“…ed è per questo che odio Milano” – tour milanese in 10 canzoni (tristi o tristissime)

by morghiss

… ed è per questo che odio Milano“, canta Pierpaolo Capovilla ne Il Turbamento Della Gelosia de Il Teatro Degli Orrori – “Facce seccate e il cielo plumbeo piange pioggia giorno e notte, giorno e notte“. Nasce proprio da qui l’idea di una playlist che fosse il ritratto di una Milano che è grigia, e aromantica, di sentimenti sfranti in metropolitana, che raccontasse l’angosciante relax in corso San Gottardo, e i caos cosmici in Pt. Ticinese. Milano che è scenario di storie assurde e contorte, tristi, racconti di ore piccole e tormentate. Seguono dieci canzoni italiane tristi, o tristissime, che raccontano Milano in tutta la sua grigia solitudine.


Corso San Gottardo
– Alessandro Grazian

La vita ti spaventa da quando è in mano tua

Viaggio notturno sui Navigli, che inizia alle  23. A sfilare davanti ai negozi chiusi, a trovare una vecchia amica che non ha più niente, che non ha una dolce vita, e non ha una casa sua, che vaga e cerca amore. Vecchi amanti ormai in imbarazzo che si ritrovano in Porta Ticinese a mezzanotte ormai a fare i conti con la minacciosa balena del Naviglio.  Uno dei brani più belli (tratto da Lavorarestanca, 2015) di uno dei cantautori che, da Padova, Milano ha adottato e fatto suo. Fa capolino sulle scene contemporaneamente a Dente, ma poi sparisce nei suoi testi di criptiche figure retoriche, e non sopravvive alla schiera dei cantautori mainstream. Tutti dovrebbero conoscerlo.

Quanto eri bello – Maria Antonietta

… perchè mai ti ho pensato tutta quanta la sera qui a Milano
Che nevicava forte su Porta Ticinese

E come in un romantico crossover indie, scavando nelle playlist Spotify si può trovare anche l’altra parte, il punto di vista dell’anima persa e in pena che raggiunge quel vecchio amico in Corso San Gottardo del brano prima, arrabbiata e stanca. Un brano profondo e brutale come tutto quel primo disco di Maria Antonietta, ideale per i viaggi in macchina, per chi ha sempre freddo, per chi si innamora continuamente e ne soffre, continuamente. Un brano che sembra dire che il liceo non finisce mai, che in fondo, quel vecchio amico, volevamo solo portarcelo a letto, per essere felice ad ogni costo. 

Un romantico a Milano – Baustelle

Mamma che ne dici di un romantico a Milano?

Segue una passeggiata svelta di uno strano personaggio che viene descritto da Francesco Bianconi, in uno dei suo brani immortali del 2005. Tra i vicoli di Brera, tra la Milano-Bene di mocassini gialli e sentimenti chiaro-scusi, un romantico aggressivo e spavaldo, rancoroso e diurno, che avanza viscido per la sua preda, fino ad orario aperitivo circa, prima di centomila Montenegro e Bloody Mary, per finire la serata alla Scala. Un profilo dandy che a Milano non sembra essere fuori contesto, di una frenesia distruttiva e caotica, eppure liberatoria, egoistica, un romantico che ama e odia tutti.  Ah, e l’erba ti fa male se la fumi senza stile.

Milano – Ghali

Mi odio e mi amo, come Milano, come fai te

E parliamo sempre di odi et amo. Ghali sembra vivere la città con quella stessa altezzosità un po’ stronza dei romantici a Milano, di chi dice che c’è troppa gente, chi va e chi viene, e bisogna cominciare a fare selezione, bisogna cominciare a dire no e smettere di fumare. E sarà anche un disco che parla dell’Italia, il debutto di Ghali, ma tra Pizza Kebab, compagni di scuola e la madre bidella, lo pseudo rapper di Baggio sembra voler tracciare un mappa di Milano parlando di integrazione, culturale, popolare, culinaria e sentimentale. Riempirà anche Assago il ragazzo, ma scrive bene, parla molto, fa provare nostalgia per i quartieri che non abbiamo mai abitato, come la Milano Est che come unico svago ha fumo e gite al Parco delle Cave.

Porta Romana – Giorgio Gaber

É già passato un anno, da quella sera

E Milano ha luoghi che parlano. É tutto un “in quel locale è successo questo, e qui quest’altro…“, ci si frequenta nei posti che si preferiscono, al barettino sotto casa, nella libreria più silenziosa della strada, ci si dà appuntamento in Porta Romana, e poi ci si lascia, e quei luoghi smettono di esistere. Quando ci si torna per caso, è un attimo che “ah, ma è già passato un anno, da quando…“. Città immensa, questa Milano, che vien voglia di viverla tutta con persone diverse, di baci dati in fretta sotto i portoni. Gaber ne parla in una canzone colma di ingenuità, di quella tipica e gracchiante degli anni Sessanta, che passano cinquant’anni e più, e ancora è facile ritrovarsi in tutti questi sentimenti naif. D’amore non si muore, dice Gaber, ma quando ci sei dentro…

Milano Bachata – Rkomi

Milano parla la mia bachata
In tempo per la cena, ci conosciamo appena

Racconto di una storia d’amore superficiale, di quelle che a Milano son la norma, e son tutto. I sentimenti veri sono solo Tinder. Lo raccontano i ragazzini, quelli che fanno la trap, chi è arrabbiato e stanco, chi ha voglia di impegnarsi, ma non si è mai impegnato, e non ancora troppo apatico per molleggiare su versi come “Non hai mai sofferto ma hai già lasciato perdere | Mi aprono le porte, la macchina, il petto“. Chi si fosse preso la briga di ascoltarlo, avrebbe capito che quello di Rkomi, Io e In Terra, è stato uno degli album più sinceri e interessanti dell’anno scorso: grigio, milanese, tarantiniano. Se riuscite ad andare oltre all’autotune (e lo so che è difficile), anche voi indie-rockers probabilmente passerete 45 minuti devastanti.

