My generation wanna fuck Barack Obama: 12 canzoni molto politiche

by NoisyRoad Staff

The 1975 – People

Wake up, wake up, wake up
We are appalling and we need to stop just watching shit in bed
And I know it sounds boring and we like things that are funny
But we need to get this in our fucking heads
The economy’s a goner, republic’s a banana, ignore it if you wanna

Incazzata, metallica, vigorosa, arriva forte e improvvisa come un colpo di martello da demolizione o come un mastino in corsa pronto a mordere, nei suoi 2 minuti e mezzo riassume a pieno il magone, il disagio e le problematiche della tanto chiacchierata generazione dei Millenials, che sul fronte dei valori e dell’attualità incazzata lo è (assai) contro la generazione dei Baby Boomers. Differenze così nette e abissali che portano ad una sorta di guerra generazionale, ad un generation gap non indifferente. I giovani sono stufi e Matt Healy ve lo grida in faccia con un urlo finale liberatorio e dai contorni quasi esasperati, utilizzando una sfilza di power chord post punk ripetuti meccanicamente, grezzi e rudi. La canzone dopo un paio di ascolti diventa quasi alienante, ti ingurgita in una spirale ipnotica dove agglomerare tutta l’ira repressa per la situazione politica/economica/ambientale attuale. «I was pretty pissed off. I am pretty fucking pissed off. God bless» ha commentato il cantante. Ed è ora che qualcosa, tante cose, cambino. People insieme a The 1975, contenente un lungo monologo della giovanissima attivista Greta Thumberg sulla necessità di fare del nostro meglio per salvaguardare il pianeta, ci prospettano un nuovo album, Notes On a Conditional Form, piuttosto diretto e politico.

Spector – Born In The EU

Meet me at the Bureau de change
I’m not ready to die
At least not in a country this ugly

22 giugno 2016, gli Spector pubblicano un nuovo singolo, una nuova canzone esplicitamente europeista. È il giorno prima del fatidico referendum sulla Brexit, sul rimanere in Europa o sul tornare ad essere una nazione indipendente, senza troppi vincoli e restrizioni. Al nord diremmo che vorremmo essere “padroni a casa nostra”. La campagna elettorale vide due fronti profondamente differenti: il Leave, rinvigorito da una nuovo ritrovato orgoglio nazionale e dalla retorica spicciola, e il Remain, con le sue migliaia di bandiere blu a stelle e la tenacia di dimostrare i benefici che l’Unione Europea ha portato al paese, nonché i potenziali rischi che una rottura improvvisa poteva portare. Di questo ultimo frangente fanno parte molti giovani e numerose band, che, nati sotto Schengen e il mercato unico, in Europa si sentono a casa, ed è proprio di questo che parla Born In EU. Il pezzo infuso di sintetizzatori e dal tipico sapore agrodolce alla Spector ha un testo romantico che interpone una dolce storia d’amore a un vero e proprio statement politico pro Europa che il frontaman Fred Macpherson ha commentato: «I went to France, Spain, Germany, Italy etc. Countries not defined by their differences and their flags, but by their unity, shared history and constantly migrating/mixing populations». Altra frecciatina verso i conservatori viene fatta in Fine Not Fine: «I know scum who sold their stories / Some of your best friends are Tories».

Declan McKenna – British Bombs

Great way to fool me again, hun
Great acting, it’s great what you tell ‘em
Great Britain won’t stand for felons
Great British bombs in the Yemen

Get real, kid, your country’s been at war since birth now
And if it’s not a fucking outrage, what’s it all about then?

Una casetta in mattoni circondata dalle onde con l’edera che scorre sulla facciata, la bandiera britannica che sventola sul tetto, così comincia il videoclip del nuovo singolo del giovanissimo cantautore brit, Declan McKenna. Start che dà il via ad una canzone dal riff allegro, catchy e apparentemente spensierato; in realtà ad un ascolto più attendo si capisce che dietro il testo si cela un messaggio forte e diretto: «The whole time I’ve been alive we’ve been engaged in the selling of arms and that industry side of war, and we’ve impacted lives all around the world because of it», come riferito dal cantante a DIY. Nonostante il titolo si riferisca esplicitamente alla madre patria, allargando il campo, la canzone non è più un veicolo per criticare solo le scelte politiche inglesi, soprattutto in materia di politica estera (l’Inghilterra, per esempio, ha avuto un ruolo attivo nella guerra civile in Yemen che viene citata nel ritornello), ma diventa una critica alla guerra come tale, ad ogni singola forma di violenza. Inoltre, in questo caso il pezzo non si limita a voler scuotere le coscienze ed ad essere un urlo di protesta, ma Declan ha voluto avere un ruolo attivo per arginare a suo modo questo problema: infatti tutti i proventi generati dal singolo andranno devoluti in beneficenza per aiutare le vittime di guerra.

