I 10 migliori concerti visti dalla redazione di noisyroad nel 2018

by NoisyRoad Staff

Marzia: Nick Cave & The Bad Seeds, NOS Primavera Sound, Porto, 09/06/2018

Orchestrale, potente, indomabile. Un concerto epico, un’esperienza sensoriale totale. Dovuta un po’ alla musica e alla presenza scenica dirompente di Nick, e un po’ alla furia degli elementi che si sono scatenati con un ottimo tempismo sul Parque de Cidade. Pioveva di brutto, la conca e la collinetta davanti al Main Stage erano una distesa di fango occupata da una marea umana in impermeabilini e ombrelli che ondeggiava sulla voce del “Cave Man”. I fasci delle luci del palco solcavano il cielo illuminando le cascate d’acqua che venivano giù come una purificazione divina e si abbattevano su di noi con un che di mistico. A rendere ancora più suggestiva la situazione, i visual con le immagini di un uragano durante l’esecuzione di Tupelo: la vista delle palme sferzate dal vento e la pioggia vera sulla testa e i piedi immersi nel fango facevano vivere un’esperienza reale pazzesca. Altro che cinema 3D. All’ultima canzone, Push The Sky Away, Nick ha invitato gentilmente sul palco, uno a uno, accompagnandoli per mano, tutti gli spettatori della prima fila. Il pubblico si è schierato incredulo intorno a lui e ha intonato con lui la canzone, in una specie di coro sacro. Mentre sui maxischermi venivano proiettate le facce degli improvvisati corisiti rigate da lacrime di commozione. Wow. Un’esibizione potentissima. Dopo il concerto, mentre si diradava la folla, ho colto un frammento di conversazione di un ragazzo che commentava lo show con i suoi amici: “A so fucking powerful presence! He expresses so many different feelings at the same time: anger, violence, sexuality”. Non posso che quotare.

Silvia: Arctic Monkeys, o2 Arena, Londra, 13/09/2018

Dopo tredici anni di affettuosa dedizione, finalmente quest’anno sono riuscita a partecipare per la prima volta al tour promozionale di un album del mio gruppo inglese preferito, gli Arctic Monkeys. Tranquility Base Hotel & Casino (Domino Records, 2018) ha scandito i miei ritmi vitali in maniera così costante che è entrato a far parte delle esperienze più importanti della mia vita, ascolto che è stato riportato in una recensione per noisyroad. Non potevo non festeggiare quest’era nella seconda città del cuore della band, Londra, per me magica e assurda. Il giorno precedente all’evento ho assistito all’esclusiva mostra temporanea dedicata alla registrazione dell’album presso gli studi La Frette, una villa liberty immersa nel verde alle porte di Parigi, una finestra aperta sull’aspetto più intimo e giocoso dei quattro musicisti, rinchiusi tra le mura in cotto per un mese a stretto contatto con strumentazioni analogiche, LP yè–yè, bicchieri di vino rosso e tanta voglia di essere loro stessi con una nuova veste più saggia e severa. Ho ammirato con tenerezza un cimelio speciale, la pianta del grosso complesso lunare ripetutamente cancellata e ricalcata dalla matita scura di Turner, un esempio concreto dello zelo impiegato nella realizzazione di un lavoro che coinvolge correnti culturali disparate e i cinque sensi del fruitore.