Milano – Calcutta

E scusa io non voglio fare male
E scusa io lo so che tu stai bene
Ma Milano è un ospedale

Un brano che è straziante, minimale e intimo. Che quando uscì mi colpì per quanto potesse essere universale: quella voglia di sentirti, ma di non disturbare, che lo so che tu stai bene, ma sono io che sto di merda, quella voglia di stare sveglia ad aspettare che tu mi scriva, per andare bere. Un brano che attraversa Milano per le strade, che prendi una Mobike e ti spacchi le ginocchia pedalando per ore solo sperando di beccarti per caso. Un brano che doveva rimanere lì, nei meandri di YouTube, di cui bisognava sorprendersi, senza dover essere a tutti costi un coro da stadio, senza che si urli per forza Ci sono giorni che vorrei morire all’Arena Di Verona. Calcutta nel 2015 ci regalò uno dei brani più belli mai scritti su Milano, e il suo stesso progetto, l’ha ucciso. 

Viale Matteotti – George Herald

Io sono fragile, io devo andarmene

In realtà questo brano non parla di Milano, l’ho scoperto dopo. Non credo neanche ci sia un Viale Matteotti a Milano, ma per un mesetto buono ho pensato si trattasse di uno di quelle strade semi sconosciute, magari verso Bicocca, di nebbia e devasto, schiere infinite di case studentesche in cui si è tagliati dal mondo, anche se si è a Milano, in cui ci si sente soli anche nella più brulicante metropoli italica, in cui se si pecca di fragilità, bisogna andarsene. Consiglio a tutti di recuperarsi il primo EP di George Herald, di superare quel momento di straniamento da “ma questo cosa urla, ma si calma?” per avere un ritratto veritiero e profondo di qualsiasi adolescenza milanese possiate aver vissuto o immaginato.

Nei Garage a Milano Nord – Le Luci Della Centrale Elettrica

Il nostro carcere speciale

Probabilmente solo Vasco Brondi come Le Luci Della Centrale Elettrica è mai riuscito a parlare così bene della Milano tossica, velenosa, piena, un deserto al contrario di code alle poste, ai semafori, al pronto soccorso. Una Milano asettica che fornisce istruzioni per abbracciarsi, e pochi hanno parlato della noia immensa che c’è a Milano, dall’avere troppe cose da fare, dall’avere troppo da vedere, e per ammazzare il tempo ci siamo sconvolti. Questa è la canzone di chi si trova da solo nei bar deserti dei Navigli, di chi si strazia di noia, e solitudine, anche se non fa che parlare, con tutti. Ora che Le Luci, come progetto, è finito, ci mancheranno queste atmosfere distorte, nasali, a tratti psichedeliche, di una Milano verde acida.

Il ragazzo della via Gluck – Adriano Celentano

Anche lui nato per caso in Via Gluck
In una casa, fuori città

Siete mai stati in via Gluck? Niente di che. Questo brano è uno di quelli che cambia significato, col tempo. Non è più una canzone che parla del classico non esistono più le mezze stagioni e una volta qua era tutta campagna. Nel 2018, è ciò che riecheggia alle serate alla Balera Dell’Ortica, è il brano dei cantautori di strada, che hanno vent’anni fuori e settanta dentro, è la canzone della festa di Lambrate, e delle bancarelle di bigiotteria. È la Milano degli anni Sessanta che resiste, quella Milano che c’era prima che Adriano Celentano e Mina scoprissero l’autotune e facessero un disco insieme, una Milano che resiste nonostante Isola non sia più Isola, e Gae Aulenti non sia un luna park, e via Gluck non sia fuori città. 

BONUS
E solo a dimostrazione del fatto che Milano non è solo un agglomerato di fumo e solitudine, segnalo infine un brano bonus dei Deaf Kaki Chumpy, caledoscopico ensemble di 18 elementi che nascono dai ferventi ambienti della Civica di Jazz e che dedicano un brano al Lume – nonchè il centro sociale milanese che nasce dal nulla, che ci invidiano in tutta Europa e ogni settimana si anima jazz. I cellulari prendono male, la musica è alta, gli amari economici e le persone sempre tante. Un piccolo paradiso notturno che ogni musicofilo dovrebbe conoscere.

Turn On The Light – Deaf Kaki Chumpy (bonus)

E per chi non ne avesse abbastanza di Milano, segnaliamo la nostra lista di artisti emergenti milanesi. Sì quelli piccoli, sconosciuti, che suonano nei localini, come piaccino a noi.

morghiss

Pane, amore e ritenuta d'acconto. Concerti sotto la pioggia, film notturni, maratone seriali e relative conseguenze.

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