Passenger – A Kindley Reminder

And you say that you’ll make America great
But I fear that we’re in for a long fucking wait

L’8 novembre 2016 Donald Trump ha vinto l’elezioni presidenziali, diventando così il 45º presidente degli Stati Uniti d’America. Da allora di canzoni di protesta ne sono uscite diverse, molte delle quali incise da artisti che hanno un pubblico ben preciso, composto per la maggior parte da persone insoddisfatte delle azioni e delle politiche del governo in carica o comunque abituate a brani che possono essere considerati delle feroci critiche sociali (si pensi a personaggi come Kendrick Lamar o Childish Gambino). Per questo motivo, quello di Passenger è probabilmente il nome che nessuno si aspetterebbe di vedere figurare in un articolo sulle canzoni politiche dato che, nel corso degli anni, ha sempre vestito i panni del cantastorie, spaziando da tenere canzoni d’amore a brevi spaccati di vita quotidiana, ma mai aveva preso una posizione così netta. Quando si è finalmente deciso ha fatto sorprendentemente centro con un brano che, attraverso una semplicità e una chiarezza disarmante, riesce a parlare a un pubblico molto più ampio e procura su chi ascolta l’effetto di una secchiata d’acqua gelida dritta in faccia.
Scegliere un’unica citazione da riportare per presentare questa canzone è stato molto difficile, considerando che l’intero brano potrebbe essere considerato un vero e proprio manifesto anti Trump, tanto semplice e diretto quanto dissacrante. In soli 2.43 minuti e servendosi semplicemente della sua voce calda, di una chitarra acustica e di una melodia incalzante riesce a elencare uno dopo l’altro problematiche di portata enorme, dalla negazione dei cambiamenti climatici, alle molestie sessuali, fino ad arrivare all’ipotesi della costruzione di un muro di confine fra Stati Uniti e Messico.

Lana Del Rey – Looking For America

I’m  still looking for my own version of America
One without the gun, where the flag can freely fly
No  bombs in the sky, only fireworks when you and I collide

Nel weekend del 3 e 4 agosto 2019 gli Stati Uniti si sono ritrovati nuovamente a interrogarsi sulle atrocità derivate dal commercio di armi. Questa volta si è trattato di due distinte sparatorie, rispettivamente a El Paso, Texas e Dayton, Ohio, in cui complessivamente hanno perso la vita trentadue persone. Rimasta tristemente colpita dall’ennesima strage di cui si è macchiato il suo paese, Lana Del Rey ha deciso di non rimanere in silenzio. Il risultato è stato Looking For America, presentata attraverso un post sul suo Instagram il 6 agosto e di cui tutti i proventi verranno devoluti al Gilroy Garlic Festival Victims Relief Fund, al El Paso Community Relief Fund e alla Dayton Foundation. Si tratta di una ballad semplice, ma non per questo meno diretta, intensa e straziante, dove a fare da protagonista è la sua voce, accompagnata alla chitarra da Jack Antonoff. Il grandissimo merito che va riconosciuto a Lana è quello di essere riuscita con questa canzone a inserire perfettamente una problematica terribile all’interno della propria poetica, senza risultare in alcun modo retorica o forzata. Il brano inizia infatti con l’immagine di uno spensierato roadtrip attraverso la California ed esplode poi in un potentissimo ritornello in cui confessa di essere ancora alla ricerca di una propria versione della America, in cui non sono presenti né bombe né pistole.
Lana non è nuova alle tematiche politiche, sempre con la grazia e la delicatezza che la contraddistingue, basti pensare ad alcuni brani contenuti in Lust For Life (2017), come When The World Was At War We Kept Dancing God Bless America –  And All The Beautiful Women In It in cui nel ritornello sono presenti in sottofondo i rumori provocati da alcuni colpi di pistola, Coachella – Woodstock In My Mind, in cui ha inserito alcuni versi relativi alle tensioni fra USA e Corea del Nord. Interessante, inoltre, il fatto che Lana abbia dichiarato di non sentirsi più a suo agio all’idea di romanticizzare l’idea degli Stati Uniti ora che Donald Trump è presidente e, proprio per questo abbia deciso di non utilizzare più simboli nazionali, come per esempio la bandiera americana, durante i suoi show.