Come a Milano, all’O2 Arena non ho trovato nulla di affettato, solo professionalità e spirito di squadra, un’inventiva rinnovata nell’ideazione di The Jam of Boston, una session rapida e coinvolgente che fa da tramite alla classica ballad 505 e la traccia più elaborata del sesto album, l’omonima Tranquility Base Hotel & Casino. Insieme all’immenso spazio circolare dell’arena, la scenografia vintage e fantascientifica con luci dalle tonalità calde e una lampada cava esagonale che scendeva sulla band ad ogni canzone dell’album recente creavano per me la cornice perfetta di un momento carico di sentimenti fortemente contrapposti al punto tale da accecarmi in un pianto durante The Ultracheese, quando Turner passeggiava sul palco e ricordava quasi in ottava le vecchie amicizie perdute, lacrime che avevo già versato in precedenza a causa delle dolorose conseguenze del vastissimo pogo tra Do Me a Favour e Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair che mi pressava nella transenna, un rito di iniziazione alle folle inglesi, così mansuete durante la queue per l’entrata, così brutali nella celebrazione di vecchie glorie quali I Bet You Look Good On The Dancefloor, Brianstorm, Dancing Shoes e Pretty Visitors, probabilmente l’unico reperto nel quale i quattro di Sheffield riservano ancora un maggiore entusiasmo. Ad ogni esibizione avviene una delirante performance a sfondo rosso, forte delle parole scioglilingua, del ritmo incalzante da Bonzo, dell’organo inquietante quanto gli squat di Cook e Turner, il tutto mentre cerco invano di «wave my arms and cast the shadow of a snake pit on the wall» e di preservarmi dalla frattura di una costola. La versatilità, la confidenza e la passione nonché una convivialità con i turnisti e qualche occhiata curiosa ai fan sono le costanti dei loro live che personalmente trovo accoglienti e piacevoli, ritenendo così ininfluente la mancanza dei loro sorrisi e delle chiacchierate vivaci con il pubblico.

MV: Jon Hopkins, Village Underground, Londra, 10/05/18

E pensare che io a questo concerto non ci dovevo nemmeno andare. La stessa sera suonano i Blossoms, chi me lo fa fare di andare ad un live di elettronica, di cui so poco o nulla e di cui probabilmente mi ricorderò solo la cassa dritta che mi stordirà? Non ho nemmeno voglia di fare le ore piccole. Neanche per scherzo la band di Stockport va sold out in pochi giorni e io mi ritrovo con la serata libera. “Non è che ti va di venire a sentire Jon, stasera?”. Beh, è acclamato dalla stampa internazionale, Singularity viene definito come una delle uscite più eccitanti dell’anno, i miei colleghi dicono che merita, massì andiamo. E fu così che tutti gli assiomi precedentemente citati si rilevarono falsi. Un concerto di musica elettronica non deve necessariamente iniziare tardi, soprattutto a Londra in cui i coprifuochi sono ferrei, non sarei qui a scrivere di Jon Hopkins se il tun tun fosse stata l’unica cosa memorabile, e l’elettronica può far breccia nei cuori di chi non ne sa poi così tanto. Alle 9:45 si palesa sul palco l’alto e dinoccolato re dell’elettronica, imbraccia le sue cuffie e con un timido sorrido tra il fumo bianco che ormai ha appannato l’ex magazzino di Shoreditch, dà il via alle danze, ad un breve seppur intenso connubio di suoni studiati e calibrati fino all’ultimo secondo, luci disegnate ad hoc per allietare le pupille del pubblico, 180 bpm, stop minuscoli e drop improvvisi.

Questo è il mio primo concerto di musica elettronica e ne rimango completamente incantata. Jon sembra metterci una dedizione certosina nel girare piccole manopole e schiacciare pulsanti, non distoglie nemmeno un attimo lo sguardo dalla sua console e il risultato è un live che con i suoi bassi ti prende lo stomaco, ti avvolge i timpani, ti fa chiudere gli occhi e muovere senza volerlo a ritmo incessante su quelle note meccaniche e sintetiche. Il punto più alto viene raggiunto con Open Eye Signal, con quel suo crescendo che sembra non raggiungere mai l’apice e che mi fa sospirare WOW. L’elettronica di Hopkins non è quella che siamo abituati ad ascoltare per radio, niente fuochi d’artificio e coriandoli multicolor, ma bensì è qualcosa di raffinato, fine, meditativo ed intellettuale, che non richiedere nessuna dose di alcol e droga per essere goduta a pieno, basta solo lasciarsi andare, lasciare da parte ogni pregiudizio e sin dall’inizio di Emerald Rush ci si catapulterà in un mondo parallelo.

