici della canzone italiana quindi sai, dice davvero un sacco di minchiate. Secondo me diamo troppo peso a quello che dice, dovremmo lasciarlo parlare come si fa coi matti.

Quei riferimenti alla politica in “C’hai ragione tu”, ed in generale nell’ultimo album, rappresentavano la tua visione relativa al 2017, anno di pubblicazione dell’album. Ora la situazione politica italiana è mutata notevolmente, e visto che parli spesso di questa tematica nei tuoi lavori, ti ritieni un musicista sempre in progresso?

Io cerco di seguire l’evoluzione della politica, cercando sempre di raccontare ciò che mi circonda. Devo stare al passo coi tempi, dell’evoluzione della comunicazione e della vita sociale. A me poi interessa davvero perché già di mio mi informo di politica. Quindi sì, cerco sempre di restare sul pezzo: secondo me è necessario per chi parla di attualità, sapere di cosa sta parlando, questo sì.

Autori e musicisti che parlano di politica e di aspetti sociali nei loro testi in maniera profonda ce ne sono pochi nel panorama rapper odierno. In America c’è Eminem e c’è Kendrick Lamar, in Italia abbiamo avuto Caparezza, 99 Posse. Ti senti vicino a qualche autore nello specifico relativamente a queste tematiche? Magari hai preso anche qualche spunto, o sbaglio?

A me è sempre piaciuta musica che trattasse di temi sociali. Non mi sento molto vicino a questa scena in particolare perché comunque io faccio musica e non pretendo di essere il figlio di qualche scuola in particolare o parte di una certa scena. Io scrivo quello che penso perché non potrei fare altrimenti, però tante persone mi influenzano. Non mi ostino a dire che faccio parte di qualcosa perché semplicemente scrivo quello che penso e basta.

Secondo me, uno degli aspetti più presenti nei tuoi brani è l’aspetto provocatorio, mischiato alla satira. Che rapporto hai con quest’ultima?

A parte l’interesse che provo perché mi piace, mi diverte, l’ho studiata e l’ho approfondita. Trovo che sia un modo intelligente per trattare temi di attualità, cercando di sviluppare un pensiero critico, di porre domande alle persone e cercare di far pensare loro cose a cui non avevano mai pensato. Il mio rapporto con la satira è davvero ottimo, ma bisogna vedere che rapporta la satira ha con me.

Mi piacerebbe trattare con te il tema delle etichette. Tu sei inserito spesso nel grande calderone chiamato indie, etichetta che, per fortuna, diciamo, viene anche declinato: indie-pop, indie-elettronico, indie-rap, ed in quest’ultimo è inserita la tua musica. Ti ci rivedi?

Guarda Giada, indie non vuol dire più niente perché non è un’etichetta di genere ma è probabilmente un’etichetta che descrive il modo di fare musica in un certo momento storico e con una certa attitudine, di attualità, fresca e che rappresenta una generazione. Mi sta bene essere definito indie nel momento in cui l’indie è un calderone, come hai detto tu, che racchiude dentro di sé quello che faccio io, quello che fa Calcutta, quello che fa Coez o i Thegiornalisti, anche se non vuol dire niente perché in realtà sono cose molto diverse. Alla fine le etichette me le devono mettere gli altri, non è compito mio deciderle. Indie mi sta bene, mi sta bene rap, mi va bene indie rap, urban, perché tanto me ne danno una diversa ogni cinque minuti. 

Sempre rimandando in tema etichette: Sanremo 2019 ospiterà alcuni esponenti del panorama indie, trap e rap italiano, spaziando tra il genere di Motta e quello di Achille Lauro. Questo, a parer mio è un grande cambiamento, forse già annunciato dalla partecipazione dello Stato Sociale lo scorso anno. Tu invece cosa ne pensi?

Secondo me sono troppi. Penso che sia Sanremo che cerca di guadagnare un pubblico perché gli ascolti sono in calo. Gli artisti indie che partecipano a Sanremo fanno solo un favore al programma portando i loro pezzi anche se ti ripeto, secondo me sono troppi perché non amo le ammucchiate, questo però e solo il mio punto di vista. Spero però che tutti riescano ad andare bene come sono andati e regaz l’anno scorso e che tutti facciano un figurone. Glielo auguro davvero! Anche perché poi sono tutti amici, gli Ex-Otago, Motta, Shade: tutte persone che io conosco bene e a cui voglio molto bene. Però credo davvero sia una scelta di Sanremo per alzare lo share e non per fare un favore alla scena indie.

Sei stato capace di ribellarti, ce lo racconti soprattutto in “Che bella giornata“, un giorno ti sei svegliato ed hai buttato via tutte le convinzioni che hanno gli altri, con coraggio e forza. Hai avuto paura? Continui ad avere paura? Se dovesse andare male, cosa pensi che farai?

Non so, la paura c’è perché se andasse male non saprei che altro fare. Ho avuto paura quel giorno ma ho avuto paura in diversi momenti della mia vita, anche se le cose vanno bene e sembrano andare sempre bene. Credo che la paura aiuti a sopravvivere: avere coraggio non significa che non si ha paura, ma significa che superi le tue paure. Camminare ad occhi chiusi sulle strisce non vuol dire essere coraggiosi, ma essere stupidi.

Noisyroad affronta anche il tema delle band emergenti, avresti consigli per motivare piccoli artisti in erba che desiderano approcciarsi al mondo musicale, anche in base alla tua esperienza?

Il mio consiglio è di approcciarsi attraverso il bisogno fisico, non perché si spera di diventare ricchi e famosi perché non è una motivazione valida. In generale vorrei dire che bisogna studiare, guardare ciò che fanno gli altri e cercare di capire, sempre studiando, cosa hanno fatto i nostri predecessori. Perché non bisogna pensare di essere nati saputi e pensare che ci voglia poco per fare una canzone. Bisogna quindi studiare gli altri e applicarsi come se fosse un lavoro vero.

Ultima domanda: di recente, è uscito un articolo del Sole24Ore intitolato “Spegnete la musica italiana”. Non so se lo hai letto, ma riassumendo, oltre a citare una decina di nomi del panorama trap/indie mainstream senza mai approfondire, si sostiene che forse è il caso di mettere tutto in pausa. Cosa ne pensi tu, che più in mezzo di te forse non c’è nessuno in questo panorama musicale nazionale?

Se facessimo silenzio tutti insieme, ma tutti davvero, giornalisti e musicisti, ci starei anch’io. Se un uomo deve scrivere che non capisce la trap -e grazie al cazzo che non la capisce- non deve pensare di riuscire a spiegarmi che cosa è la trap. Credo che quell’articolo sia stato scritto nel modo sbagliato e che parta da presupposti sbagliati, scritto da qualcuno che non capisce la musica italiana di oggi. L’ignoranza non è una condizione dall’alto della quale si può scrivere degli altri. Di musica dovrebbe scrivere chi fa musica e chi conosce la musica. Questa cosa che tutti possono fare tutto ce l’hanno insegnata i Cinque Stelle ma non è assolutamente vero, non è così punto. I musicisti fanno musica e i giornalisti i giornali.

Ti ringrazio tanto Guglielmo, ci vediamo giovedì al tuo concerto!

A giovedi, ciao ciao!

Le foto riportate qui sotto sono di Maria Laura Arturi, scattate durante il concerto del 17 gennaio 2019 all’Alcatraz di Milano.

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Giada Agnoli

Ai concerti mi emoziono così tanto da dimenticarmi di respirare

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