Franz Ferdinand – Demagogue

He’s a demagogue
He sees a nation of marks

From the mob to chapter eleven
Those tiny vulgar fingers on the nuclear bomb

Per restare in tema Trump, ci sono artisti che hanno espresso tutto il loro dissenso nonostante non fossero cittadini statunitensi. Pulce nell’orecchio: noi che viviamo in altri Paesi siamo estranei alla faccenda? Secondo i Franz Ferdinand decisamente no, al contrario ci riguarda più di quanto possiamo pensare.
Con urgenza e con evidente preoccupazione per le sorti del mondo, la band scozzese ha rilasciato questo inatteso singolo di 2:34 minuti il 14 ottobre 2016. Il titolo, in una sola parola, racchiude da sé un’accusa ben precisa: demagogo. La demagogia è un termine che deriva dal greco ed è, secondo il dizionario Treccani,«la pratica politica tendente a ottenere il consenso delle masse lusingando le loro aspirazioni». I versi di denuncia sono semplici ed immediati, inizialmente cuciti addosso a Trump ma che descriverebbero molto bene qualsiasi personaggio animato da discutibili ideali. E fin qui il messaggio è chiaro. Son cazzi per gli americani quanto anche per noi, considerando che un’eventuale guerra nucleare potrebbe non lasciare sopravvissuti. Il sound vagamente post-apocalittico è dato dalle tastiere che si trasformano in una triste parte di pianoforte, ma anche da due lines contrastanti di chitarra e dai cori in sottofondo che fanno eco alla parola “demagogue” come un lamento.
In un’intervista del 2018, Alex Kapranos si riferì agli americani dicendo: «the tangerine buffoon they have there at the moment». In un’altra, afferma che il brano non è affatto ironico, ma rispecchia quel che la band ha provato nel discutere delle elezioni in America. Ha saggiamente aggiunto che, in qualche modo, la politica internazionale influenza ciascuno di noi e per questo è lecito avere una propria opinione.

IDLES – Danny Nedelko

Fear leads to panic, panic leads to pain
Pain leads to anger, anger leads to hate

Ormai in tutto il mondo, l’immigrazione è tra i temi più discussi e controversi tra le diverse fazioni politiche, venendo spesso utilizzata come una vera e propria arma di propaganda, dividendo, discriminando e istigando. Perché allora non lanciare un messaggio di fratellanza in questi tempi pregnanti di notizie negative legate a questo fenomeno?
Danny Nedelko è un giovane ragazzo di origini ucraine, frontman della band punk Heavy Lungs. La canzone è stata dedicata a lui da Joe Talbot, frontman degli IDLES e suo grande amico (che è stato contraccambiato con una canzone a lui dedicata dalla band di Danny). Oltre a lanciare un messaggio di amicizia, la canzone è un inno contro il nazionalismo esagerato e la discriminazione nei confronti dell’immigrato, che sia una figura pubblica (come i citati Freddie Mercury, Malala e Mo Farah) o un cittadino comune («A Nigerian mother of three», «A Polish butcher»), definendo queste persone come fratelli, fatti di sangue, ossa, carne ed amore, così come tutti noi.
Per rendere il messaggio ancora più forte, la copertina del singolo contiene la frase «Rome wasn’t built in a day nor solely by the Romans», mentre il videoclip ritrae proprio Danny Nedelko che interagisce con persone immigrate nel Regno Unito, mentre indossa una maglietta che recita “No One Is an Island” e facendo il gesto dell'”OK”, che negli ultimi anni è stato erroneamente attribuito agli esponenti del White Power, cercando di far riassumere al gesto il suo senso positivo che ha sempre avuto in passato. Insomma, un vero e proprio inno alla fratellanza ed al multiculturalismo.