Ale: Janelle Monáe, Roundhouse, Londra, 12/09/2018

Prima di trasferirmi nel Regno Unito, non avevo idea di chi fosse l’artista americana Janelle Monáe. Mai sentita nominare, mai visto un poster in giro in Italia, mai passata una sua canzone alla radio. Ci è voluto il famoso video di Pynk con il costume da vulva per attirare l’attenzione di tutti e far finalmente conoscere ai più quel genio di Janelle. Purtroppo, come spesso accade, la “conoscenza” si è fermata a quel fotogramma, a quel “ma cos’è sta roba?”, a quel barlume di notizia spiccia da bacheca di Facebook di cui tutti si sono già dimenticati. Un gran peccato, visto che si tratta di una delle artiste più interessanti della nostra generazione.

Lo scorso 12 settembre, la Roundhouse di Londra ha ospitato l’esplosivo concerto di Janelle Monáe con l’intera truppa di Dirty Computer, ultimo lavoro pubblicato in aprile di quest’anno. Fin da quando l’artista ha fatto la sua entrata sul palco stesa su un tavolo e trasportata dai fedeli ballerini, ho capito che non sarebbe stato un semplice concerto, ma una vera e propria esperienza. Ho ben presto realizzato che la musica di Janelle sa essere tanto caleidoscopica quanto i suoi outfit. E quando è finalmente uscita con il famoso costume da vulva, la Roundhouse è quasi venuta giù. Janelle sa essere provocatoria e provocante, ma mai volgare. Durante le due ore di concerto, Monáe ha intrattenuto il pubblico con un misto di funk, soul, R&B, tributi a Prince, a Bowie e a Michael Jackson, il tutto eseguito con un’eleganza da far invidia a molte sue colleghe. Dalle scenografie che seguono il filone cyber-apocalittico dell’ultimo album alla band spaziale, lo spettacolo mi ha lasciata letteralmente a bocca aperta.

Non avevo mai assistito ad un live tanto inclusivo ed emozionante come quello messo in piedi da Janelle: non sono mancati gli “Happy Pride”, i discorsi di unione e forza rivolti a tutte le queens presenti, i tutt’altro che impliciti “Fuck Brexit” e tutto, ma proprio tutto, quello che vorremmo sentire da un’artista che fa della propria musica uno strumento potente di protesta e denuncia. Cara Italia, non sai cosa ti perdi a non avere Janelle sui tuoi palchi. Se vi capita di beccarla in giro per il mondo, andate a vederla senza pensarci due volte e cantate insieme a lei “Let the vagina have a monologue”. Boom, sipario.

Charlie: Dennis Lloyd, Hiroshima Mon Amour, Torino, 11/05/2018

Un concerto con non più di 200 persone, un artista sconosciuto e, per chi sa chi è, conosciuto come “pop” perché spopolato nelle radio italiane nel 2016 grazie ad un suo pezzo remixato. Remix che tra l’altro, ho scoperto durante quella serata dagli stessi musicisti che suonano con lui sopra il palco, ha remixato Dennis stesso. Lui è israeliano, con una storia non facile alle spalle che ha raccontato durante tutto il concerto fatto di note altissime prese con un falsetto incredibilmente pulito ed armonioso, duelli tra tromba e sax e una batteria al limiti del soul consentito ai +18. Artista come già detto “pop” ma che è più indie(pendente) di tanti altri sbarbatelli che si dichiarano tali. È andato contro il volere della sua famiglia, dei suoi amici e del suo Paese dove gli si diceva che lui non avrebbe mai potuto cantare. Esito? 16 date solamente in Europa tra le quali più di 10 sold-out. Durante il concerto intimava ad alzare il dito medio verso tutti coloro che non credono in noi e ai nostri progetti, contro gli egoisti che mettono davanti alla felicità e alle passioni i soldi e il finto perbenismo. Il suo genere è tra il pop e il soul ricco di synth e pad che danno un’aurea eterea eppure così ruvidamente carnale grazie alle parti R&B che non è facile descrivere.

Il coraggio di affrontare una tournée con nemmeno un album all’attivo ma solo un EP, vari singoli, un remix di successo e due amici d’infanzia (raccontatomi dallo stesso Rom – sassofonista incredibile – e Tomer – batterista dall’incredibile groove-) insieme sul palco ha reso il tutto ancora più surreale. Concerto dalla grande intensità sia emotiva che fisica, impatto sul pubblico ottimo, emozione da parte sua e del pubblico per un artista che in una frase di una sua canzone su 10 parole dice 9 volte la f-word. Durante il viaggio per arrivare al luogo del concerto (a 4 ore da casa mia) mi continuavo a dire che non ne sarebbe valsa la pena, che stavo facendo quel viaggio per nulla. Beh, con il senno di poi, quelle 8 ore di viaggio me le rifarei anche domani stesso per rivedere quel concerto.

Giada: alt-j, Palalottomatica, Roma, 01/02/2018

Il 2018, per quanto mi riguarda, è stato l’anno dei concerti. Ho partecipato allo Sziget Festival, ho viaggiato in Italia ed in Europa pur di riuscire a rincorrere i miei amati artisti ed assistere ai loro live. Mi sono emozionata e divertita, ho pianto, riso e pogato, ho conosciuto nuove persone, ritrovato vecchi amici, persi altri e mi sono perdutamente innamorata. Proprio per questi motivi scegliere il miglior concerto di quest’anno non è stato affatto semplice perché ognuno di essi conteneva all’interno un ricordo indimenticabile e che mi suscita tuttora grandi emozioni.

La scelta definitiva è ricaduta sugli alt-j e sullo splendido live che hanno voluto regalare all’Italia e alla città di Roma: era il primo febbraio e per me era il primo concerto dell’anno. La band inglese quella sera si è esibita tramite pezzi tratti dai loro tre album, in uno show povero dal punto di vista scenografico ma ricco dal punto di vista dell’emozione. Inutile dire però che è solo “An Awesome Wave” a dominare il palco del Palalottomatica, grazie a capolavori come Matilda, Tesselate, Fitzpleasure, Breezeblocks e Something Good. Quest’ultima che ho appena citato rientra nella mia top 5 di canzoni preferite in assoluto e aver avuto la possibilità di sentirla live è stata per me una forte emozione. An Awesome Wave, inoltre, è a parer mio, uno degli album migliori della storia della musica e grazie alla sua pubblicazione, avvenuta nel 2012, si è totalmente trasformata la concezione di “fare musica” dell’indie internazionale (ben diverso dall’indie italiano diffuso negli ultimi anni nel nostro paese). Quel concerto ha significato tanto, forse troppo per me: il mio primo concerto del 2018, lontano da casa, abbinato ad un viaggio che ho fatto completamente da sola e che mi ha portato, in questi undici mesi, a farne mille altri, perché mi ha fatto capire che è solo la nostra forza di volontà a guidarci lungo il cammino della vita, non serve nient’altro.

Nel caso vi foste persino concerto, potrete leggere il live report corredato dalle meravigliose foto di Emanuele di Cintio qui ed inoltre ci tengo a ringraziare la redazione di noisyroad che mi ha concesso l’accredito per assistere a questo memorabile show.

Martina: Kasabian, Ferrara Sotto Le Stelle, Ferrara, 17/07/2018

Finché qualcuno non mi dirà “Marti, hai proprio rotto il cazzo con questi Kasabian” io continuerò a parlarvi di loro. Provate a fermarmi. E’ stato un anno burrascoso, ma il mio primo accredito per noisyroad fa parte di quei ricordi eternamente felici (qui il nostro live report). Nulla è andato storto. Non mi è importato mettermi in fila sotto un sole crudele, né buttarmi nella mischia con un ginocchio fuori uso. Ero praticamente sola, ma ai concerti bisogna andare anche se non c’è nessuno che abbia intenzione di accompagnarti. Sergio e Tom erano lì, e stupidamente ho pensato “esistono davvero, e sono davvero così alti”. Gli autori della mia amata Underdog, più forti che mai, con il loro ultimo album in studio, For Crying Out Loud, che non ha nulla da invidiare ai precedenti lavori della band. Se ciò non si fosse capito tramite recensioni e varie piattaforme musicali, beh, dovreste andarli a sentire dal vivo. You’re in Love with a Psycho emoziona quanto L.S.F., e il pogo che si è scatenato con Bless This Acid House non era meno carico di entusiasmo dei salti durante Club Foot.