Shame – Visa Vulture

Let them cross the border
Create a disorder
That’s all I want
That’s all I want to do

Tra le diverse scritte che “imbrattavano” i muri urbani del 1977 italiano, “una risata vi seppellirà” è forse quella è che entrata nel cuore di tutti, persino nei nipotini degli ignoti autori. Tuttora decora le colonne dei quotidiani e dei blog, il suo messaggio non è destinato a sbiadire. Oggi vogliamo dedicarla agli Shame, marmocchi pestiferi cresciuti a pane e The Fall nei sobborghi di Londra, nuovi autori della scena post–punk britannica di testi carichi di satira e black humor. Schietti e irriverenti nella loro giovinezza, sono anche abili nel trattare con il proprio nemico con un gesto d’amore, eseguendo attraverso lievi strimpellate una contestazione spiritosa e pungente. Lo percepiamo ascoltando Visa Vulture, singolo pubblicato nel mesto livore successivo al referendum sulla Brexit, ancora oggi una spada di Damocle minacciosa sul futuro di un Paese diviso e deluso. È una ballata sfacciata dedicata a Theresa May, allora (febbraio 2017) leader dei conservatori del Regno Unito, poi primo ministro britannico, la stessa ha recentemente abbandonato il suo ruolo a causa dell’incapacità del parlamento di giungere ad un accordo comune sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Tradizionalisti e settari, i “tories” sono malvisti dagli Shame, generazione libera dalle frontiere ed estranei all’ormai obsoleto concetto di identità. Nel video la band, ironizzando gli stereotipi alla Mister Bean, punta il dito contro l’eugenetica del “remain”, contro la folle credenza che gli stranieri stiano complottando per rubare il lavoro e il potere ai nativi inglesi. È un invito anarchico – tipicamente punk – a credere ad un melting pot di svolta, perché solo uniti possiamo sconfiggere le paure più nascoste del lato ferino dell’uomo.

The Voidz – Pyramid of Bones

Lies are simple, truth is complex
Murder in the name of personal comfort
Just remember, they surrendered
Dangerous to be right, if everyone is wrong

They play the game by different rules
Insisting it’s all equal

Frastagliati riff di chitarra simil-metal e versi critici di un’economia aggressiva guidano questo brano dei Voidz, paradigma della netta distinzione tematica dal più classico Julian Casablancas infra-Strokes. Non a caso i Voidz, formatisi appunto durante l’interminabile assenza scenica del gruppo newyorkese, sono da sempre stati la band con cui Casablancas ha potuto sia sperimentare sul piano sonoro che approfondire certi argomenti di carattere politico solo accennati nei dischi della band di origine: una piena epifania in catodici technicolor di quella che a detta del cantante stesso sarebbe una «invisible war» tra chi è conscio dello stato attuale delle democrazie moderne e chi, nolente o volente, ne cavalca l’onda distruttivamente qualunquista con spesso, a seconda della posizione catena alimentare, un possibile tornaconto. Così, hackerando il codice sorgente di una propria rielaborazione del mito della caverna di Platone, la voce di Casablancas riecheggia distorta su testi di avversione all’establishment, allo status quo e all’impero di menzogne, tutti argomenti ricorrenti nel distico di album finora rilasciati, nella speranza di rendere manifesta la vacuità delle ombre proiettate sulle mura della simbolica caverna. Perché se Tyranny rappresenta il problema, Virtue ne offre la soluzione.

The Good, The Bad & The Queen – Merrie Land

So rebuild the railways
Firm up all the roads
No one is leaving
Now this is your home
And the horses, the foxes, the sheep, and the cows
Bow down on their knees
To the fanfare of progress

Per una mente europea, cresciuta in un clima di libertà e piena collaborazione tra gli stati, è difficile trovare una qualche parvenza di aspetto positivo nella Brexit, di cui già solo il nome sembrava in principio una sorta di piano di contingenza distopico sci-fi prima di trasformarsi ad oggi in un tira e molla da incubo tra le nere prospettive di un no-deal e di un più mite (e razionale) accordo. Forse però il suo unico “merito” è quello di essere stata la scintilla in grado di riunire, dopo ben undici anni di assenza, i The Good, The Bad & The Queen, crasi musicale dell’estro creativo di Damon Albarn con la consapevolezza di un Clash e l’aggiunta di un Verve. Certo, sarebbe come gioire del riscaldamento globale perché il nido di vespe in giardino è andato in autocombustione… il che, oltre ad essere agghiacciante, è a dir poco folle ed incosciente. Tuttavia, protagonisti di Merrie Land, ultimo concept album del gruppo e traccia omonima, sono i sentimenti di soffocata rabbia e malinconia vissuta da questi veterani delle scene dinanzi al susseguirsi degli eventi causati appunto dalla Brexit: un album che con disappunto mette alla prova l’identità britannica nei confronti della classe dirigente e di una situazione politica disarmante.