Mi sono sentita fortunata di aver assistito al loro ritorno con un album così ricco e curato nei dettagli. Mi sono anche accorta che i Kasabian non hanno bisogno di molta scenografia ed effetti vari, perchè la loro presenza scenica sazierebbe anche il pubblico più esigente. Sono persone che amano il contatto con i fan, e amano anche il lavoro che fanno. Da rivedere, senza ombra di dubbio. Avere le loro canzoni “davanti agli occhi”, vederle prendere forma e diventare cori da stadio… stordisce i sensi. E’ stato come ubriacarsi con il prosecco alle lauree degli altri. Ne sono uscita alquanto frastornata, incapace di intendere e di volere, o di cercare Fort (il Chief di noisyroad) nella folla. Fort alla fine mi ha trovata (in devasto, appoggiata al piedistallo di Savonarola), e il bello dei concerti è anche incontrare gente e sentirsi accomunati dalla passione per la musica. Davvero, non ti senti l’unica pazza a cui piace l’indie rock e venera tutto ciò che nasce sul suolo inglese. L’ultimo ricordo che ho è del mio ragazzo che mi viene a prendere, ed io che non riesco ad abbandonare quella piazza, quasi dovesse ricominciare tutto da capo da un momento all’altro.

Jacopo: The Hives+I Ministri, Rugby Sound Festival, Legnano, 06/07/2018

Andare al concerto della propria band preferita, sapendo canzoni, testi e scalette a memoria è una delle esperienze più fantastiche sia in ambito musicale che non. Ma sono sempre più convinto che sia altrettanto magnifico partecipare al concerto di una band di cui conosci davvero poco, o addirittura nulla.

Dopo vari ripassi di scaletta e dopo essersi sentito commenti strabiliati legati al talento live della band, arriva la serata del concerto. Gli svedesi The Hives, con I Ministri come opening act. Mica pizza e fichi, come si usa dire. La prima sensazione, appena la prima band sale sul palco, è di non stare assistendo all’esibizione di una band d’apertura, anzi, sembrava quasi fossero tutti lì per vedere loro. Non poteva farsi attendere, quindi, il filo conduttore di entrambe le performance: il pogo, che ha subito solo delle piccole ed illusorie pause. I Ministri catalizzano l’attenzione e trascinano il pubblico in un sing-along durante ognuno degli 11 pezzi suonati. Non abbiamo assistito ad un opening act, ma a dei co-headliner coi fiocchi. Dopo un rapido cambio di pubblico, che ha visto l’alternarsi dei fan delle due band e tra roadie-ninja e decine di telefoni, portafogli e documenti dispersi, ecco arrivare gli attesi The Hives, che aprono le danze col botto, scatenando inesorabilmente il pubblico. Circa 15 pezzi che sono sembrati davvero un’ora e mezza di cannonate ininterrotte, durante le quali l’incredibile frontman Pelle Almqvist, 40enne con l’energia di un ragazzino, intrattiene il pubblico in modo impeccabile, tra calci volanti, lanci di microfoni e siparietti con il cameraman. Momento clou del delirio è stato decisamente durante i loro pezzi più celebri, Hate to Say I Told You So e Tick Tick Boom, durante i quali la band ed il pubblico hanno dato il meglio di sé. Devastanti.

Quindi, andate a vedere gli Hives dal vivo. Tornerete a casa ammaccati ma felici.

Federica: Ben Howard, Anfiteatro del Vittoriale, Gardone Riviera, 04/07/2018

Quest’anno ho assistito a circa un centinaio di concerti, da mini live in spazi che infrangevano almeno una decina di norme di sicurezza a show mastodontici in location enormi. Nonostante questo, posso mettere la mano sul fuoco sul fatto che uno di questi è stato senza ombra di dubbio il mio preferito e lo porterò nel cuore per sempre. Si tratta del primo concerto in assoluto del britannico Ben Howard sul suolo italico, andato in scena il 4 luglio 2018 in una delle location più magiche e mozzafiato del nostro paese: l’Anfiteatro del Vittoriale di Gardone Riviera, in occasione del festival Tener-a-mente, giunto quest’anno alla sua ottava edizione. Che sarebbe stato un concerto indimenticabile l’ho capito fin dal principio, considerando che quello che abbiamo intrapreso io e la mia migliore amica per raggiungere Gardone partendo da Milano (e per riuscire poi a fare ritorno in città) è paragonabile a un vero e proprio viaggio della speranza, fra ore di treno regionale senza aria condizionata in piena estate, un bus in cui l’unica lingua recepita e ammessa sembrava essere il dialetto bresciano, una bella litigata con la security dell’evento e macchinate notturne in compagnia di completi sconosciuti.

Nonostante le difficoltà, siamo però riuscire ad arrivare in tempo per l’inizio di quello che si è rivelato più di un concerto una vera e propria performance portata in scena con energia e classe da uno dei cantautori più interessanti e stimati del paranorama indie folk degli ultimi anni, accompagnato da una band eccezionale. Per una manciata di minuti ci siamo ritrovati immersi in un’atmosfera tanto magica, ipnotica e intensa quanto oscura. E dopo un live del genere a Ben perdono persino di non aver eseguito nemmeno un brano estratto dal suo primo, meraviglioso, album Every Kingdom (2011).

Jess: David Byrne, Teatro Arcimboldi, Milano, 16/07/2018

Io David Byrne all’inizio nemmeno volevo andare a vederlo; conoscevo poco dei Talking Heads ma avevo trovato American Utopia una vera bomba. Quello che ho visto poi non è stato un concerto: complice sicuramente la location, che si è prestata egregiamente a portare lo show oltre la dimensione musicale, Byrne ha raccontato la sua utopia. Sale sul palco accompagnato da una schiera di musicisti, almeno otto, armati di qualsiasi tipo di strumento (e ancora mi domando se stessero suonando delle canne da pesca o dei veri  e propri strumenti), a piedi nudi, vestiti d’argento.

Sono argento anche le tende che compongono la scenografia, minimalista, asettica, e sono argento anche i capelli di Byrne che dell’età se ne infischia alla grande e canta e balla come se avesse ancora vent’anni. Io che vivo a pane e David Bowie non ho potuto fare a meno di rivedere nelle coreografie frammentate, quasi robotiche, le copertine di Heroes e The Idiot (Iggy Pop), e non penso di sbagliare molto a dire che il riferimento non fosse casuale. Aldilà dell’enorme levatura artistica del cantante e della band con cui condivideva il palco, forse è stato proprio il citazionismo dell’ex testa parlante a rendere quel concerto il più speciale del 2018: c’è Byrne che infila la testa in un televisore proiettato sulle tende a lato del palco, canta rivolto ad un cervello e attraversa una porta luminosa sul fondo della scenografia …

Ora io non so se David Lynch e David Byrne, oltre al nome, condividano qualcosa nella loro vita, ma sono pienamente convinta che, nella sua loggia argentata, Byrne abbia esplicitamente ricreato le atmosfere di Lynch e HOLY GUACAMOLE è stato epico! Per chi nella metafore lynchiana si trova a proprio agio direi che Byrne all’Arcimboldi è stato il mio episodio 8 dell’ultima stagione di Twin Peaks; a chi, al contrario, non ha la minima idea di cosa stia dicendo, lo descriverei come qualcosa che razionalmente non comprendi, eppure per qualche ragione ti affascina. Le ciliegine sulla torta sono state Burning Down The House, con le luci rosso fuoco che illuminavano a ritmo il teatro durante il ritornello, e la cover di Hell You Talmbout di Janelle Monae, con tanto di cori e urla del pubblico. L’Arcimboldi ballava, eccome se ballava!

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