Janelle Monae – Americans

Seventy-nine cent to your dollar
All that bullshit from white-collars
You see my color before my vision
Sometimes I wonder if you were blind
Would it help you make a better decision?

Quando c’è da dire le cose come stanno, chiare e senza tanti fronzoli, Janelle Monáe è sempre in prima linea. La cantante statunitense vanta un ampio repertorio di canzoni a sfondo politico e in favore delle minoranze, come dimostra il suo strepitoso album del 2018, Dirty Computer. Posizionata alla fine del disco in una sorta di riassunto conclusivo, Americans è una canzone dal ritmo upbeat e dal testo aspro. In poche strofe, Janelle affronta con ironia il modello della classe privilegiata bianca statunitense: Bibbia in una mano, pistola nell’altra e una buona fetta di American Pie. Ecco che il testo della canzone elenca una serie di “tradizioni” e abitudini legate ad una mentalità razzista (“You see my color before my vision”), sessista (“A pretty young thang, she can wash my clothes / But she’ll never ever wear my pants”) e fortemente nazionalista (“Don’t try to take my country, I will defend my land”). Un po’ il ritratto dell’attuale presidente degli USA, insomma. Il brano si divide in due linee narrative: quella ironica da bravo soldatino americano cantata dalla Monáe e quella di protesta rappresentata dal sermone del pastore Sean McMillan nel bridge. Se da una parte ci viene voglia di sbattere la testa contro il muro dalla frustrazione, dall’altra il bridge simboleggia la voce di chi non si lascia piegare, di chi ancora si impegna per una realtà migliore, di chi sogna di meglio per sé e per le generazioni future:

Let me help you in here
Until women can get equal pay for equal work
This is not my America
Until same-gender loving people can be who they are
This is not my America
Until black people can come home from a police stop without being shot in the head
This is not my America, huh!
Until poor whites can get a shot at being successful
This is not my America

The National – The System Only Dreams In Total Darkness

The system only dreams in total darkness
Why are you hiding from me?
We’re in a different kind of thing now
All night you’re talking to God

I National sono stati strettamente legati alla politica fin dall’era Obama, innanzitutto perchè Fake Empire fu scelta come canzone per lo spot elettorale della prima corsa alla Casa Bianca di Mr. Obama, inoltre Mr. November, scritta inizialmente a  sostegno di John Kerry, fu affiancata al volto dell’ex presidente su una delle t-shirt venduta dalla band. Presa di posizione piuttosto esplicita. Il gruppo nel corso degli album non ha smesso di dare il proprio appoggio al Partito Democratico americano tra stampa e social, tanto che anche nel penultimo lavoro, Sleep Well Beast, si intravedono degli accenni al tema politica. A detta del frontman Matt Berninger, The System Only Dreams In Total Darkness, è una metafora astratta dei tempi bui in cui stiamo vivendo, tra cambiamenti climatici repentini, malcontento generale, retorica populista strappa voti: «That one, for me, is a hibernation—the dark before the dawn sort of thing. That one’s less about relationships than it is more of the strange way our world and our idea of identity mutates—sometimes overnight, as we’ve seen recently. It’s an abstract portrait of a weird time we’re in». Se il titolo del pezzo rimanda proprio a quel buio da cui sembriamo avvolti, il titolo del disco potrebbe ingannarci, perchè infatti Sleep Well Beast è un augurio alle generazioni più giovani, che vedranno presto la gioventù prendere vigore come una belva dal cuore tenero, e in cui i National ripongono le loro speranze per il futuro.

Articolo scritto da: Maria Vittoria Perin, Federica Di Gaetano, Martina Pagliara, Silvia Rizzetto, Jacopo Giovanni Peroni, Alessia Nosari, Jacopo Schiavano

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